Ravenna: dal centro ai quartieri meridionali

In collaborazione con Touring Club

L'itinerario esplora i quartieri a sud della piazza del Popolo, centro della vita cittadina, e si concentra sul cuore religioso della città, con il Duomo e il Battistero Neoniano, sull'area dell'ex monastero di Classe, con la Biblioteca Classense, e sulla cosiddetta zona dantesca, con la Basilica di S. Francesco, la tomba di Dante e altri luoghi a lui dedicati.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Piazza del Popolo Ravenna (RA)

    Centro della vita cittadina, collocata in un’area eccentrica rispetto alla Cattedrale, cuore religioso della città, e alla principale arteria di traffico, l’attuale via di Roma. La piazza ha acquisito le forme odierne e la funzione di polo civile solo nel Quattrocento durante la dominazione veneziana, mancando in età comunale e signorile dei caratteri di luogo deputato alla direzione politica. Per iniziativa della Serenissima vi vennero accorpate le attività amministrative e si provvide alla razionale sistemazione delle principali architetture. Di forma rettangolare, è caratterizzata dalla presenza delle due colonne veneziane, innalzate dalla Serenissima nel 1483 davanti al palazzo del Comune, evidente citazione della piazzetta S. Marco di Venezia: poggiano su gradini marmorei circolari – li ornano bassorilievi con decori floreali, segni zodiacali e figure allegoriche, alcuni molto corrosi, eseguiti da Pietro Lombardo – e reggono le statue dei patroni di Ravenna, S. Apollinare e S. Vitale (quest’ultimo ha sostituito nel 1644 il leone di S. Marco, posto a suggellare simbolicamente il legame con Venezia). Dietro alle colonne è il Palazzo comunale, di fondazione quattrocentesca. Pure quattrocentesca è la scala d’accesso all’edificio, situata sotto al cavalcavia che fa angolo col palazzo che lo congiunge al Palazzetto veneziano. Contiguo, a sinistra, lungo il lato meridionale della piazza, il settecentesco palazzo della Prefettura. Sul lato breve opposto al Palazzo comunale il palazzo dell’Orologio, Sull’angolo a sinistra del palazzo è la chiesa di S. Maria del Suffragio, di impianto e decorazione barocchi, iniziata nel 1701 per opera di Francesco Fontana, ma in parte rifatta dal Morigia. Definisce e caratterizza il fronte settentrionale della piazza il palazzo Rasponi Del Sale, poi Gargantini, costruito nel 1770.

  • Palazzo Rasponi delle Teste Ravenna (RA)

    Uno dei più imponenti edifici civili della città, così detto per le teste umane e leonine che adornano gli architravi delle finestre; costruito ai primi del Settecento su disegno di Luca Danesi, porta il nome della più importante famiglia aristocratica cittadina; è sede distaccata del Comune di Ravenna e ospita molte iniziative aperte al pubblico.

  • Piazza Kennedy Ravenna (RA)

    Già piazza del Mercato, la chiude sul lato nord-ovest il settecentesco palazzo Rasponi dalle Teste, uno dei più imponenti edifici civili della città, sede distaccata del Comune. Alla sua sinistra sorge un altro palazzo Rasponi, detto del Cavaliere, ricostruito nel 1789 da Camillo Morigia, come l’altro occupato da uffici comunali. Segue, in angolo con la via Garatoni, il seicentesco palazzo Della Torre, che dall’anno accademico ’21-’22 è la nuova sede dell’Accademia di Belle Arti e del Conservatorio. Il fronte sud-est della piazza è chiuso dal palazzo Rasponi Murat (privato), di fondazione quattrocentesca, restaurato nel XVII secolo e nel 1786 da Camillo Morigia; deve il suo nome al conte Giulio Rasponi e a sua moglie, la principessa Luisa Murat, figlia di Gioacchino, che lo abitarono dal 1847.

  • Battistero Neoniano Ravenna (RA)

    Sul fianco sinistra del Duomo è il Battistero Neoniano, prezioso documento della Ravenna tardo-imperiale, probabilmente iniziato al tempo del vescovo Orso (primi decenni del V secolo) ma rinnovato e completato con la decorazione musiva nel terzo quarto dello stesso secolo, durante l’episcopato di Neone; successivamente ha subito rifacimenti e restauri. L’Unesco lo ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità. Denominato anche battistero degli Ortodossi per distinguerlo da quello degli Ariani, è un semplice edificio in laterizi a pianta ottagonale, ornato di archetti nella parte superiore; in alto a destra, sulla riséga, è posto un bassorilievo romano. La struttura delle antiche porte è individuabile, sia all’interno sia all’esterno, solo negli archi superiori. L’interno è un vano ottagonale, sormontato da cupola, valorizzato dalla felice compenetrazione tra architettura e decorazione. Il pavimento primitivo, 3 metri più basso dell’attuale, giaceva alla profondità massima per gli edifici ravennati, a testimonianza dell’antichità della costruzione. Agli angoli dell’ottagono, otto colonnine (rialzate dal sito originario) reggono altrettanti archi rivestiti di mosaici, molto restaurati, con piccole figure di profeti tra girali di foglie d’acanto verde, lumeggiati d’oro. Gli archi racchiudono, alternativamente, quattro nicchie e quattro pareti rettilinee, adorne, rispettivamente, di iscrizioni musive con monogrammi e di tarsie marmoree (queste ultime, appartenenti alla primitiva costruzione e originariamente collocate molto più in basso, sono state integrate nel 1897-1906). Sopra, altre otto arcature circoscrivono ognuna tre arcate minori, con colonne di marmi diversi, che racchiudono finestre e finte architetture a stucco, un tempo colorate; altri stucchi decoravano le soprastanti lunette. La cupola è costruita, come quella di S. Vitale, con file di tubi fittili cavi, incastrati tra loro orizzontalmente, che le danno leggerezza e solidità. È interamente rivestita di *mosaici della metà del V secolo, rimaneggiati, divisi in tre zone. Al centro, S. Giovanni che battezza Gesù nel Giordano, dove il fiume è personificato da un vecchio con una canna palustre in mano (è di restauro tutta la zona superiore centrale, riconoscibile dalla tonalità più chiara dell’oro); intorno, una fascia con gli apostoli che muovono in due schiere, recando in mano le corone trionfali, ritmati da candeliere vegetali; nel registro più esterno si alternano le rappresentazioni simboliche di altari con il Vangelo, fiancheggiati da seggi con corone, e di troni cruciferi affiancati da transenne. Nelle nicchie del piano inferiore sono un piccolo altare bizantino, un vaso di marmo pario, di origine pagana, e una croce in bronzo (dell’arcivescovo Teodoro) della seconda metà del VII secolo, già sul tetto dell’edificio. Al centro è il fonte battesimale, rifatto nel XVI secolo con marmi antichi; il pergamo, in marmo greco, per fattura e decorazione è da ritenersi costantinopolitano (VI secolo).

  • Duomo Ravenna (RA)

    In piazza del Duomo, fronteggiata da una colonna in granito bigio (1605), con statua sommitale della Madonna (1659) dovuta forse a Clemente Molli, si leva la mole settecentesca del Duomo, approdo di complesse vicende architettoniche. La Cattedrale primitiva, intitolata alla Haghìa Anàstasis (Risurrezione di Cristo) ma detta pure basilica Ursiana dal suo fondatore (il vescovo Orso o Ursus), risaliva al principio del secolo V. Sontuosa e a cinque navate, sorse con gli annessi edifici episcopali ai margini orientali dell’oppidum, presso la porta Salustra, alla cui struttura era pertinente la torre cilindrica denominata Salustra e oggi inglobata nell’Arcivescovado. Le sue dimensioni e l’immediata notorietà raggiunta testimoniarono a lungo l’ascesa metropolitica della Chiesa di Ravenna e l’importanza del vescovo locale, suffraganeo di Roma. Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, venne interamente demolita nel 1733 e l’anno seguente, su disegno di Giovanni Francesco Buonamici, se ne iniziò, fra molte polemiche, la ricostruzione, terminata nel 1745. Già nel 1780 veniva affidato a Giuseppe Pistocchi il compito di rifare la cupola. La vasta facciata barocca è preceduta da un portico a tre grandi arcate. Dietro si alza la slanciata cupola ellittica. Sul fianco sinistra, isolato nel recinto chiuso da una cancellata di ferro, è il campanile cilindrico, innalzato verso la fine del secolo X, ma più volte restaurato, il cui piano originale è più di 2 metri al di sotto dell’attuale. Appartengono all’antica basilica le due colonne di granito rosso orientale che sostengono l’arco mediano del portico e le due di marmo greco presso il portone centrale. L’ampio interno, a croce latina, è scandito in tre navate divise da pilastri corinzi e da colonne di marmi diversi, con pavimento formato per lo più di pezzi antichi. Nella navata mediana, a destra, *ambone dell’arcivescovo Agnello, manufatto marmoreo della seconda metà del VI secolo, ricomposto nel 1913 e ornato di riquadri con figurazioni di animali simbolici. Nella 2a cappella della navata destra, la mensa dell’altare è formata dalla cosiddetta urna di S. Esuperanzio, già nella distrutta chiesa di S. Agnese. Nel transetto destro, la cappella dedicata alla Madonna del Sudore, costruita nel 1630-59 e in parte rivestita di marmi, ha nei lati due pregevoli *sarcofagi ravennati della seconda metà del V secolo, con rappresentazioni simboliche, ornati e figure. Nel peribolo, a destro, S. Luca tra due scaffali di libri, rilievo del 1492 attribuito a Tullio Lombardo. Nella camera dei Mansionari, attigua alla sagrestia, sono tre lunette (Lavanda dei piedi, Convito di Ester, Trionfo di Mardocheo) di Carlo Bonone e una con la Pietà di Marco Palmezzano. Nel transetto sinistro, la cappella del SS. Sacramento, costruita nel 1612 da Carlo Maderno, è decorata da affreschi (1620) di Guido Reni e discepoli; la pala d’altare (Mosè e la raccolta della manna nel deserto) è pure di Reni. Nell’ambito dei restauri terminati nel 2014, dietro l’abside è stato allestito uno spazio funerario dove hanno trovato posto i sepolcri degli ultimi arcivescovi ravennati, quello di Ersilio Tonini (1975-90) e quello di Luigi Amaducci (1990-2000).

  • Museo Arcivescovile Ravenna (RA)

    Preziosa raccolta di materiale artistico proveniente dall’antica Cattedrale e da altri edifici religiosi della città, allestito al primo piano dell’Arcivescovado. Nel novero dei reperti si segnalano: statua bizantina acefala (secolo VI) in porfido, forse raffigurante *Giustiniano; frammenti scultorei romani dello stesso ciclo del trono di S. Vitale; pianeta detta di S. Giovanni angeloptes in seta purpurea, forse del secolo X; pianeta trecentesca detta di S. Rainaldo Concoreggio; stoffe liturgiche della fine del secolo VII; sei frammenti del mosaico (1112) che decorava l’abside della prima Cattedrale, rappresentanti la Madonna, le teste di quattro santi e di un soldato; capsella marmorea delle reliquie dei Ss. Quirico e Giulitta (V secolo), già infissa nel muro del campanile di S. Giovanni Battista; croce dell’arcivescovo Agnello (VI secolo), in argento; parte anteriore dell’ambone della chiesa dei Ss. Giovanni e Paolo (597), coi titolari e animali simbolici; ciclo pasquale inciso su lastra marmorea (VI secolo); sarcofago del VI secolo, già all’interno dell’altare maggiore della Cattedrale. La sala della Torre Salustra, ambiente ricavato nell’interno della torre Salustra, probabile resto dell’omonima porta romana (secolo I) custodisce la celebre *cattedra di Massimiano, capolavoro della scultura eburnea del secolo VI, eseguita per il vescovo Massimiano di cui reca il monogramma; è opera di artisti che risentono di influssi diversi, alessandrini, ad esempio, oltre che costantinopolitani. I rilievi che decorano le tavolette di cui è composta, ciascuna contornata da ornati araldici con fronde e animali, raffigurano: sul rettangolo anteriore, il Battista e gli evangelisti; sui fianchi, in dieci riquadri, la storia di Giuseppe ebreo; sul postergale, la vita di Gesù, di cui rimangono sette tavolette delle primitive sedici. Al secondo piano del palazzo si trova l’archivio arcivescovile, dove sono custodite circa 13.000 pergamene, a partire dal secolo VII; 5 papiri, tra cui il più antico diploma pontificio che si conservi integro, di papa Pasquale I (819); un passionario del secolo XII; un codice miniato di Giulio Giovio. Nelle sale sono esposte alcune opere d’arte, tra cui una Madonna col Bambino e santi di Baldassarre Carrari il Giovane e un *busto del cardinale Capponi di Gian Lorenzo Bernini.

  • Oratorio di S. Andrea Ravenna (RA)

    L’oratorio di S. Andrea (detto anche cappella arcivescovile o di S. Pier Crisologo), cui si accede al primo piano del Museo arcivescovile, fu eretto per volontà di Pietro II (se ne legge il monogramma fra i mosaici) vescovo di Ravenna dal 491 al 519. Dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, è preceduto da una piccola àrdica con volta a botte, ricoperta da un mosaico di carattere ornamentale con uccelli e fiori cruciformi. Nella lunetta al disopra della porta, la figura del Christus militans integrata a tempera. L’oratorio è a croce greca, col braccio nord-orientale (ricostruito nel 1917) a forma di abside semicircolare. Il pavimento e i muri, fino alla cornice in stucco, sono rivestiti di marmi, alcuni di provenienza romana. La volta a vele splende di *mosaici dell’inizio del VI secolo: quattro bianchi angeli reggono, a braccia alzate, il disco centrale contenente il monogramma di Cristo e i simboli degli evangelisti. In due dei quattro sottarchi, entro medaglioni circolari, sono raffigurati i busti degli apostoli; nei medaglioni degli altri due sottarchi, 12 busti di santi e sante, alcuni a tempera. Nelle lunette laterali, Deposizione e Ascensione di Cristo, affreschi di Luca Longhi.

  • Piazza dei Caduti per la Libertà, Ravenna (RA)

    Vasta piazza aperta durante il fascismo con la denominazione di piazza del Littorio. Da qui ha inizio la lunga via Alfredo Baccarini, dove subito a destra, N. 1, è l’ingresso dell’edificio già sede dell’Accademia di Belle Arti, progettato da Ignazio Sarti nel 1827, che rivela nella facciata e sul fianco destro i segni dei pesanti interventi urbanistici attuati per l’apertura e la definizione della piazza.

  • Ex monastero di Classe Ravenna (RA)

    Fondato dai Camaldolesi entro le mura cittadine a partire dal 1512, quando i monaci furono costretti a trasferirsi dal monastero situato presso Classe, saccheggiato durante la battaglia di Ravenna, nei loro possedimenti in città, che mantengono l’antico e prestigioso nome del monastero, risalente almeno all’VIII secolo. Per tre secoli l’edificio è stato oggetto di continui ampliamenti, divenendo nel corso del tempo uno dei più grandi e maestosi monumenti dell’Ordine Camaldolese. Già sede dell’Accademia di Belle Arti, del Museo nazionale e di altre istituzioni culturali, è oggi sede della Biblioteca Classense. Il piano di recupero edilizio della vasta area monastica (circa 30.000 m2) ha avuto una tappa significativa nei restauri progettati da Marco Dezzi Bardeschi (1981-83), che ha recuperato a spazio espositivo la Manica lunga, al pianterreno. Superato il portale d’ingresso si accede ai due armoniosi chiostri: il primo, cinquecentesco, con la facciata barocca di Giuseppe Antonio Soratini (1682-1762); poi il chiostro Grande, edificato tra il 1611 e il 1620, con arcate su 32 colonne in pietra d’Istria e, nel mezzo, l’elegante pozzale disegnato nei primi anni del Settecento da Domenico Barbiani. Sempre al pianterreno, la monumentale sala dantesca corrisponde all’antico refettorio del monastero ed è ora adibita alla Lectura Dantis. Il grande dipinto murale di Luca Longhi raffigura le Nozze di Cana (1580).

  • Biblioteca Classense Ravenna (RA)

    La Biblioteca Classense, di cui si hanno tracce almeno dal 1568, ha sede nell'ex monastero di Classe. Fu accresciuta in modo determinante al principio del XVIII secolo dall’abate Pietro Canneti (1659-1730) ed è dal 1803 di proprietà comunale. Dal corridoio Grande, che al secondo piano viene riservato ad attività espositive, con gli affreschi seicenteschi di Giovanni Battista Barbiani che raffigurano i Santi Benedetto e Romualdo, si può accedere all’antica libreria camaldolese, realizzata nei primi anni del Settecento per volontà dell’abate Pietro Canneti su progetto di Paolo Soratini, ricca di statue e stucchi, arredata con scansie lignee finemente intagliate e decorata con affreschi e dipinti di Francesco Mancini. A seguire, sopraelevate, le sale delle scienze e quella delle arti, progettata da Camillo Morigia, e la lunga serie delle stanze che ospitano le preziose raccolte bibliografiche antiche. Il patrimonio conta oltre 850.000 volumi e opuscoli, circa 750 volumi manoscritti – 350 dei quali sono codici databili fra il X e il XVI secolo –, diverse migliaia di manoscritti in buste, fascicoli, lettere e una raccolta di 800 incunaboli che consentono di ripercorrere per intero la storia della nascita e dell’affermazione della stampa in Italia, tra i quali: il De Oratore di Cicerone (Subiaco, 1465), ritenuto il primo libro a stampa italiano; il Liber sextus Decretalium di Bonifacio VIII, miniato, stampato a Magonza nel 1465; la Historia Naturalis di Plinio il Vecchio, edita a Venezia nel 1469; la Hypnerotomachia Poliphili, stampata a Venezia nel 1499 da Aldo Manuzio. Tra i codici, molti dei quali miniati, l’Aristofane Classense, manoscritto pergamenaceo del X secolo, unico di alta datazione a contenere le undici opere superstiti del commediografo greco, e il manoscritto 143, pergamenaceo della seconda metà del XV secolo, contenente il Canzoniere e i Trionfi di Francesco Petrarca, con una magnifica illustrazione a piena pagina del Trionfo d’Amore attribuita a Sandro Botticelli. Pregevoli l’Isolario (1422) di Cristoforo Buondelmonti; il Tractatus sull’edificazione della chiesa di S. Giovanni Evangelista, con un testo dell’arcivescovo Rinaldo da Concorezzo, contemporaneo di Dante (codice pergamenaceo del secolo XIV); di grande importanza, inoltre, la raccolta di xilografie quattrocentesche di scuola italiana e tedesca. Nella sala olschki è conservata l’omonima Raccolta Dantesca, acquisita nel 1905, straordinaria collezione di edizioni dell’Alighieri e di critica dantesca. Nell’edificio è ospitato anche l’Archivio storico comunale, con documenti a partire dal X secolo e altri fondi.

  • TAMO-Tutta l'Avventura del Mosaico Ravenna (RA)

    Ospitato nella ex chiesa di S. Niccolò, eretta nella seconda metà del XIII secolo per gli Ereitani, il Museo Tamo Mosaico è dedicato al mosaico antico e contemporaneo. L’allestimento all’interno del complesso monumentale della chiesa duecentesca propone un affascinante percorso attraverso reperti eccellenti, molti dei quali inediti, e perlustra la storia delle tecniche e dei materiali. Il mondo del mosaico emerge grazie a un insieme di opere che spaziano da importanti documenti di epoca antica e tardo-antica, a testimonianze artistiche contemporanee che mostrano la permanenza della vocazione per l’arte musiva di Ravenna. La chiesa di S. Niccolò fu affrescata a più riprese tra il XIV e il XVII secolo con cicli pittorici, oggi in gran parte mutili, che avvolgono l’intero spazio espositivo. Il percorso di visita si sviluppa in sette sezioni: pavimenta, itinerario tra le tipologie dei mosaici pavimentali; ecclesia palatium, con pavimenti musivi di edifici religiosi e pubblici; domus palatium, con i mosaici provenienti da edifici privati; aurum, mostra dei materiali e degli strumenti dell’arte del mosaico; eternità e storia, una galleria tra gli edifici più belli dal V all’VIII secolo; panorama, con un excursus fra tecnologie e interattività. Dal 2012 il Museo si è arricchito della sezione mosaici tra inferno e paradiso, un itinerario tra i capolavori di arte contemporanea dedicati a Dante Alighieri e ispirati ai canti della Divina Commedia. Si tratta di 21 pannelli – alcuni di grande formato – commissionati nel 1965 dal Comune di Ravenna a grandi artisti italiani del ’900 per celebrare il VII centenario della nascita di Dante. Le opere, disegnate su cartone da Purificato, Cantatore, Gentilini, Mattioli, Ruffini, Morigi Berti, Sassu e Saetti, furono eseguite da artisti e artigiani del mosaico ravennati, quali Libera Musiani, Giuseppe Salietti, Santo Spartà, Sergio Cicognani e Renato Signorini.

  • S. Romualdo Ravenna (RA)

    Pertinente al monastero di Classe è la chiesa di S. Romualdo, posta in angolo con via Rondinelli, costruita nel 1629 da Luca Danesi a partire da un edificio preesistente e decorata con affreschi di Giovanni Battista Barbiani e Cesare Pronti. L’altare maggiore (1780), ricco di marmi e di bronzi, è di Camillo Morigia. Dal settembre 2021 ospita la sede dell’Orchestra Giovanile «Luigi Cherubini», fondata da Riccardo Muti nel 2004.

  • Casa Oriani Ravenna (RA)

    Sorta nel 1936 sul sito della cinquecentesca casa Rizzetti dove nel 1819-20 alloggiò George Byron (lapide). Vi ha sede la Biblioteca di Storia contemporanea, istituita nel 1927 (l’ingresso è al N. 26 della via Corrado Ricci). Possiede una delle più ricche collezioni esistenti in Italia di fonti a stampa sull’età contemporanea e sugli studi politici e sociali (assai fornita è inoltre l’Emeroteca, trasferita in palazzo Farini, dove sono consultabili oltre 1200 giornali e riviste correnti); dal 1927 al 1943, quando si chiamava Biblioteca Mussolini, operò in particolare come biblioteca storica del fascismo.

  • Piazza S. Francesco Ravenna (RA)

    Centro della cosiddetta «zona dantesca», sistemata nelle forme attuali negli anni ’30 del Novecento con la realizzazione di vialetti e giardini. Il portico monumentale, che definisce il lato destra della piazza, appartiene al palazzo della Provincia, costruito nel 1928 su progetto dell’architetto piacentino Giulio Ulisse Arata, sulle ceneri dell’antico palazzo nobiliare della famiglia Rasponi, distrutto da un incendio nel 1922. Dell’antico palazzo, risalente con tutta probabilità alla fine del XVIII secolo, rimangono la cosiddetta cripta e il giardino pensile, inseriti all’interno di elementi architettonici di epoche diverse. Il portico del palazzo della Provincia, sorretto da colonne cinquecentesche, è parte di un chiostro ‘erratico’: eretto nel 1522 nel monastero di S. Maria in Porto, venne in parte trasferito nella sede ravennate dei Camaldolesi di Classe nel 1886, per ornare i locali che ospitavano il primitivo Museo nazionale, e quindi posto nella collocazione attuale nel 1934.

  • Cripta Rasponi Ravenna (RA)

    Inglobata all’interno del palazzo della Provincia, la cripta è il nucleo più antico conservatosi del palazzo Rasponi. Si tratta di una piccola cappella gentilizia che tuttavia non ha mai accolto i defunti della famiglia. È suddivisa in tre ambienti: quello di accesso s’innesta alla base di una torretta neogotica (fine XIX secolo); un secondo vano conserva una sfera di pietra con l’iscrizione sic vita pendet ab alto; infine, l’ultima stanza accoglie un piccolo altare per le funzioni religiose. Di particolare interesse sono i mosaici che decorano il pavimento, provenienti dalla basilica di S. Severo (a Classe) e databili alla fine del vi secolo. I mosaici raffigurano motivi ornamentali e figure di animali (galline, anatre, oche, teste di ariete e serpenti), vivacizzati dall’uso di smalti che ne esaltano la ricchezza cromatica. L’intera ambientazione della cripta conduce il visitatore in un’atmosfera romantica e pittoresca.

  • Giardino pensile Ravenna (RA)

    Uscendo dalla cripta Rasponi si accede allo splendido giardino all’italiana, tra cipressi, bossi e piante d’alloro, e dotato di una bella fontana circolare al centro con giochi d’acqua. In questo luogo romantico George Byron si innamorò della contessa Teresa Guiccioli, durante il suo soggiorno a Ravenna nel 1819. Salendo, attorniati da più livelli e sfumature di architettura verde, si giunge a una prima terrazza pensile, all’epoca collegata alle scuderie e ai magazzini del palazzo Rasponi; quindi si arriva in corrispondenza del vertice della torre, per poi concludere la passeggiata sul belvedere che domina dall’alto la piazza della basilica di S. Francesco, dove venne celebrato il funerale di Dante Alighieri.

  • S. Francesco Ravenna (RA)

    Fatta erigere dopo la metà del V secolo dal vescovo Neone in onore dei Ss. Apostoli; a lungo intitolata a S. Pietro Maggiore, deve il nome attuale ai frati conventuali, che ne entrarono in possesso nel 1261. Ricostruita nel secolo X, venne rimaneggiata nel 1793 e completamente restaurata nel 1921 e di nuovo dopo il bombardamento aereo del 25 agosto 1944. La semplice e alta facciata, in mattoni scoperti, ha sopra il portale una bifora; la struttura dell’antica costruzione è ancora avvertibile nella traccia di arco visibile a destra dell’ingresso, parte superiore di una porta la cui base poggia a 3 metri di profondità a causa del forte abbassamento del suolo anche in quest’area. Sulla destra, il bel campanile protoromanico che si leva dall’interno della chiesa; a pianta quadrata (secoli IX-XI), nel 1921 è stato integrato e regolarizzato nei tre giri successivi di bifore, trifore e quadrifore (queste ultime aperte allora). L’interno basilicale, semplice e austero, è a tre navate divise da 24 colonne di marmo greco, con soffitto ligneo a carena rifatto (1921) sui resti di quello trecentesco. Nel muro del campanile, subito a destra dell’ingresso, sono infissi frammenti di plutei bizantini, di mosaici e di affreschi staccati forse di Giovanni Baronzio. Nella navata destra, la 1a cappella, con eleganti decorazioni di Tullio Lombardo (1525), custodisce alla parete destra, entro nicchia, un affresco trecentesco; nella 3a, con arco cinquecentesco e cupola affrescata da Andrea Barbiani, Madonna col Bambino, santi e l’offerente Camilla del Corno, tavola di Gaspare Sacchi. Nel presbiterio, l’altare maggiore è formato dalla cosiddetta *urna del vescovo Liberio (secolo V), adorna di rilievi raffiguranti Gesù e gli apostoli. Sotto l’abside si apre la cripta, sempre invasa dalle acque, dei secoli IX e X, con quattro colonne centrali e 18 all’intorno ornate di capitelli bizantini e romanici. Nella navata sinistra: sepolcro di Luffo Numai di Tommaso Fiamberti (1509); lapide sepolcrale di Ostasio da Polenta (1396) in marmo rosso veronese; entro un grande arco nel muro, frammenti (quasi scomparsi) di affreschi di scuola giottesco-romagnola del XIV secolo, unici resti della cappella Polentani, e sarcofago del V secolo con Cristo e gli apostoli.

  • Tomba di Dante Ravenna (RA)

    Il sepolcro di Dante, eretto nel 1780 da Camillo Morigia, è l'ultima delle sepolture che la città dedicò al poeta per onorare la memoria del suo soggiorno ravennate. Dante Alighieri in esilio trovò ultimo rifugio a Ravenna, presso Guido Novello da Polenta; qui ultimò la Commedia e scrisse le Egloghe; la sua morte avvenne nella notte fra il 13 e il 14 settembre 1321, dopo un viaggio a Venezia in qualità di ambasciatore. La sua prima sepoltura fu un antico sarcofago posto sotto un portico laterale della chiesa di S. Francesco. Nel 1483 il podestà veneto Bernardo Bembo, con l’intento di rafforzare il valore simbolico del luogo, affidò allo scultore Pietro Lombardo il compito di ornare la tomba con l’immagine del Poeta e di cingerla di una cella, sul cui arco venne posta la targa (con il motto bembiano «Virtus et Honor») che ora si vede nel muro accanto al sepolcro. Infine il cardinale legato Luigi Valenti Gonzaga incaricò nel 1780 Camillo Morigia di erigere l’attuale tempietto, con l’impegno di rispettare, adeguandola al gusto neoclassico, l’opera di Pietro Lombardo. I Francescani, per sottrarre le ossa del Poeta a un possibile trafugamento (autorizzato nel 1519 da papa Leone X Medici, che intendeva portarle a Firenze), le tolsero dal sepolcro collocandole in una cassetta all’interno del convento. Probabilmente nel 1810, al tempo delle soppressioni napoleoniche, le celarono in una porta murata dell’edicola di Braccioforte, dove furono casualmente rinvenute nel 1865 durante i lavori connessi alle celebrazioni del VI centenario della nascita di Dante, e ricollocate nel primitivo sarcofago. Di fronte all’ingresso, addossata alla parete di fondo, è la tomba di Dante Alighieri, con l’epitaffio attribuito a Bernardo Canaccio fatto incidere nella seconda metà del Trecento; sopra, bassorilievo con l’immagine del poeta in fattezze umanistiche nell’atto di confrontare alcuni testi, opera di Pietro Lombardo, racchiuso entro un riquadro di marmo africano antico e greco. Ai piedi del sarcofago è una corona di bronzo e argento, nella quale sono incisi i versi riferiti ai confini d’Italia, opera di Lodovico Pogliaghi (1921). Davanti, arde dal 13 settembre 1908 la lampada votiva donata dalla Società Dantesca Italiana per la quale la seconda domenica di settembre di ogni anno il Comune di Firenze porta in dono l’olio per la luce perpetua, nella solenne cerimonia denominata Annuale della morte di Dante. Una scala esterna dietro al sepolcro sale al campaniletto a vela (1921), con campana donata dalle città italiane.

  • Quadrarco di Braccioforte Ravenna (RA)

    Antico oratorio, del 1480 – probabile prolungamento dell’àrdica, ora scomparsa, della basilica di S. Francesco – più volte rimaneggiato e sopraelevato; l’aspetto attuale risale al 1865, mentre il nome, di origine remota, sarebbe riferito alla robusta corporatura dell’immagine del Salvatore ivi dipinta e oggi non più visibile. Costituito da quattro archi su pilastri e chiuso da una moderna cancellata di ferro, ospita due antichi sarcofagi: il più grande, del secolo V, poi utilizzato come sepoltura della famiglia Pignatta, ha rilievi raffiguranti il Redentore tra due apostoli, la Visitazione, l’Annunciazione e Due cervi alla fonte; l’altro servì come arca dei Traversari.

  • Ex convento di S. Francesco Ravenna (RA)

    Sul lato opposto del monumento funebre dantesco, dietro una cancellata, è visibile il chiostro cinquecentesco dell’ex convento di S. Francesco, con portico terreno su esili colonne e una loggia superiore; lo orna al centro un bel pozzale, pure cinquecentesco, con due colonne e capitelli bizantini. Al primo piano si possono visitare le sale, disposte attorno al chiostro dell’ex convento francescano, del Museo Dante.

  • Museo Dantesco Ravenna (RA)

    Al primo piano dell’ex convento francescano, il Museo Dante, fondato nel 1921 e completamente rinnovato nel 2021 dal Comune di Ravenna in accordo con Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna e Centro Dantesco dei Frati Minori conventuali. Il museo propone una ricognizione sulla vita e la memoria del Poeta, attraverso un percorso immersivo ed emozionale, tra storia e immagini, con un uso ragionato dell’interattività e della multimedialità. L’avventura umana, la vicenda artistica di Dante e la successiva fortuna della Commedia sono supportate da una presenza significativa di reperti e oggetti di grande suggestione, come la cassetta in cui i frati nascosero le ossa, e l’arca in cui furono esposte nel 1865, dopo il loro fortuito ritrovamento.

  • Casa Dante Ravenna (RA)

    Inaugurata nel 2021, Casa Dante è uno spazio polifunzionale che testimonia la fortuna del Poeta negli ultimi due secoli. Ospitata in una trecentesca dimora nobiliare, è stata realizzata in collaborazione con la Galleria degli Uffizi di Firenze e dell’ADI Design Museum Compasso d’Oro di Milano. L’istituzione fiorentina ha fornito opere pittoriche che documentano la fortuna iconografica ottocentesca dell’universo dantesco presso gli artisti, fiorentini per nascita o per elezione; quella milanese una selezione di oggetti dalle collezioni storiche del Premio Compasso d’Oro che sviluppano una lettura dei temi danteschi in chiave contemporanea. Le opere esposte sono: di Andrea Pierini Incontro di Dante con Beatrice nel Purgatorio (1853); di Giovanni Mochi Dante presenta Giotto al Signore di Ravenna (circa 1855); di Giovanni Bastianini Busto di Piccarda Donati; di Otto Vermehren Paolo e Francesca (1900-1910). Inoltre la sala della Biblioteca Classense contiene le collezioni dantesche formatesi a partire dalla metà del XIX secolo con lo scopo di raccogliere i cimeli ravennati legati al Poeta.

  • S. Agata Maggiore Ravenna (RA)

    Introdotta, nell’area anticamente occupata dal quadriportico, da un giardinetto dove sono sparsi sarcofagi ed elementi architettonici rinvenuti nel corso di scavi del primo Novecento. Fondata alla fine del V secolo, subì profondi rimaneggiamenti e restauri già nel VI secolo e successivamente alla fine del Quattrocento. Visibilmente soggetta a interramento (il pavimento originale è al di sotto di m 2,80 rispetto all’attuale), presenta una semplice facciata con bifora e protiro cinquecentesco già sul fianco della chiesa di S. Niccolò. Sulla destra si leva il campanile cilindrico compiuto nel 1560. L’interno, notevole, è a tre navate, divise da 20 colonne con capitelli romani, bizantini, rinascimentali e pulvini monogrammati; il soffitto è a travature scoperte, l’abside semicircolare. La lunghezza, raccorciata rispetto alle chiese ravennati, l’avvicina alla chiesa di S. Agata dei Goti a Roma. Nel lato destro della navata mediana, ambone in marmo greco venato del VI secolo, ricavato da un solo pezzo (è forse il rocchio di una gigantesca colonna scanalata). Alle pareti delle due navatelle, frammenti architettonici antichi. L’altare posto in fondo alla navata destra è formato dal cosiddetto sarcofago del diacono Sergio, sormontato da un elegante baldacchino con pala (Ss. Agata, Cecilia e Caterina) di Luca Longhi. Nel presbiterio il paliotto dell’altare maggiore è costituito da un pluteo del secolo VII. L’abside, realizzata (come a S. Vitale e a S. Apollinare in Classe) con i tipici mattoni lunghi e sottili delle fabbriche di Giuliano l’Argentario e coperta da una struttura in tubi fittili, era anticamente ornata di un mosaico (Gesù in trono su fondo aureo tra due arcangeli) caduto nel 1688, del quale rimangono scarse tracce negli stipiti delle finestre ripristinate. Nella navata sin. un baldacchino rinascimentale, dove è posta una pala formata da due dipinti: quello più grande raffigura le Ss. Apollonia e Lucia di Andrea Barbiani, nel quale è inserito l’altro dipinto, con la Madonna del Buon Consiglio. Alla metà della stessa, Madonna col Bambino e i Ss. Pietro e Maddalena di G.B. Barbiani.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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