Ferrara: le addizioni di Niccolò II e di Borso

In collaborazione con Touring Club

Il percorso propone la visita degli ambiti delle due addizioni che precedono l’ampliamento rinascimentale di Ercole I d’Este: quella di Niccolò II, del 1386, e quella di Borso, del 1451. In entrambe le emergenze architettoniche sono rilevanti, e così pure i complessi museali e religiosi: la chiesa di S. Francesco e il Museo di Schifanoia nella prima, il palazzo di Ludovico il Moro e il Museo Archeologico nazionale che riunisce i corredi di Spina nella seconda. Il raccordo tra le due addizioni è proposto attraverso un tratto delle mura di Alfonso I, nei luoghi del Montagnone.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Via Voltapaletto Ferrara (FE)

    Via che con i segmenti successivi costituisce l’asse cardine dell’addizione trecentesca; la strada ha andamento leggermente mosso, così da offrire prospettive sempre variate sulle quinte laterali prevalentemente in cotto. Al N. 11 è il palazzo Bevilacqua-Boschi, dalla fronte decorata con busti e trofei scolpiti in arenaria; originario del primo Seicento, venne rifatto nel secolo successivo e ristrutturato nell’Ottocento. Conclude il primo tronco della strada l’improvvisa apertura del sagrato della basilica di S. Francesco.

  • S. Francesco Ferrara (FE)

    Basilica dalla vasta facciata in cotto, rinnovata da Biagio Rossetti a partire dal 1494 su strutture preesistenti (1227), conserva nel rigore dell’impostazione spaziale il segno del maestro, mentre all’esterno, per i molti rifacimenti e le manomissioni, l’originaria forza ideativa non si rivela più appieno. Dei due ordini della facciata il superiore è frutto di un rifacimento successivo al terremoto del 1570; l’inferiore ha un portale marmoreo cinquecentesco (i laterali sono dell’Ottocento) e un raffinato fregio in cotto, ritmato da medaglioni raffiguranti il busto di S. Francesco, sorretti da angeli (Gabriele Frisoni o Domenico di Paris). Dietro, sulla sinistra, scarsamente visibile, è il campanile di G.B. Aleotti (1605), mozzato perché minacciava di rovinare. La composizione dello spazio interno, di derivazione brunelleschiana e regolata su un tracciato di maglie quadrate, e soprattutto gli effetti della luce fanno di S. Francesco una delle pagine più importanti dell’architettura rossettiana e del Rinascimento ferrarese in genere. Nel 1836 numerosi dipinti, in particolare pale del Garofalo, furono trasferiti a costituire la Pinacoteca e rimpiazzati con copie. La sostituzione del pavimento in cotto con uno in marmo botticino (1956) ha inoltre alterato l’equilibrio spaziale della basilica, che in quella occasione fu anche interamente spogliata dell’arredo sei-settecentesco. Lungo le pareti della navata centrale corre un ricco fregio di Girolamo da Carpi (1526-29), mentre nei pennacchi e al centro delle volte sono raffigurati santi e beati francescani, dal punto di vista iconografico il ciclo più completo oggi esistente: iniziato nel XVI secolo dai pittori Gabriele Bonaccioli, Angelo Bonacorsi e Tommaso da Carpi, fu continuato nei secoli successivi e completato nel XIX. Le cappelle della Navata destra sono state oggetto di un intervento di restauro (1984) che ha recuperato, nelle volte, la decorazione a cielo stellato e le immagini centrali di santi (secolo XVI); la doratura dei cotti e la decorazione neocinquecentesca delle pareti fu eseguita nei primi anni del Novecento. 2a cappella: Pietà, gruppo ligneo dipinto della fine del secolo XV. 5a: S. Francesco di Paola e angeli di Giuseppe Antonio Ghedini (1770 circa). Al pilastro fra la 6a e la 7a cappella, Flagellazione di Cristo: il Cristo in terracotta è della fine del secolo XV, i due carnefici, aggiunti ad affresco, della metà del xvi. 8a cappella: le figure affrescate di S. Antonio da Padova e della Madonna col Bambino incoronata dagli angeli sono attribuite alla bottega dei Marsigli (secolo XV). Transetto destro: sopra la porta laterale, sarcofago di Violantilla Villa (m. 1500); ai lati, Mosè fa scaturire le acque dalla rupe e Nozze di Cana (1632 circa) del fiammingo Giovanni Vangembes; a destra, mausoleo di Ghiron Francesco Villa (metà 1670), capitano al soldo dei Savoia, del re di Francia e della Repubblica veneta nella difesa di Candia (l’attuale Creta), progettato da Emanuele Tesauro; nella cappella a destra del presbiterio, Madonna Glycophilousa di scuola cretese-veneziana del secolo XVI. Presbiterio: alle pareti laterali, Presentazione di Gesù al Tempio e Gesù fra i dottori, due vaste tele di Antonio Bonfanti (1625 circa); sopra il coro cinquecentesco in noce è un grandioso trittico di Domenico Mona raffigurante Deposizione, Ascensione e Risurrezione (1580-83); nella predella, i riquadri con Giona gettato in mare e Giona espulso dalla balena sono sempre del Mona; quelli con santi, di Nicolò Roselli (1569). Nel transetto sinistro, cappella dell’Immacolata: statua dell’Immacolata di Angelo Piò; alle pareti, la Madonna col Bambino appare a S. Caterina Vegri di G.B. Cozza, e Madonna col Bambino e i Ss. Carlo Borromeo, Bernardino, Antonio e un santo vescovo di Francesco Parolini (1780 circa). Sul prospetto della cantoria, sei santi francescani di Carlo Bononi; sotto, sarcofago ravennate del V secolo, riutilizzato come sepoltura di Francesco Ariosto, zio del poeta, e della moglie Francesca Fontana. Nella navata sinistra, 8a cappella: Crocifisso ligneo del secolo XVII. 7a: Riposo durante la fuga in Egitto dello Scarsellino (1610 c.). 6a: Vergine assunta col ritratto della committente Giulia Muzzarelli, copia da Girolamo da Carpi dello Scarsellino (1598 circa). 5a: Madonna in gloria con i Ss. Giovanni Battista, Bonaventura e Sebastiano di Francesco Naselli (1630 c.). 4a: nella volta, decorazione settecentesca; alla parete destra, Presepe, rilievo in stucco policromo di Pietro Turchi. 2a: Martirio di S. Filomena di Antonio Boldini (1850 circa). 1a: altare marmoreo con Orazione nell’orto, altorilievo di Cristoforo Bregno e Battista Rizzi; ai lati, ritratti di Francesco e Agostina Massa che avevano il patronato della cappella (1520 circa), e alla parete sinistra, Orazione nell’orto, affresco del Garofalo (1524).

  • Palazzo di Renata di Francia Ferrara (FE)

    Palazzo di Renata di Francia, o Pareschi (già palazzo Estense) e dal 1963 proprietà dell’Università. Costruito da Pietro Benvenuti e poi modificato da Biagio Rossetti, venne gravemente alterato nel Settecento, conservando il portale marmoreo (N. 9), adorno di fini bassorilievi con animali chimerici, e un elegante cortile rinascimentale a portico; architettonicamente rilevanti, nella nitida superficie, le finestre incorniciate da mostre curvilinee in cotto. Nei primi anni ’60 del Novecento l’edificio venne restaurato da Piero Bottoni. Negli ambienti interni, fastose cassapanche e una madia, dipinte con figure di Virtù, della bottega di Giuseppe Facchinetti (1780 circa), sei sovrapporte decorate con giochi di putti (1780 circa), soffitti affrescati da Vittorio Bigari e Giuseppe Facchinetti (Ratto di Ganimede, Il silenzio, il sonno e la notte, l’Olimpo e Il trionfo di Nettuno). Nell’aula magna, il soffitto (fine secolo XVI) proviene da un palazzo demolito. Dopo aver ospitato Isabella d’Aragona – che dimorò a Ferrara, esule, dopo aver perso il marito e il regno – e Renata di Francia – la moglie di Ercole II, presso la quale soggiornò nel 1535 Giovanni Calvino – l’edificio è oggi sede del Rettorato dell’Università degli Studi, che fu fondata da Alberto V d’Este nel 1391 e che sotto il ducato estense ebbe periodi di sommo splendore, specie nel Cinquecento per il livello raggiuntovi dall’insegnamento della medicina. Nel secolo XVII Clemente VII le riconobbe gli statuti e i privilegi antichi, ma ciò non valse ad arrestarne il progressivo decadimento. Soppressa nel 1806 da Napoleone I, riprese in seguito l’attività e attualmente comprende i dipartimenti di Architettura, Economia e Management, Fisica e Scienze della Terra, Giurisprudenza, Ingegneria, Matematica e Informatica, Medicina Traslazionale e per la Romagna, Neuroscienze e Riabilitazione, Scienze Chimiche Farmaceutiche ed Agrarie, Scienze della Vita e Biotecnologie, Scienze Mediche, Studi Umanistici, e la Facoltà di Medicina, Farmacia e Prevenzione.

  • Casa Romei Ferrara (FE)

    Di fronte all’Università, la casa Romei, una delle più notevoli abitazioni signorili del Quattrocento che si conservino a Ferrara, chiusa dalla parte della strada da un affaccio ‘introverso’. Venne iniziata attorno al 1445 per Giovanni Romei da Pietrobono Brasavola, che riunì in un solo organismo proprietà diverse e adottò, accanto a soluzioni tardo-gotiche, altre di gusto rinascimentale. L’edificio fu parzialmente modificato a partire dal 1491, quando per testamento passò in proprietà all’adiacente convento del Corpus Domini, del quale fece parte fino al 1866. Di belle proporzioni il cortile d’Onore, attorno al quale girano su tre lati un portico con gli archi in parte sostenuti ‘a baldresca’, e un loggiato, con ornati in cotto; sul quarto lato, monogramma raggiato di Cristo, incorniciato da otto angeli in cotto. Il loggiato superiore conserva eleganti ma frammentarie decorazioni murali. Le stanze del pianterreno sono in parte adibite a lapidario (in una è stata rinvenuta una vasca termale domestica), e in parte corrispondono all’ampliamento degli anni ’70 del Quattrocento imposto dal matrimonio di Giovanni Romei con Polissena d’Este, nipote del duca Borso. Tra le opere esposte, la statua di Napoleone, frammento residuo dell’opera dello scultore bolognese Giacomo De Maria), collocata sulla colonna di piazza Ariostea. La sala delle Sibille è così detta dal soggetto delle decorazioni ad affresco (metà del Quattrocento), e adorna di un grande camino con cappa poligonale ornata di cotti. Nella saletta dei Profeti, la decorazione a figure sacre e cartigli reca motti biblici e filosofici. Semplice il vicino cortile di linee rinascimentali. Le sale del piano nobile, trasformate per volontà del cardinale Ippolito II d’Este, sono in gran parte sobriamente decorate con motivi ornamentali da Camillo Filippi nella seconda metà del Cinquecento, conservano pregevoli affreschi staccati da chiese soppresse o distrutte, in prevalenza del secolo XIV, e sculture rinascimentali (particolarmente notevoli la bella statua di S. Nicola da Tolentino e la Deposizione attribuite ad Alfonso Lombardi, e un rilievo policromo della Madonna col Bambino, sola opera in città attribuita a Donatello e bottega); tra gli ambienti spiccano la graziosa cappelletta delle Principesse; la sala sul cui soffitto il Filippi dipinse Davide che decapita Golia; l’attiguo salone con camino del Quattrocento; una saletta (forse alcova di Giovanni Romei) con soffitto ornato di xilografie su carta, esempio di tecnica decorativa raro per l’epoca.

  • Parco Pareschi Ferrara (FE)

    Dietro il palazzo di Renata di Francia (con accesso principale da corso della Giovecca), si stende il parco Pareschi, area verde pubblica recintata, già pertinente al palazzo.

  • Via Savonarola Ferrara (FE)

    Proseguimento di via Voltapaletto, asse cardine dell’addizione trecentesca di Niccolò II. In corrispondenza del transetto della chiesa di S. Francesco la casa natale di Giovanni Boldini (N. 10). Poco distante il netto volume del palazzo di Renata di Francia, proprietà dell’Università. Di fronte all’Università, la casa Romei, notevole abitazione signorile del Quattrocento. In uno slargo della via (piazzetta Giovanni da Tossignano) prospettano la chiesa settecentesca di S. Girolamo, opera di Giulio Panizza (in facciata, statue di Andrea Ferreri) e le facciate di alcune case patrizie, tra le quali, al N. 19, quella che vide i natali di Girolamo Savonarola. Al N. 38 il palazzo Contughi-Gulinelli, opera cinquecentesca di Alessandro Balbi, dal maestoso portale, oggi sede di dipartimenti dell’Università.

  • Monastero del Corpus Domini Ferrara (FE)

    Convento fondato nel 1406, adiacente all’omonima chiesa, dal prospetto di disegno goticheggiante. Gravemente danneggiata da un incendio nel 1665, la chiesa fu ristrutturata da Antonio Foschini (1769-70) che le diede l’assetto attuale. Nel soffitto, Gloria di S. Caterina Vegri (che dal 1426 al 1456 fu monaca in questo convento) di Giuseppe Antonio Ghedini, del quale sono pure l’Annunciazione e il Transito di S. Giuseppe (1770-73) alla parete sinistra; all’altare maggiore, Comunione degli Apostoli di Giambettino Cignaroli, affiancata da due statue lignee di Melchisedec e Abramo (secolo XVIII). Nella suggestiva *chiesa interna, o coro delle Clarisse, all’altare maggiore Crocifissione dello Scarsellino, sulla cantoria Deposizione, monocromo del Ghedini, e alle pareti numerosi dipinti del XVII e XVIII secolo, tra i quali Immacolata di Maurelio Scannavini (1688 circa) e S. Caterina in trono di Lorenzo Garofoli (1712 circa). La comunità fu a lungo protetta dagli Estensi che numerosi vi vollero essere sepolti; nel pavimento sono la tomba di Niccolò III, della moglie Ricciarda, di Ercole I, del figlio Alberto V, di Sigismondo, di Giulio, di Ferrante e di Alfonsino, quella di Alfonso I e Lucrezia Borgia sua moglie e dei figli Alessandro e Isabella, quella di Eleonora, loro sorella, quella di Ercole II.

  • Museo Riminaldi-Palazzo Bonacossi Ferrara (FE)

    Palazzo Bonacossi, con fronte in mattoni e torre ‘alla toscana’, edificato nel Quattrocento e assegnato dal duca Borso d’Este al fiorentino Diotisalvi Neroni, è oggi sede direttiva dei Musei di Arte antica. Negli ambienti con decorazioni tardo-barocche, caratterizzati da stucchi e affreschi, trovano posto gli uffici e alcune sale espositive dei Musei di Arte antica. Ha qui sede la ricca Biblioteca di archeologia e storia dell’arte dei Musei e la relativa fototeca.

  • Palazzo Schifanoia Ferrara (FE)

    Palazzo dal lungo scarno prospetto sul quale spicca, in posizione decentrata, il maestoso *portale marmoreo a due ordini, di finissima scultura, che s’innalza fino al cornicione (il portale di destra, egualmente pregevole per l’eleganza degli ornati, è cinquecentesco). La più famosa delle ‘delizie’ estensi fu iniziata nel suo primo nucleo (l’ala di sinistra, più bassa) alla fine del secolo XIV. Testimonianza eccezionale dei fasti dell’epoca rinascimentale, Schifanoia è il simbolo della Ferrara degli Este. Sorto attorno al 1385 come residenza ricreativa suburbana (delizia) per schifar, ovvero «schivar», la noia, il palazzo fu più volte ampliato finché sotto la signoria di Borso d’Este, tra il 1464 e il 1469, raggiunse lo status di sontuoso palazzo di governo, a misura della grandezza europea della Ferrara del tempo. Il palazzo ospita il Museo Schifanoia, celebre per gli affreschi del salone dei Mesi.

  • S. Maria in Vado Ferrara (FE)

    Eretta intorno al Mille, rifatta tra il 1495 e il 1518, secondo l’ipotesi più diffusa da Biagio Rossetti (il cui segno è riconoscibile oggi solo nella geometria della struttura). L’impianto rinascimentale venne successivamente manomesso: in particolare, l’innalzamento della navata minore destra e del braccio meridionale del transetto (dopo il 1572) alterò le proporzioni della chiesa. A destra della facciata (con portale marmoreo del 1556 e statue di Andrea Ferreri) è l’ingresso al chiostro (secolo XVI), ove sono numerose iscrizioni sepolcrali un tempo nella chiesa; il secondo chiostro dal 1847 è stato inglobato in altro edificio. L’interno, interessato da numerosi interventi sei-settecenteschi, appare, nell’affollarsi delle decorazioni pittoriche di squisita composizione, di aspetto barocco. Nel soffitto della navata centrale sono collocati un dipinto di Giulio Cromer (Presentazione al Tempio; 1620) e due di Carlo Bononi (La SS. Trinità adorata dai Beati e Visitazione). L’Incoronazione della Vergine, il Miracolo del Preziosissimo Sangue e la Condanna dell’eresia dei Catari e dei Patarini, sempre del Bononi (1617-20), decorano invece la finta cupola e i due bracci del transetto. Altri affreschi, di Giuseppe Antonio Ghedini in collaborazione col quadraturista Giacomo Filippi, ornano altresì il transetto: nel braccio destro, finte statue tra cui la Fede che colpisce l’Eresia, e in quello sinistro, Giuditta con la testa di Oloferne e Giaele che colpisce Sisara. Nella navata destra, 1a campata: S. Giovanni a Patmos, copia da Dosso Dossi di Gregorio Boari. 2a: Apparizione di Cristo a S. Gertrude con i Ss. Ubaldo e Onofrio di Giulio Cromer. 3a: S. Cecilia, copia dal Bastianino di Gregorio Boari. 4a: Madonna Amolyntos (= della Passione), o Madonna di Costantinopoli, di scuola cretese-veneziana del secolo XVI; la Natività che incornicia l’icona è un bassorilievo di Filippo Porri; in questo punto della chiesa, nel 1171 avvenne il miracolo del Preziosissimo Sangue. 5a: sopra il confessionale, Annunciazione del secolo XVIII; sul pilastro, lastra tombale del Garofalo. La cappella del transetto destro è dedicata al miracolo del Preziosissimo Sangue, che sarebbe avvenuto il 28 marzo 1171, mentre celebrava la messa il dubbioso Pietro da Verona; giunto alla fractio panis, il sangue spicciò con tanta abbondanza da macchiare la volta della cappella. Nel 1501 si provvide a trasferire in questo tempietto la muratura ritenuta oggetto della manifestazione divina; la struttura marmorea è di Alessandro Balbi, incaricato dal duca Alfonso II; di Francesco Parolini (1740 circa) è la decorazione ad affresco con il Padre Eterno benedicente fra gli angeli; le statue di Profeti sono di Pietro Turchi. La cappella a destra dell’altare maggiore è decorata da due affreschi di Giuseppe Antonio Ghedini (1740). Nel presbiterio, a destra, Natività di Domenico Mona (1581) e Nozze di Cana di Carlo Bononi (1622 circa); a sinistra, Natività della Vergine del Mona (1581) e Sposalizio della Vergine del Bononi, terminato da Alfonso Rivarola detto il Chenda; sopra il coro (XVII secolo), tra le finestre, Il riposo durante la fuga in Egitto e Gesù tra i Dottori del Bononi (1628-30); al centro, grande pala in cornice dorata con l’Annunciazione, di Camillo Filippi (1560 circa); nel catino absidale, l’Esaltazione del nome di Dio del Bononi (1620 circa). 1a cappella a sinistra della maggiore: ai lati, due grandi tele, S. Omobono sazia gli affamati e S. Omobono disseta le turbe, di G.B. Cozza (1727 circa); 2a: Miracolo di S. Antonio da Padova, copia da Girolamo da Carpi di Gregorio Boari. L’organo, del 1516, ha nella cantoria figure del Ghedini. Battistero: di fronte, Battesimo di Cristo del Bastianino (1590); a terra, Transito della Vergine, copia da Carpaccio di Gregorio Boari. Nella navata sinistra, 6a campata, Martirio dei Ss. Vitale e Agricola di Domenico Mona. 5a, Ascensione, copia dal Garofalo di Carlo Bononi. 4a, Crocifisso ligneo del secolo XVII e Vergine addolorata di Antonio Boldini. 3a, Vergine in trono col Bambino e S. Giovannino tra i Ss. Agostino, Caterina d’Alessandria, Elena, Anna, Agata, Lucia, Apollonia e due offerenti, copia da Michele Coltellini di Antonio Boldini. 2a, S. Andrea, copia da Domenico Panetti di Gregorio Boari. 1a: Madonna in trono col Bambino fra i Ss. Rocco e Antonio, copia di Alessandro Candi da Stefano da Ferrara.

  • Museo Schifanoia Ferrara (FE)

    Ha sede nel palazzo Schifanoia ed è celebre per gli affreschi del salone dei Mesi, recentemente riaperto integralmente dopo i danni causati dal terremoto del 2012. La visita prende avvio dall’ala trecentesca del palazzo, dove ai pregevoli affreschi superstiti della fine del XIV e inizio XV secolo si affiancano le opere del Museo civico in un percorso che racconta in parallelo la storia del palazzo, della dinastia estense e della città; tra le opere esposte in questa sezione spiccano le pregevoli *ceramiche graffite rinascimentali, i preziosi avori, le *medaglie di Pisanello raffiguranti il marchese Leonello d’Este e il *polittico d’alabastro di scuola inglese del xvi secolo. Percorsi i soppalchi dai quali si ammirano gli affreschi quattrocenteschi e lo scalone ottocentesco, si accede al *salone dei Mesi (1469 circa), fulcro di Schifanoia, dove si conserva uno dei più famosi cicli di dipinti murali profani del Quattrocento. Commissionato da Borso d’Este come grandioso monumento a sé stesso e alla sua azione di governo, ciò che è sopravvissuto rappresenta al meglio l’ampiezza dei riferimenti culturali della corte estense, dalla mitologia antica all’astrologia araba. Autore del programma iconografico fu Pellegrino Prisciani, astrologo e bibliotecario di corte. Le pareti erano scandite da 12 sezioni verticali corrispondenti ai 12 mesi dell’anno: di questi ne sopravvivono però solo 7, essendo le altre andate perdute a causa delle differenti scelte tecniche nell’esecuzione dei dipinti. Il senso di lettura generale è orizzontale, da destra verso sinistra, mentre la lettura all’interno dei singoli mesi procede in verticale: in alto il trionfo della divinità protettrice del mese, nella fascia mediana il segno dello zodiaco, in basso i fasti del committente. La parete meridionale (a destra entrando), estremamente danneggiata, presentava scomparti senza partizioni alternati ai mesi di Gennaio e Febbraio. L’intera parete orientale è opera di Francesco del Cossa, uno dei tre grandi artisti della fiorente Officina ferrarese del XV secolo. A destra il mese di Marzo: (dall’alto) il Trionfo di Minerva, il segno dell’Ariete con i tre decani che sovrintendono alle tre decadi del mese, l’Apoteosi di Borso d’Este, nella quale, come in tutti gli altri registri, Borso è raffigurato tre volte (a destra, ad esempio, in atto di rendere giustizia). Segue Aprile: (dall’alto) il Trionfo di Venere, il segno del Toro accompagnato dai tre decani, Apoteosi di Borso d’Este (dove spicca la scena del duca che ricompensa il buffone Scocola). Infine, Maggio, dove Cossa è affiancato dalla sua bottega: (dall’alto) il Trionfo di Apollo, il segno dei Gemelli con i tre decani; l’apertura di una porta (secolo XVIII) ha distrutto la fascia inferiore che ora presenta solo suggestivi frammenti. Parete settentrionale. Dopo un primo scomparto senza partizioni con gruppo di cavalieri, segue il mese di Giugno: (dall’alto) il Trionfo di Mercurio, il segno del Cancro con i tre decani, Apoteosi di Borso. Luglio: (dall’alto) il Trionfo di Giove accompagnato da Cibele, il segno del Leone con i tre decani, infine la consueta Apoteosi di Borso. L’autore di questi due mesi è identificato col nome convenzionale di Maestro dagli Occhi Spalancati coadiuvato da alcuni collaboratori, specie nel registro inferiore di Luglio. Segue il mese di Agosto: (dall’alto) il Trionfo di Cerere, il segno della Vergine con i decani, Apoteosi di Borso. L’intero mese è attribuito a Gherardo di Andrea Fiorini da Vicenza, artista oggi poco noto, ma al tempo molto attivo per gli Este. Infine, settembre: (dall’alto) il Trionfo di Vulcano, il segno della Bilancia con i tre decani, e la consueta Apoteosi di Borso. Il mese spetta ad Ercole de’ Roberti, al tempo giovane artista agli esordi nella bottega di Gherardo da Vicenza. Segue uno scomparto senza partizioni con scena di città (a tempera, quasi scomparso). Parete occidentale. I mesi di Ottobre e Novembre sono quasi completamente perduti. Dicembre (molto degradato): in alto, il Trionfo di Vesta. Dal salone dei Mesi si accede a una serie di ambienti dalla raffinata decorazione, nei quali è esposta la ricca collezione del Museo Schifanoia. Al piano nobile, spiccano: la *sala delle Virtù, con soffitto a lacunari e fregio con le Virtù alternate a festoni di frutta, putti, imprese di Borso, opera di Domenico di Paris (1467-69); nella stessa sala risaltano le miniature della Bibbia della Certosa (1468 circa), opera di Gugliemo Giraldi, le medeglie dell’età di Borso e le ceramiche graffite; la sala delle Imprese che prende il nome dalle imprese estensi (il diamante, il paraduro, la bussola, la granata fiammeggiante) che ornano il fregio, dove è possibile ammirare altri esempi della fiorente scuola miniatoria estense della seconda metà del XV secolo; la sala marmi con i resti della decorazione ad affresco della facciata esterna di Schifanoia, con motivi geometrici policromi a simulazione del marmo. Tra le opere esposte in queste sale meritano menzioni le sculture di Niccolò Baroncelli, di Antonio di Cristoforo, di Domenico di Paris e quelle, in marmo, terracotta e bronzo, di Sperandio Savelli da Mantova. Al piano terra, negli spaziosi ambienti di recente restaurati, trovano posto le collezioni sei e settecentesche, con pregevoli dipinti di Carlo Bononi e Scarsellino. La visita si conclude con la collezione settecentesca del cardinale Gian Maria Riminaldi, padre del museo civico ferrarese, che raccolse opere di pregio come l’Angelo di Alessandro Algardi e la stupefacente Litoteca. Nell’ultima sala svetta il colossale *busto di Leopoldo Cicognara (1821-22) scolpito da Antonio Canova.

  • Museo civico Lapidario Ferrara (FE)

    Adiacente al Museo Schifanoia è il Civico Lapidario, principale raccolta di marmi romani del territorio ferrarese, allestito nell’ex chiesa di S. Libera. La collezione presenta marmi raccolti da studiosi ed eruditi locali nel XVIII secolo (stele dei Caesii, I secolo); i marmi già reimpiegati nella Cattedrale di Ferrara, tra cui la stele del Medicus Pupius (I secolo). Nell’abside è il sarcofago di Annia Faustina (III secolo), attorniato da marmi dal territorio; nell’angolo destro il piccolo sarcofago del bambino Neon da Voghenza (III secolo). Al centro della sagrestia, il pezzo più prestigioso, il grande *sarcofago degli Aurelii, capolavoro della produzione ravennate del III secolo, con immagini e ritratti dei defunti.

  • Via Camposabbionario Ferrara (FE)

    Lungo la via (che parte di fronte al palazzo Schifanoia) rimangono gli imponenti ruderi della chiesa di S. Andrea, dove la tradizione vuole abbiano operato Giotto e Piero della Francesca e, successivamente, Cosmè Tura e altri pittori dell’Officina. Dopo terremoti e incendi, nel 1867 la chiesa fu sconsacrata e adibita a magazzino militare: oltre alla distruzione di quei capolavori, andarono disperse le spoglie di Biagio Rossetti che qui era stato sepolto nel 1516.

  • Chiesa della Visitazione Ferrara (FE)

    Piccola chiesa della Visitazone (o della Madonnina, o della Madonna della Porta di Sotto; Alberto Schiatti, 1570), interessante per il leggiadro interno manieristico dalle forti membrature in cotto.

  • Montagnone Ferrara (FE)

    Luogo di passeggio alberato che trae il nome da un cumulo di terra formatosi con il deposito di materiale di scavo proveniente dalla costruzione delle mura.

  • Delizia dei Bagni Ducali Ferrara (FE)

    Isolata al margine meridionale del baluardo del Montagnone, sopravvive la palazzina denominata Bagni Ducali. Attribuita, con molti dubbi, a Girolamo da Carpi, e costruita tra il 1541 e il 1542 per il duca Ercole II, faceva parte di una grande delizia estense, abbandonata dalla fine del XVI secolo e lasciata al degrado. Fu restaurata dal Comune a partire dal 1975 e oggi è sede di uffici comunali.

  • Casa di Biagio Rossetti Ferrara (FE)

    In via XX Settembre, l’antica via della Ghiara, asse dell’addizione di Borso (1451), Biagio Rossetti edificò nel 1490 la sua casa, che doveva essere un organismo molto più complesso di quanto non rimanga oggi; vi sono comunque evidenti alcuni elementi propri del suo linguaggio: le murature a vista, le finestre binate sovrastate da archivolti in laterizio e la cornice di gronda formata da elementi di cotto decorati. Dopo avere ospitato fino a pochi anni fa il MusArc, oggi è sede di uffici comunali tra i quali il Centro di Educazione alla Sostenibilità IDEA.

  • Giardino di Palazzo Costabili Ferrara (FE)

    Il giardino rinascimentale costituisce uno straordinario esempio di giardino formale storico. Non si tratta di quello originale, ma di una realizzazione, in stile, degli anni ’30 del Novecento, con estensione ridotta rispetto alle origini. L’aspetto attuale, inaugurato nel 2010, è il frutto di una progettazione interdisciplinare che ha messo insieme i risultati di indagini storiche, conoscenze di ars topiaria rinasci- mentale, indagini archeologiche e paleobotaniche. Al centro attirano l’attenzione il labirinto monodirezionale e la galleria delle rose circondati da aiuole geometriche con al centro cespugli di tasso, alberi di melograno, erbe tappezzanti e bulbose fiorite.

  • Palazzo Costabili Ferrara (FE)

    Lungo la via XX Settembre si incontra il grande complesso architettonico del palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. Il riferimento al duca sforzesco proviene da una notizia errata, secondo la quale il Moro avrebbe fatto costruire l’edificio per garantirsi un rifugio sicuro a Ferrara nel caso di una sua cacciata da Milano, a testimonianza della storica alleanza politica tra le due città. Il palazzo fu in realtà commissionato nel 1495 all’architetto Biagio Rossetti da Antonio Costabili, personaggio di spicco alla corte estense e ambasciatore degli Este a Milano; alla realizzazione del progetto si dedicarono i migliori scalpellini e pittori del tempo, ma il palazzo rimase incompiuto. Dalla fine del XIV secolo, con l’estinzione della famiglia Costabili, l’edificio subì numerosi passaggi di proprietà e l’incuria ne causò il progressivo degrado. Nel 1920 lo Stato lo acquistò e successivamente lo destinò a sede museale per i materiali archeologici che stavano affiorando in quegli anni nella necropoli etrusca di Spina. Il cortile d’Onore – giudicato da Bruno Zevi «uno dei testi più originali della Rinascenza» – completo solo su due lati, colpisce per la sua armonia di forme e colori. Il cotto delle murature è arricchito e ingentilito dalle eleganti decorazioni in pietra bianca che scandiscono il doppio loggiato. Sul lato est si innesta lo splendido scalone monumentale di accesso al piano nobile, ornato nelle alzate dei gradini da motivi decorativi alternati. Sul loggiato meridionale si apre la sala del Tesoro, in origine forse destinata a sala da musica o a biblioteca, archivio e luogo di raccolta di opere d’arte e oggetti preziosi. La volta fu affrescata nel 1506 da uno dei più insigni pittori del Rinascimento ferrarese, Benvenuto Tisi da Garofalo, con un’audace prospettiva dal basso verso l’alto ispirata alla Camera degli Sposi dipinta da Andrea Mantegna a Palazzo Ducale di Mantova: a una loggia affrescata da cui pendono eleganti tappeti orientali si affacciano personaggi di corte intenti in liete conversazioni e colti passatempi, a testimoniare il loro amore per l’arte, la musica e la poesia. Le scene sono alternate a tralci e festoni di frutta che si stagliano conto il cielo azzurro e si raccordano a un vistoso rosone in legno dorato posto al centro del soffitto. La decorazione è completata al di sotto della balconata da una serie di lunette in monocromo che raccontano episodi del mito di Eros e Anteros. In questa sala sono state di recente collocate tre opere di Garofalo: una grande Crocifissione con la Vergine, la Maddalena e i Ss. Giovanni e Vito, proveniente dalla Pinacoteca di Brera di Milano, Pesca miracolosa e Noli me tangere dalla Galleria Borghese di Roma. Sul lato opposto del loggiato si trova la sala delle Monossili che conserva due imbarcazioni di epoca tardo-romana rinvenute nel 1940 durante lo scavo di un canale artificiale nelle valli bonificate a nord di Comacchio. Le piroghe sono ricavate da due singoli tronchi di quercia scavati all’interno ed erano destinate al trasporto delle merci nei bassi fondali della zona deltizia.

  • Museo Archeologico Nazionale-Palazzo Costabili Ferrara (FE)

    Inaugurato nel 1935 a palazzo Costabili, ospita le testimonianze provenienti dalla città etrusca di Spina, che proprio in quel periodo tornavano alla luce grazie agli scavi organizzati dalla Soprintendenza alle Antichità nei terreni prosciugati dalla Grande Bonifica, dove anticamente si trovava la foce del fiume Po. Attualmente il museo è disposto su due piani. L’area dedicata all’abitato di Spina si trova al piano terra e vi si accede dal cortile d’Onore. La Prima sala espone, in una coinvolgente atmosfera di suoni e immagini, alcuni oggetti utili alla ricostruzione delle caratteristiche topografiche e architettoniche della città, insieme alle testimonianze della vita quotidiana e delle attività produttive che vi si svolgevano. Da notare il ciottolo fluviale con l’iscrizione etrusca mi tular (io sono il confine) che probabilmente delimitava un’area sacra o pubblica, le varie tipologie di ceramica da mensa tra cui pentole e recipienti, poi cesti e panieri di vimini intrecciati, fuseruole e pesi da telaio; sulla parete di destra sono esposte numerose anfore vinarie da vari centri produttivi di Grecia, Asia Minore e Magna Grecia, che testimoniano come Spina fosse il fulcro di numerose rotte commerciali che dal Mediterraneo giungevano all’Europa centrale. La seconda sala è dedicata ai culti praticati nella città. Dal momento che gli scavi non hanno ancora identificato un’area sacra pubblica, gli oggetti qui esposti provengono quasi esclusivamente dalla necropoli: si tratta di oggetti votivi in argilla conformati ad animali, come la colomba, sacra ad Afrodite e la tartaruga, che richiama Hermes, o frutti come la melagrana, collegata a Demetra e Persefone al cui culto rimandano anche i busti femminili alle pareti. Di grande interesse sono anche le figurine femminili ammantate, spesso caratterizzate in senso dionisiaco da attributi quali la corona di foglie di vite o il grappolo d’uva. La sala conserva un soffitto affrescato nel primo Cinquecento dalla scuola del Garofalo con la rappresentazione di episodi della vita di Giuseppe. Nella terza sala, la sala della scrittura, sono conservate alcune delle numerose iscrizioni incise su vasi da mensa in varie lingue, a testimonianza della presenza a Spina di diverse etnie, oltre alla prevalente etrusca: Greci, Veneti, Umbri, Piceni, Falisci e più tardi Celti risiedevano nella città per curare gli interessi delle rispettive comunità. Il soffitto della sala è decorato sempre dagli artisti della cerchia del Garofalo con ritratti di Sibille e Profeti entro racemi e motivi classici. Alla necropoli di Spina è dedicato il piano nobile del palazzo. Una selezione di una quarantina di corredi funerari – su oltre 4.000 tombe rinvenute nelle due aree della necropoli, Valle Trebba e Valle Pega – illustra le fasi di evoluzione della città dalla fine del VI al III secolo a.C., rispecchiando soprattutto nelle prime fasi la fama di potenza e di floridezza che Spina etrusca ebbe presso gli autori greci e latini. Nei corredi esposti figurano ceramiche attiche a figure nere e rosse, ceramiche di produzione locale, vasi e suppellettili in bronzo, gioielli in oro, argento, ambra e pasta vitrea. La sala 1 è un’introduzione generale alla necropoli con esemplificazioni delle tipologie di sepolture e di rituali. Le tombe della necropoli di Spina non erano mai monumentali e spesso erano segnalate all’esterno da un semplice ciottolo fluviale; il rito incineratorio e inumatorio vi sono ugualmente attestati, in entrambi i casi i resti erano deposti insieme al corredo all’interno di grandi casse lignee, esemplificate nelle due ricostruzioni a terra, una inumazione di inizi V secolo (tomba 483) e una cremazione di inizi III (tomba 1082). Nelle altre teche è esposto un campionario dei recipienti per le incinerazioni, dal dolio grezzo coperto da ciotola della tomba 207 V.T. all’anfora monumentale (tomba 125 V.T.) al cratere figurato della tomba 311 V.T. fino ai rarissimi sarcofagi marmorei delle tombe 344 e 485 V.T. Nella sala 2 sono esposti i corredi di alcune delle tombe più antiche (prima metà del V secolo a.C.), caratterizzate da vasi attribuiti ai maggiori ceramografi attici. La grande vetrina di sinistra ospita il corredo di una sepoltura a cremazione di altissimo rango (tomba 18 C V.P.), con vasi eccezionali per dimensioni e qualità: il cratere del Pittore di Boreas con la rappresentazione della partenza di Neottolemo per Troia e la kylix (coppa) del Pittore di Pentesilea, la più grande a tutt’oggi rinvenuta, con la rappresentazione delle imprese di Teseo. Opera dello stesso ceramografo è anche la coppa della tomba 212 V.T., nella vetrina centrale, con la rappresentazione di Zeus che rapisce Ganimede. Nella vetrina di destra si notino le due pelikai a vernice nera decorate ai lati del collo da un leone e una leonessa affrontati del Pittore di Berlino, provenienti dalle tombe 867 V.T. e 41D V.P. Nella sala 3, nei corredi di Spina, già da quelli più antichi, emerge l’adesione degli abitanti a modelli di vita ‘alla greca’, identificabili nella pratica del simposio, durante il quale si passava il tempo in amabile compagnia, conversando, bevendo e ascoltando musica. Il servizio da simposio si ritrova anche nelle tombe: il cratere per mescolare il vino, le brocche per versarlo, le coppe per berlo, ma anche i candelabri per illuminare la festa; tutto questo è bene esemplificato dal corredo della tomba 127 V.T. in cui spicca un cratere dalla complessa iconografia in cui si intrecciano miti di Dioniso, Apollo ed Efesto, opera del Pittore di Polion. Le sale 4 e 5 ospitano i corredi di due ricchissime tombe della seconda metà del V secolo a.C. Nella tomba 128 V.T. il defunto era accompagnato da un servizio completo da banchetto; alcuni recipienti, utensili e arredi in bronzo quali il candelabro, il tripode ‘a verghette’ (sostegni simili a verghe) e il cratere (di cui si conservano il piede e le anse), di produzione etrusca, sono più antichi del resto del corredo, e furono qui inseriti come beni di famiglia. A una particolare devozione del defunto al culto di Dioniso sembra riferirsi il grande cratere a volute, della scuola di Polignoto, con la solenne processione al cospetto di Dioniso-Sabazio e Rea-Cibele, così come lo stamnos (vaso per mescolare vino e acqua) con appendici falliche utilizzato per infusi rituali, allusivo agli aspetti generativi e di fertilità del culto dionisiaco. Ad un altro personaggio di una certa rilevanza nella società spinetica appartiene la tomba 11C V.P. segnalata all’esterno da un cippo in marmo: il corredo è qui caratterizzato da un’anfora Panatenaica a figure nere del Pittore di Berlino, un tipo di vaso che veniva assegnato pieno d’olio ai vincitori delle gare durante le feste Panatenee ad Atene; da notare anche i due deinoi, recipienti per il vino sferici su alto piede, decorati con vivaci scene di banchetto, e il grande cratere a volute con scene di battaglia fra Greci e Amazzoni del Pittore dei Niobidi. Nella sala 6 si trovano i corredi di alcune tombe dell’inizio del IV secolo a.C., un periodo di grandi rivolgimenti economico-politici nell’Etruria Padana, non ultima l’invasione di tribù celtiche che fa cadere Felsina (Bologna) e Marzabotto, una crisi dalla quale Spina sembra in un primo momento restare immune. I corredi mostrano infatti una città ancora ricca e aperta ai commerci, come te- stimonia la tomba 136 A V.P. nella quale spicca il grande cratere attico a volute traforate su piedistallo con una splendida rappresentazione dell’ultima notte di Troia, accompagnato da un ricco servizio in bronzo con strumentario da banchetto, una coppia di candelabri con cimase raffiguranti Hermes che conduce la defunta nell’oltretomba e da un diadema in oro sbalzato con Amazzoni a cavallo. Un altro diadema d’oro si trova nella vetrina di sinistra che ospita il corredo della tomba 58 C V.P., mentre nella vetrina di destra sono da notare la kylix con l’uccisione di Cassandra da parte di Clitennestra e la statuetta in bronzo di un giovane che si recide una ciocca di capelli in segno di lutto, rispettivamente dalla tomba 264 e 1157 V.T. La sala 7 ospita il corredo della tomba 185 A V.P., databile alla metà del IV secolo a.C., che testimonia la presenza di Veneti nella città etrusca. Spiccano infatti oltre ai materiali considerati usuali, alcuni oggetti in bronzo peculiari di quest’area: due situle (contenitori per liquidi), opera dell’artigianato del centro di Este, e le placche di un cinturone con motivi decorativi di ispirazione veneta. Si suppone l’appartenenza di questa sepoltura a una donna, forse pervenuta a Spina per matrimonio dalla vicina area veneta. Nella sala 8 sono esposti alcuni corredi della seconda metà del IV secolo a.C., che rispecchiano i nuovi itinerari commerciali e le nuove sfere d’interesse per Spina, susseguenti alla grave crisi che ha investito la pianura padana: crollano quasi completamente le importazioni dalla Grecia mentre si fanno più numerose le ceramiche dal Centro Italia, specie da Volterra, e gli oggetti prodotti dai nuovi partner commerciali, Magna Grecia e Sicilia. La tomba 4C V.P. (vetrina di sinistra) presenta, oltre alle ultime ceramiche attiche, vasi a vernice nera suddipinta nello stile di Gnathia, beni di lusso quale la patera in stagno con rappresentazione dell’apoteosi di Eracle, prodotta nel Sud Italia e una coppa in pasta vitrea, di fabbricazione orientale su imitazione di prototipi in metallo. Si noti nella vetrina di destra la maschera funeraria con fori per occhi e bocca della tomba 1188 V.T., attribuita a un adolescente, accompagnata da un gran numero di conchiglie e da due astragali, evocatori di giochi infantili. La sala 9 presenta corredi di fine IV secolo a.C.: nella prima vetrina è esposto il corredo dalla tomba 38 C V.P., che si connota come femminile dalla presenza dei lebeti nuziali (recipienti per le abluzioni), dei vaghi in pasta vitrea e della scatolina portacosmetici in legno ripartita internamente. Nella seconda vetrina, che ospita il corredo della tomba 505 C V.T., sono da notare la coppia di eleganti kantharoi (coppe) di produzione siceliota e le oinochoai (brocche) trilobate a lungo collo dalla Puglia. Nella sala 10 i corredi segnalano l’inizio dell’ultima fase di vita della città. Spina si avvia a un rapido declino, ma resta ancora saldo il rapporto con l’Etruria propria da cui provengono le ceramiche che imitano i temi e le forme degli ultimi esiti della ceramica attica giunta in occidente, come i due skyphoi (coppe profonde) della tomba 646 C V.P. e il cratere a colonnette della tomba 654 C V.P. La sala 11, o sala degli ori, interrompe il percorso cronologico per introdurre una finestra tematica. Gli oggetti preziosi trovati nelle sepolture di Spina furono prodotti nelle officine padane e centro-italiche e testimoniano la ricchezza e il benessere raggiunto dalla sua popolazione. Nelle vetrine sono esposte oreficerie (orecchini, anelli, diademi, fibule e borchie), specchi e oggetti per la toletta (vasetti portaprofumi in pasta vitrea colorata, spathae, asticelle in metallo per raccogliere le essenze, pissidi in marmo bianco per custodire oggetti preziosi, strumenti di trucco e polveri cosmetiche) e ambre lavorate. La sala 12 presenta un unico corredo femminile della fine del IV secolo a.C. caratterizzato da due oggetti di grande pregio: una preziosa collana con vaghi in pasta vitrea e in ambra e un kantharos bifronte configurato a testa di Amazzone arricchita da applicazioni in foglia d’oro su un lato e testa di Eracle con leontè sull’altro. I corredi della sala 13 rappresentano le fasi finali della vita di Spina. Particolare la sepoltura infantile 83 V.T. nella vetrina di destra, datata agli inizi del III secolo a.C.: il corredo è caratterizzato da una serie di askoi (vasetti porta liquidi) a forma di animale e di unguentari in pasta vitrea a cui sono associati due elementi tipici della cultura celtica, una punta di giavellotto e un bracciale in vetro, che potrebbero connotare come celta il fanciullo sepolto. Nella vetrina di sinistra si notino le 4 ciotole a vernice nera stampigliate sul fondo, databili alla metà del III secolo a.C., di produzione siceliota. Con questa sala termina il percorso cronologico. Nelle sale 14 e 15 sono esposte alcune categorie di vasellame di particola- re pregio o interesse: i piatti da pesce di produzione attica, che recano sui bordi riproduzioni naturalistiche dei singoli pesci e offrono un interessante spaccato della vita quotidiana e di una delle principali risorse alimentari della cittadinanza di Spina, oppure i vasi configurati legati al consumo del vino, come il bicchiere di Dioniso per eccellenza, il kantharos, qui rappresentato dall’esemplare bifronte con volto di Dioniso e di satiro, i vasi per bere, i rhytà contenitori a forma di corno configurati a testa di animali quali ariete e mulo, e le oinochoai configurate a testa femminile, collegate invece alla libagione della sfera cultuale e funeraria. Un’altra vetrina accoglie un tipo di vasi specificamente funerari, le lekythoi a fondo bianco, destinate a contenere olio per il trattamento cosmetico dei defunti, nelle quali però a causa delle particolari condizioni di giacitura le immagini suddipinte sono quasi completamente scomparse. La sala successiva è dedicata ai capolavori dei più importanti ceramografi attivi ad Atene tra il V e il IV secolo a.C., dal Pittore di Goluchow 37 che dipinge l’approccio erotico di un satiro a una menade sul cratere a calice della tomba 323 V.T., al Pittore dei Niobidi e a quello dei Satiri Villosi, che rappresentano le guerre di dei, giganti ed eroi sul cratere della tomba 313 V.T. e su uno recuperato grazie a un sequestro. Al pittore di Boreas è attribuito il grande cratere con Teseo che insegue la principessa Elena, dalla tomba 749 V.T., e al Pittore di Peleo il cratere a calice della tomba 617 V.T. con la scena delle nozze di Peleo e Teti, i futuri genitori di Achille, e sempre a questo pittore è attribuita la grande anfora con scena di partenza del guerriero, permeata di intensa tristezza. Nella sala 16 è allestito un banco tattile che offre al visitatore la straordinaria esperienza di maneggiare degli autentici reperti: si tratta di vasi in uso nella vita quotidiana: un piatto da pesce a vernice nera, un kyathos in argilla (tazza dalla singolare impugnatura rialzata), una kylix e un cratere a figure rosse, un piccolo dolio decorato a fasce, una ciotola mortaio, un’anfora commerciale del tipo greco-italico; nella sala sono presenti testi su Spina anche in braille e interessanti ricostruzioni 3D a proiezione dei volti degli spineti e di alcuni oggetti ad essi appartenuti. Il salone delle Carte geografiche conclude la visita del piano nobile. L’ambiente fu affrescato nel 1935 con rappresentazioni geografiche dell’Italia e del territorio deltizio attraverso i secoli, tratte da atlanti e cartografia storica editi tra il Cinquecento e i primi decenni del Novecento. Un posto di rilievo occupa una parte della cosiddetta Tabula Peutingeriana, copia medievale di una carta geografica itineraria redatta probabilmente nel IV secolo d.C. che rappresenta, con una forte deformazione in senso orizzontale, l’intero impero romano visto a volo d’uccello da occidente a oriente.

  • S. Apollonia Ferrara (FE)

    Edificio a pianta ottagonale (Francesco Mazzarelli, 1692-93), la cui facciata (1862-68), disegnata da Antonio Foschini, è adorna di rilievi in cotto e di un portale cinquecentesco proveniente dalla distrutta chiesa dello Spirito Santo.

  • S. Francesca Romana Ferrara (FE)

    Chiesa iniziata nel 1619 su disegno di Alberto Schiatti e compiuta nel 1622 da G.B. Aleotti. L’opera più importante del suo corredo pittorico è una Crocifissione di Ludovico Carracci (1614) al 1° altare destro. Al 2°, Madonna della Misericordia di Scipione Azzi. Al 2° sinistro, S. Francesca Romana riceve Gesù Bambino dalle mani della Vergine, di Camillo Ricci (1622 circa). Al 1°, la Madonna col Bambino consegna la regola ai Ss. Benedetto e Bernardino Tolomei di Jacopo Bambini (1622 circa); agli angoli della navata, statue degli evangelisti attribuite a Filippo Porri.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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