Parma: il centro storico ducale

In collaborazione con Touring Club

Il centro ducale (la Pilotta), all’angolo nord-occidentale del nucleo d’impianto romano di Parma, costituisce uno dei tre poli principali della storia politica e artistica della città, Insieme al centro della vita pubblica (piazza Garibaldi) e al centro religioso (il Duomo). L’itinerario nel centro ducale si svolge tra le attrezzature costruite in età moderna dai duchi di Parma: il palazzo della Pilotta con l’annesso teatro, le pertinenze amministrative, la residenza già suburbana con parco. Posto a cavallo del torrente, nacque per le esigenze della corte; oggi è, nel suo complesso, un articolato contenitore di prestigiosi musei e di istituzioni culturali di primaria importanza.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Teatro Regio Parma (PR)

    Eretto (1821-29) nell’area del convento delle Benedettine di S. Alessandro. Capolavoro neoclassico di N. Bettoli, presenta un fronte porticato su colonne ioniche. Nel Ridotto, raffinata decorazione impero dello stesso Bettoli e P. Toschi. Fu inaugurato con la Zaira, appositamente scritta da Vincenzo Bellini. Il Regio è uno dei più importanti teatri lirici in Italia, legato al melodramma verdiano e alla fama di un pubblico particolarmente esigente. Parma da 21 anni organizza il Festival Verdi che nel mese di ottobre ricorda l’importanza della lirica nei suoi teatri. A Parma le esecuzioni si svolgono nel Teatro Regio ma il Festival Verdi è anche ospitato da diversi luoghi e città emiliane

  • Fondazione Museo «Glauco Lombardi» Parma (PR)

    Ha sede negli ambienti interni del Palazzo di Riserva, che serbano in parte i caratteri architettonici e decorativi settecenteschi. Nelle otto sale di esposizione (notevoli il salone delle feste con stucchi di Benigno Bossi) i disegni del Petitot, opere d’arte, suppellettili, mobili, gioielli, cimeli dei Borbone e di Maria Luigia (Corbeille nuziale di P. P. Prud’hon, dono di Napoleone) documentano il gusto e il clima del periodo che va dal 1748 al 1860.

  • Piazza della Pace Parma (PR)

    Piazza trasformata nel 2001 in area verde su progetto di Mario Botta, che ha realizzato un prato all’inglese con alte piante e una fontana a vasca, a fare da specchio alle architetture storiche che delimitano il vasto spazio; all’interno del piazzale si trovano il monumento al Par­tigiano di Marino Mazzacurati e il monumento a Giuseppe Verdi di Ettore Ximenes. La quinta settentrionale della piazza della Pace è rappresentata dal lato del palazzo già sede dei Ministeri del ducato, di E. Petitot, e oggi sede di una stazione dell’Arma dei Carabinieri. Nel lato est sorge l’edificio del palazzo di Riserva, con l’elegante fronte del casino da gioco del Petitot (1764). Sul lato opposto al palazzo di Riserva si affaccia sulla piazza l’imponente mole della Pilotta, simbolo del potere ducale dei Farnese e centro storico e civile della città.

  • Palazzo della Pilotta Parma (PR)

    Si affaccia sulla piazza della Pace l’imponente mole della Pilotta (così chiamata dal gioco della pe­lota che veniva praticato in uno dei cortili), simbolo del potere ducale dei Farnese e centro storico e civile della città. Concepito originariamente come contenitore dei servizi della corte farnesiana, la sua costruzione ebbe inizio durante gli ultimi anni del ducato di Ottavio Farnese (1547-86) con la realizzazione del primo ‘corridore’, probabilmente progettato di Francesco Paciotto nel 1583, una struttura che collegava gli edifici in cui risiedeva la corte con la quattrocentesca Rocchetta Viscontea, a sua volta connessa con il palazzo del Giardino, sito sull’altra sponda del torrente Parma. Durante il ducato di Ranuccio I (1592-1622) il palazzo si ampliò con ulteriori ‘corridoi’ disposti ortogonalmente, creando un sistema di cortili interni racchiusi da alte mura rivestite da un parato in rustici mattoni, un ampio complesso in cui trovarono posto, oltre alla quadreria e alle raccolte librarie ducali, anche gli ambienti legati ai servizi della corte, nonché una grandiosa sala d’armi poi trasformata in teatro di corte. Estintasi la dinastia tutto il patrimonio farnesiano venne trasferito a Napoli nel 1734 e solo durante il ducato di don Filippo di Borbone (1748-65), con la costituzione dell’Accademia di Belle Arti (1752), della Biblioteca Palatina (1761), del Museo Archeologico (1760), il palazzo della Pilotta riguadagnò ben presto la sua funzione di cuore delle attività culturali della corte e della città. Grazie al rientro di molti beni portati in Francia durante il governo napoleonico e con l’acquisizione di nuove collezioni si inaugurò con il governo di Maria Luigia un periodo di nuovo splendore per il patrimonio artistico e le istituzioni culturali ospitate in Pilotta. Dopo l’Unità d’Italia gli spazi lasciati liberi dalla corte vennero suddivisi in tre nuovi istituti culturali: la Galleria Nazionale, il Museo Archeologico, la Biblioteca Palatina, cui si è aggiunto il Museo Bodoniano (1962). Dal 2016 la riunificazione di tutti gli istituti sotto la direzione del Complesso monumentale della Pilotta ha consentito di riportare una delle più importanti raccolte italiane di documenti, beni archeologici, artistici e librari alla loro unità originaria, anche grazie all’ampio piano di riqualificazione condotto dalla nuova direzione. Per dare risalto al nuovo ingresso del Complesso monumentale nel 2019 è stata realizzata da Maurizio Nannucci Time, Past, Present And Future, la più grande opera d’arte contemporanea site­-specific in Italia. Si tratta di un’installazione lunga 190 metri con la scritta «Time Past And Time Present Are Both Perhaps Present In Time Future» composta da 55 lettere in neon di vetro di Murano illuminate di blu, che si sviluppa lungo i quattro lati del cortile di S. Pietro. Si accede al palazzo dallo Scalone Monumentale (Simone Moschino, 1602-11) il cui progetto originario con la doppia scala a forbice e la cupola ottagonale si riferisce al vestibolo della Biblioteca Laurenziana di Firenze e all’Escorial di Madrid.

  • Museo archeologico nazionale Parma (PR)

    Rappresenta il punto di partenza dell’itinerario museale del Complesso monumentale della Pilotta. Istituito da don Filippo di Borbone nel 1760 per ospitare il prezioso materiale proveniente dagli scavi della città romana di Veleia, è uno dei primi musei nati in relazione a uno scavo; da allora è rimasto punto di riferimento per le ricerche archeologiche nel ducato. Dispone inoltre di una notevole raccolta numismatica formatasi grazie ad acquisti sul mercato antiquario e di collezioni acquisite per la maggior parte nella prima metà dell’Ottocento, quando l’archeologia iniziava a differenziarsi in una serie di discipline specifiche: le raccolte di vasi greci e magno-greci, di materiali egizi, di reperti etruschi. All’interno del Museo sono esposte sia queste, in un’ala di recente ristrutturazione e riallestimento, sia i reperti provenienti dagli scavi condotti dall’Ottocento a oggi nel Parmense, che documentano la storia del territorio dal Paleolitico all’Alto Medioevo. Ai lati dell’entrata sono esposti due leoni in pietra chiara di Vicenza, appartenenti a un monumento funerario databile al I secolo d.C. in origine posto alle porte della città romana lungo la Via Emilia, in corrispondenza dell’attuale via D’Azeglio. Precede l’ingresso al Museo una grande vetrina in cui sono esposti un bifacciale acheuleano (Paleolitico inferiore, 500.000-150.000 anni fa) di grandi dimensioni e di provenienza francese, e decine di strumenti o schegge in selce di provenienza italiana e ugualmente databili al Paleolitico inferiore. Nella sala 1 sono esposti reperti del Paleolitico, Neolitico ed età del Rame rinvenuti nel Parmense, fra cui si segnala la straordinaria statuina in ceramica, rinvenuta in una sepoltura femminile neolitica del V millennio a.C., e rappresentante una divinità femminile di ambito funerario. La sala 2 è dedicata all’età del Bronzo ed espone significative testimonianze della civiltà delle terremare (1650-1150 circa a.C.), rinvenute nella seconda metà dell’Ottocento da Luigi Pigorini e Pellegrino Strobel e in scavi più recenti; sono da segnalare i reperti in legno della terramara di Castione (tra cui una ruota e parti di aratri), grandi perle d’ambra, diversi oggetti in bronzo e altri ricavati da corno di cervo, tipici della cultura terramaricola. La sala 3 ospita materiali dell’età del Ferro, databili tra fine VII e fine III secolo a.C. e riconducibili al popolamento etrusco e alle successive presenze celtiche: pani di bronzo (aes signatum) da Quingento (VI secolo a.C.), ricco corredo della tomba etrusca di Fraore (V secolo a.C.), elmo celtico da Casaselvatica di Berceto (III secolo a.C.). La sala 4, che attualmente ospita le dodici statue in marmo della famiglia giulio-­claudia e le relative iscrizioni provenienti dalla basilica di Veleia, nell’Ottocento era la sala delle Medaglie, decorata dal pittore parmense Francesco Scaramuzza e da Girolamo Gelati per le parti a grisaille. Nell’ambiente successivo (sala 5) è esposta la famosa tabula alimentaria traianea, la più grande iscrizione bronzea d’epoca romana conservatasi integralmente: il testo elenca i prestiti ipotecari concessi dall’imperatore Traiano ai proprietari terrieri di Veleia, i cui interessi erano devoluti al mantenimento di fanciulli indigenti. Tra gli altri reperti della sala, si segnalano due teste in bronzo (dell’imperatore Antonino Pio e di una fanciulla), una grande porzione di intonaco dipinto del I secolo d.C. e un’altra iscrizione in bronzo di età tardo-repubblicana che riporta brani della Lex rubria de Gallia Cisalpina. Il percorso prosegue nelle sale del corpo di fabbrica che affaccia sul Lungoparma, la cui costruzione si deve a Giovanni Mariotti, direttore del Museo dal 1875 al 1933; a partire dal 2020 tali ambienti sono stati ristrutturati e destinati all’allestimento delle collezioni extra-territoriali. Nella sala Ceramiche (sala 6), in cui è stato rimesso a vista il soffitto ligneo a cassettoni realizzato sotto la direzione Mariotti, sono state collocate le statue romane (dalle collezioni Gonzaga e Farnese), bronzi greci ed etruschi nelle vetrine, un bassorilievo di epoca romana in alabastro fiorito, mentre la raccolta di vasi greci, etruschi e italici occupa un intero tavolo di grandi proporzioni. La sala 7 è dedicata al Medagliere che rappresenta una delle collezioni numismatiche più importanti del Nord Italia per la quantità (oltre 23 000 esemplari) e il pregio scientifico di monete e medaglie. Le tre sale successive (8-10) sono dedicate alla collezione egizia, che ha trovato nuova collocazione in spazi progettati ad hoc per evocare una tomba ipogea, entro vetrine realizzate per la ottimale conservazione dei delicati reperti: fra questi, si possono apprezzare il sarcofago di Shepsesptah, il frammento di rilevo parietale di Amenemone e il papiro di Amenothes. Le ultime sale, ristrutturate anch’esse di recente, ospitano i reperti di età romana e altomedievali provenienti dalla città di Parma e dal suo territorio. Nella sala 11, dedicata alla romanizzazione del territorio, si segnalano le sortes di Fornovo e i bronzetti di divinità, nonché i reperti rinvenuti in piazza Ghiaia, al guado sul torrente Parma, quelli del santuario dedicato a una divinità femminile di viale Tanara e le pregevoli decorazioni architettoniche in marmo provenienti dal teatro romano, mentre in sala 12 sono esposti i rinvenimenti urbani, tra cui le terrecotte architettoniche e le ceramiche provenienti da un’area cultuale di piazza Garibaldi. Nella sala 13 trovano posto i reperti di età tardo-antica e longobarda, tra cui si segnala il corredo della ‘principessa’ di Borgo della Posta, composto da pregevoli oreficerie.

  • Galleria nazionale Parma (PR)

    A metà del XVII secolo la celebre collezione Farnese venne trasportata da Roma a Parma, facendone una delle capitali culturali dell’Europa del tempo. Tale privilegio non durò a lungo e nel 1734 l’intera raccolta venne trasferita a Napoli da Carlo di Borbone, che lasciò disadorne tutte le residenze del ducato. Sarà l’arrivo, nel 1748, del duca Filippo di Borbone, e della moglie Luisa Elisabetta di Francia, figlia di Luigi XV, a risarcire la città. La fondazione dell’Accademia di Belle Arti, istituita nel 1752 con propositi illuministici, i saggi degli allievi e i dipinti vincitori dei famosi concorsi, assieme a nuove e copiose raccolte ducali, risultato di una complessa storia di commissioni, acquisti e donazioni, contribuirono alla nascita dell’attuale Galleria e alla sua summa spettacolare di capolavori. La trasformazione successiva in museo si deve a Maria Luigia d’Austria che, agli inizi dell’Ottocento, incaricò l’architetto Nicola Bettoli e il pittore Paolo Toschi di progettare una nuova sistemazione espositiva capace di dare massimo risalto alle grandi pale d’altare di Correggio, rientrate dopo gli espropri napoleonici, accanto ai numerosi dipinti e alle nuove acquisizioni. Proseguendo il percorso di visita, dal Teatro Farnese si accede alla sezione dedicata alla collezione Farnese, introdotta da due busti di Ranuccio II (di fattura berniniana) che trasferì a Parma il patrimonio accumulato a Roma, creando la «Ducale Galleria». Nella sala successiva sono esposte le opere che restarono a Parma dopo il trasferimento delle raccolte farnesiane a Napoli, fra cui la Madonna e Santi di Siciolante da Sermoneta, il Ritratto di Paolo III con nipote di Sebastiano del Piombo, La Guarigione del cieco nato di El Greco e un torso virile del I secolo a.Cristo. Nella seguente Sala Parma al tempo dei Farnese si incontrano i dipinti dei principali artefici della scuola parmigiana, fra cui gli affreschi staccati di Correggio, l’Incoronata (unico frammento superstite della decorazione dell’abside di S. Giovanni Evangelista), la Madonna della Scala e la *Schiava turca di Parmigianino e le pale di altare di Francesco Maria Rondani e Michelangelo Anselmi. In un ampio spazio sul retro del Teatro Farnese, originariamente connesso al funzionamento delle macchine sceniche, è stata allestita la nuova sala del trionfo, dedicata alle arti decorative. L’esposizione delle opere è organizzata cronologicamente attorno al pezzo più spettacolare, il Trionfo da Tavola dello scultore catalano Damià Campeny, caratterizzato da elementi allegorici che rappresentano lo scorrere del tempo e il ciclo della natura. Qui sono esposte anche opere esemplari della corte ducale quali un camino in marmo di Ennemond Alexandre Petitot e un nucleo di maioliche settecentesche realizzate dalla Real Fabbrica della Maiolica e Vetri di Parma. Nella prima sezione dell’ala ovest i toscani sono esposti i fondi oro del Tre-Quattrocento, con opere di Agnolo Gaddi (Madonna in trono col Bambi­ no e santi), Spinello Aretino (due tavole con i Ss. Filippo e Grisante e i Ss. Daria e Giacomo minore), Giovanni di Paolo (Redentore e santi cruciferi), Niccolò di Pietro Gerini, Bernardo Daddi, Botticelli (Assunzione della Vergi­ ne), Beato Angelico (Madonna dell’Umiltà). All’interno delle scuole toscane si trova la *Scapiliata di Leonardo da Vinci, inserita in una preziosa cornice rinascimentale. Nella sezione dei Toscani si trovano anche la Madonna col Bambino e S. Giovannino di Bronzino (bottega) e La Deesis e i Ss. Paolo e Caterina, di Giulio Romano. Nella sala successiva dedicata a i veneti si trovano il trecentesco Trittico di Paolo Veneziano, le due pale di Cima da Conegliano (Madonna col Bambino presso le rovine di un tempio e Madonna in trono col Bambino e santi), di Palma il Giovane (Apollo e le Muse) e di Domenico Tintoretto (Cristo morto sorretto da tre angeli, S. Domenico e un donato­ re). Si prosegue con gli Emiliani dove sono esposte opere dei ferraresi Dosso Dossi (Assunta e arcangelo Michele), Garofalo (Adorazione dei pastori) e degli emiliani Agnolo e Bartolomeo degli Erri (polittico di S. Pietro martire) e Francesco Francia (Deposizione). Segue la saletta dedicata ai Lombardi in cui sono state riallestite le lastre scolpite dall’Amadeo (Adorazione dei Magi e Fuga in Egitto). Una nuova sala è dedicata ai pittori Fiamminghi che raccoglie un cospicuo nucleo di dipinti realizzati nel Cinquecento da artisti nordici su commissione diretta dei Farnese o provenienti dalle quadrerie dei Sanvitale e dei Dalla Rosa Prati, che testimoniano il ruolo cosmopolita del ducato nell’ambito dell’Impero. Fra le tante opere di questa sezione, si possono ammirare il *Ritratto di Erasmo da Rotterdam di Hans Holbein, la S. Cecilia di Calvaert, le sei tele con scene dalla Genesi di Jan Soens, una serie di piccoli paesaggi su rame di J. Brueghel, P. Brill e S. Vrancx della collezione Sanvitale; la sezione si chiude con i Ritratti di Alessandro Farnese di Mor, Sanchez Coello e De Saive. Salendo una lunga scala appoggiata al paramento in laterizi, si raggiunge un’altra sezione dedicata all’Arte a Parma tra Cinquecento e Seicento. Nella prima sala i dipinti di Giorgio Gandini del Grano e i frammenti di affreschi di Bertoja provenienti dal palazzo del Giardino con scene mitologiche che risentono oltre che della presenza di Correggio e Parmigianino, anche delle influenze stilistiche della pittura fiamminga. Di qui si passa al primo piano dell’ala nord del palazzo in cui, grazie a un nuovo allestimento che lascia intravedere nei passaggi aerei la struttura a tubolari del 1979, sono state realizzate delle sale chiuse dipinte con diverse cromie atte a valorizzare le opere più rappresenta- tive degli artisti emiliani del Cinque-Seicento. Nelle prime due sono esposte le opere tardo-manieristiche di Girolamo Mazzola-Bedoli, cugino di Parmigianino, passando dalle grandi pale con la Concezione, la Madonna col Bambino e S. Giovannino, lo Sposalizio mistico di S. Caterina e la copia della Madonna della Scala di Correggio, ai Ritratti di Bartolomeo Prati, Anna Eleonora Sanvitale e Luigi Borra. Si passa poi agli artisti parmensi G.B. Tinti (Madonna in gloria e Ss. Cosma e Damiano) e ad Alessandro Bernabei (Madonna della Misericordia). Nelle sale successive, dedicate alle più significative espressioni artistiche del naturalismo e classicismo a cavallo dei due secoli, si trovano le tele di Annibale, Agostino e Ludovico Carracci, artisti in stretto rapporto con il ducato farnesiano e la città di Parma, gli originalissimi dipinti di Bartolomeo Schedoni (Le Marie al Sepolcro e Deposizione), le tele di Giulio Cesare Amidani (Sacra Famiglia e santi). Si prosegue con altri due spazi in cui sono esposte le opere di Giovanni Lanfranco (S. Agata curata da S. Pietro), di Sisto Badalocchio, di Guercino e infine di Leonello Spada, seguace di Caravaggio. Il vasto ambiente sottostante è stato interamente ripensato proponendo un riallestimento caratterizzato da colorazioni che identificano le diverse scuole pittoriche del Seicento e Settecento, mantenendo nell’ampia sala centrale, dipinta di grigio, la possibilità di apprezzare il progetto architettonico originario. Il percorso organizza gruppi omogenei di opere dalla Pittura dell’Impero spagnolo rappresentata dal Giobbe di Ribera e dall’Apostolado di Murillo, che ha qui ritrovato la sua unitarietà. Si passa poi all’Arte in Lombardia e in Italia centrale con Carlo Francesco Nuvolone, Giuseppe Maria Crespi e Sebastiano Conca, e all’Arte Sacra in Emilia con Tagliasacchi, Callani e Peroni esposti nel salone. Nelle sale più piccole, diversificate per colore, si trovano opere di artisti di ambito genovese (Andrea de Ferrari, Genovesino) e di Van Dyck; si prosegue con le sezioni dedicate alla natura Morta con Cristoforo Munari e Boselli, ai pittori del grand tour con opere di Tempesta, Zoffany e Hubert Robert, e infine due sale in cui sono esposti importanti dipinti di pittori veneti del settecento, dalle tele religiose di G.B. Pittoni, G.B. Tiepolo, G.B. Piazzetta alle straordinarie vedute architettoniche nei capricci di Canaletto e Bellotto. Alla fine di questo salone si trova la sezione dedicata alle Battaglie, un genere pittorico ben rappresentato nelle collezioni delle famiglie nobili parmensi, come testimoniano le due grandi tele di Pier Ilario Mercanti, detto lo Spolverini e ritratti dei duchi Farnese, esemplare la grande tela con il duca Antonio a cavallo del genovese Molinaretto. La visita prosegue in una lunga passerella aerea che dal 2017 è stata completamente riallestita con una nuova sezione dedicata alla ritrattistica ducale e al Medagliere borbonico in cui è rappresentata la storia dei Farnese attraverso ritratti, miniature e una raccolta di monete, medaglie e volumi del Museo Archeologico, esposti per la prima volta. Da qui si giunge nei grandi saloni Ottocenteschi progettati da Paolo Toschi e Nicolò Bettoli tra 1821 e 1829 in stile neoclassico su commissione di Maria Luigia D’Austria: nella prima sezione, in connessione con la passerella, continua la storia del ducato che, inaugurata dal figlio di Elisabetta Farnese, Filippo di Borbone, si chiude con l’insediamento di Maria Luigia d’Asburgo. L’immagine del potere è affidata ai ritrattisti di corte Baldrighi (Ritratto della famiglia ducale di Parma) e Ferrari (Don Ferdi­nando di Borbone e Guillaume Du Tillot) e ai pittori forestieri Zoffany (Don Ferdinando di Borbone) e Pécheux (Don Filippo di Borbone). Domina nella nicchia la statua di Maria Luigia in veste di Concordia, scolpita da Antonio Canova. Nella seconda sezione dedicata a i grandi cicli Mitologici sono esposti i dipinti di Sebastiano Ricci e di bottega a cavallo tra xvii e xviii secolo, fra cui Apelle che ritrae Campaspe, la Continenza di Scipione, Il ratto di Elena, posti in dialogo con le opere dell’Accademia Parmense di Belle Arti e con la Morte di Virginia di Gabriel François Doyen, prima acquisizione del 1759 per la Galleria Ducale, e Teti affida Achille a Chirone di Pompeo Batoni. Fa da cerniera tra la prima parte del salone e la sua conclusione, la grande tribuna ovale con la coppia spettacolare di colossi in pietra di basanite, Ercole e Bacco, opere romane del II secolo d.C., provenienti dalle residenze imperiali del Palatino e portate nel Parmense nel 1724, per adornare il giardino della reggia di Colorno. L’ultimo ambiente è dedicato all’Accademia dove, come in una quadreria neoclassica, è esposta una selezione di opere di pittori italiani e stranieri premiati nei concorsi dal 1760 al 1795. Introducono l’allestimento due busti in marmo scolpiti da Jean-Baptiste Boudard che ritraggono il fondatore dell’istituzione, Don Filippo e sua figlia Isabella di Borbone autrice della pièce de réception alla sua destra; mentre i Ritratti di Maria Luigia d’Asburgo (G.B. Borghesi) e di Maria Luisa di Berry (G. Carlini) si trovano alla fine della sala. Il percorso della Galleria si conclude nella rocchetta viscontea, la parte più antica del palazzo edificata nel XIV secolo sul torrente Parma a scopo difensivo. In questi spazi nel 2020 è stato completato un nuovo allestimento in cui le opere di Correggio, la *Madonna di S. Gerolamo, la *Madonna della scodella, il *Compianto su Cristo morto e il *Martirio dei Ss. Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino, qui collocate fin dal loro rientro da Parigi nell’Ottocento per volere di Maria Luigia, sono poste in dialogo con i dipinti di artisti parmensi ottocenteschi qui esposti per la prima volta in un nuovo percorso dedicato al mito dell’artista nel XIX secolo.

  • Teatro Farnese Parma (PR)

    Al di là di un imponente portale ligneo sormontato dalla corona ducale, funge da sorprendente scenografico atrio della Galleria il magnifico Teatro Farnese, uno dei più imponenti e suggestivi teatri storici del mondo, vera sorpresa all’interno dell’austero palazzo della Pilotta. Oggi, nell’ambito di una rinnovata fruizione museografica, il teatro non rappresenta più un luogo di visita separato, ma il fulcro di tutti gli istituti del Complesso. Espressione dell’ambizione di Ranuccio I, e a un tempo esempio sommo della grande tradizione spettacolare delle corti padane tra Cinque e Seicento, venne realizzato in gran fretta tra il 1617 e 1618 da G.B. Aleotti detto l’Argenta, chiamato in vista della visita a Parma del granduca Cosimo II de’ Medici. Annullato il viaggio di Cosimo per ragioni di salute, l’inaugurazione del teatro – già ultimato nel 1619 – avvenne solo nel 1628, per festeggiare le nozze di Odoardo Farnese con Margherita de’ Medici con uno spettacolo che con tornei e una naumachia per la quale il teatro venne allagato, pompando acqua dall’acquedotto farnesiano. Realizzato con materiali poco durevoli (legno, stucco, paglia), fu utilizzato solo otto volte dal 1652 al 1732, per matrimoni o visite illustri. Non più utilizzato nel XVIII e XIX secolo, dopo la distruzione nel 1944 dai bombardamenti degli alleati fu ricostruito nel 1953. Dal 2018 è stato oggetto di un nuovo progetto di rimusealizzazione con l’esposizione di documenti dedicati a L’Invenzione del Teatro e a Le Feste. Inserito in un vano di dimensioni eccezionali (m 22 di altezza, 87 di lunghezza, 32 di larghezza), il teatro è costituito da una vasta cavea a U, con 14 gradoni sormontati da due ordini di logge sovrapposte – dorico e ionico – a serliane, derivate dalla palladiana Basilica di Vicenza, terminanti in un attico a balconata. Ai lati del proscenio sopravvivono, su alti basamenti, le statue equestri di Alessandro e Ottavio Farnese. Il teatro ha perduto la vasta ricca decorazione pittorica e plastica, fatta eccezione per gli ornati murali tra le serliane e nelle pareti laterali e di fondo, realizzati da Lionello Spada, dal Dentone e da collaboratori soprattutto bolognesi e ferraresi, e per alcune sculture di stracci, paglia e gesso recentemente recuperate, opere del comasco Luca Reti. La soluzione più innovativa fu realizzata, però, nel palcoscenico, assai profondo e leggermente digradante; un sistema di macchine, gallerie superiori e un sottopalco attrezzato consentiva i cambiamenti di scena, primo vero esempio di tale tecnica nel teatro italiano. Di particolare eleganza il proscenio, d’ordine corinzio, con nicchie alternate a colonne e, al disopra dello stemma ducale, l’iscrizione dedicatoria a Bellona e alle Muse (per ricordare la precedente destinazione dell’immenso salone polivalente), nell’anno 1618. Nel vestibolo del teatro, uno spazio musealizzato con cinque vetrine, sono esposti reperti archeologici, libri e opere d’arte in cui si racconta la storia della Pilotta e delle sue collezioni dai Farnese ai Borbone, da Maria Luigia all’Unità d’Italia, fino ai giorni nostri. Al fine di ricostruire l’unità spaziale del vestibolo e ricucire un filo cronologico tra le raccolte sono state aperte due nuove sale espositive che permettono di riconnettere il tardo-antico e l’Alto Medioevo delle ultime sale del Museo Archeologico, con il romanico e il gotico della sala Antelami, in cui sono esposti i capitelli provenienti dalla Cattedrale di Parma e la porta lignee di S. Bertoldo (X-XI secolo) e di proseguire in quella dedicata all’arte del Quattrocento parmense.

  • Biblioteca Palatina Parma (PR)

    Uscendo dalla Galleria Nazionale, dal vestibolo si accede all’area monumentale della Biblioteca Palatina. Fondata nel 1761 per volontà di Filippo di Borbone, con l’intento di dotare il ducato di una biblioteca a beneficio e utilità pubblica, venne inaugurata nel 1769. L’originario nucleo di 40 mila volumi si arricchì per acquisti, doni, lasciti, tra i quali la biblioteca di Gian Bernardo De Rossi (con un fondo di manoscritti e incunaboli ebraici di grande rarità), che, acquistata da Maria Luigia, fu poi donata alla Palatina, e quella privata dei duchi Borbone-Parma. Oggi la biblioteca, una delle maggiori d’Italia, conta più di 800 mila volumi, manoscritti, autografi, incunaboli, stampe da incisioni in legno e in rame, molte delle quali assai rare. Tra i codici artistici, pregevolissimi un Evangeliario greco e un S. Ildefonso miniati del secolo XI; un Passionario e un Salterio del secolo XI; un De Rebus Longobardorum di Paolo Diacono, un Eutropio e un Longo­bardae Legis Liber del secolo XII, il De prospectiva pingendi di Piero della Francesca (1480). Il percorso di visita consente di accedere alla Galleria Petitot, posta nell’ala sud del palazzo, con volta a cassettoni; conserva scaffali in noce intagliati, disegnati dall’architetto di corte, E.A. Petitot. Dal 2017 è visibile al pubblico anche lo spazio monumentale della galleria dell’incoronata, dove si può ammirare la sinopia dell’Incoronata di Correggio (l’affresco staccato è conservato nella Galleria Nazionale). Si prosegue nella Sala Dante, decorata da F. Scaramuzza (1841-58) con scene dalla Divina Commedia, precedentemente denominata «del Bibliotecario», ora dotata di divani per la libera lettura e la fruizione del soffitto. Vi è conservata la pregevolissima raccolta di oltre 40 mila stampe messa insieme dagli Ortalli. Nella ex Sala Catalogo, oggi detta Sala dei Velieri, è stata posizionata, entro apposite vetrine, la coppia di velieri offerta in dono a Don Ferdinando di Borbone dal re di Francia Luigi XV. La sala di lettura, Salone Maria Luigia, è un corpo aggiunto da N. Bettoli nel 1834, con decorazioni di F. Scaramuzza, G. Gaibazzi, G.B. Collina, S. Campana; vi è conservata la grande erma raffigurante Maria Luigia di Antonio Canova. Dal 2017 nella Biblioteca è stato istituito un Gabinetto dei disegni e delle stampe, in cui si conservano le opere grafiche, fra cui 30 disegni di Parmigianino, della Galleria Nazionale. La Biblioteca include anche una importante sezione musicale, unico istituto bibliografico musicale italiano specializzato; sin dalla sua nascita nel 1889 conserva un patrimonio di oltre 170.000 unità, che comprendente musica manoscritta e a stampa, libretti, periodici, carteggi e libri di letteratura musicale e documenta l’attività musicale della città e del suo territorio nei secoli XVIII-XIX.

  • Museo bodoniano Parma (PR)

    Il più antico museo della stampa in Italia, fu inaugurato nel 1963 in occasione del 150° anniversario della morte di Giambattista Bodoni (1740-1813). Raccoglie gli strumenti tipografici, matrici e punzoni (circa 80.000 pezzi), l’archivio e la collezione completa delle edizioni curate da G.B. Bodoni, stampatore di corte dal 1768. Grazie a un recente progetto, il Complesso della Pilotta ha realizzato la nuova sede del museo accessibile dal piano stradale e collegata all’ingresso autonomo della Biblioteca Palatina. Il nuovo Bodoniano, caratterizzato da un’estetica stile impero, coeva agli anni di attività dello stampatore, ospiterà l’intera collezione di punzoni originali e di stampati e sarà arricchito di strumenti di mediazione digitale.

  • Giardino della Cavallerizza Parma (PR)

    Posta in un’area a sud del palazzo prospiciente a piazza della Ghiaia, la Cavallerizza fu costruita nella ubicazione attuale per volere di Francesco I Farnese (1678-1727) come maneggio per cavalli coperto da un tetto a doppia falda. L’edificio fu utilizzato per tutto il XIX secolo, ma con i bombardamenti del 1944 riportò ingenti danni. L’intera area, utilizzata per molto tempo come deposito di materiale di scavo archeologico, dal 2019, è stata riqualificata con un elegante giardino archeologico, visibile da chi transita verso piazza Ghiaia e da cui si può ammirare la nobile facciata neoclassica del Tribunale di Revisione, progettata da E.A. Petitot, oggi completamente restaurata.

  • Accademia Nazionale di Belle Arti Parma (PR)

    Nell’ala novecentesca del palazzo della Pilotta rivolta verso il torrente ha sede il liceo artistico statale «Paolo Toschi», erede delle funzioni didattiche dell’Accademia di Belle Arti, fondata nel 1752 da don Filippo di Borbone e avviata dagli artisti di corte Petitot, Baldrighi e Boudard. Al primo piano dell’edificio ha sede l’Accademia Nazionale di Belle Arti, con un piccolo Museo e un prezioso archivio, visitabili su richiesta: gli ambienti disposti ad anello intorno al volume dell’atrio e dello scalone accolgono dipinti, busti, bassorilievi, disegni, bozzetti, medaglie e cimeli. L’archivio documenta le vicende del consesso artistico che contribuì a fare di Parma l’«Atene d’Italia».

  • Palazzo Ducale Parma (PR)

    Detto anche palazzo del Giardino, preceduto da quattro statue di divinità del Boudard. Il nucleo originale, disegnato dal Vignola, corrisponde al corpo centrale del grande complesso attuale, trasformato e ampliato a più riprese da Girolamo Rainaldi, Ferdinando G. Bibiena e altri e completato dal Petitot dopo il 1767. L’edificio è oggi sede del comando della legione dei Carabinieri. Si ascende per lo scalone petitotiano e si accede alla sala degli uccelli, coperta da una volta a botte che, su un fondo azzurro, presenta una ricca e curiosa decorazione a stucco raffigurante 224 volatili diversi per specie e posizione, dovuta a B. Bossi (1766-67). In fondo a sinistra si accede alla sala di alcina, la più antica fra le sale affrescate, ove attorno al 1568 fu operoso Girolamo Mirola, forse con la collaborazione di J. Bertoja, che vi svolse un ciclo pittorico ispirato al canto VII dell’Orlando Furioso. Ancora a sinistra si passa nella sala del bacio, affrescata forse dal solo Bertoja (1570) dopo la morte del Mirola; sulla volta e sulle pareti si snoda un racconto, in gran parte metaforico, tratto dall’Orlando Innamorato di Boiardo. Sempre dalla sala di Alcina si passa nella piccola sala di Erminia, con un’alcova decorata di stucchi di B. Bossi e da un paesaggio di gusto fiammingo, nonché frammenti di un ciclo pittorico ispirato alle vicende del personaggio tassesco, di A. Tiarini; infine, la sala dell’Amore, probabilmente progettata in tutte le sue parti intorno al 1601 da Agostino Carracci, che eseguì di sua mano solo le scene con le allegorie dell’Amore poste sulla volta.

  • Parco Ducale Parma (PR)

    Con quello di Colorno, costituisce un prezioso esempio residuo di parco principesco. La vasta estensione a verde (circa 20 ettari) venne sistemata dal 1561 per volontà del duca Ottavio. Tra il 1559 e il ’64, durante i suoi soggiorni parmensi, il Vignola disegnò un giardino all’italiana, impostato su una maglia ortogonale e su un asse che si conclude nel palazzo. La peschiera (1690) fu l’ultima modifica prima della sistemazione ‘alla francese’ realizzata nel XVIII secolo su disegno del Petitot e con l’aiuto di J.B. Boudard (autore delle statue, compreso il gruppo scultoreo di Cromi e Mnasilo che tentano di legare un Sileno, sistemato nella rotonda); dal 1866 è di proprietà comunale. In fondo al parco, la falsa rovina di un tempietto circolare costruito da E.A. Petitot e la peschiera (1690) con isolotto decorato dalla fontana detta Trianon, di G. Mozzani (1712-19), proveniente dai giardini di Colorno.

  • Palazzetto Eu­cherio Sanvitale, Parma (PR)

    Piccolo ma importante esempio di architettura cinquecentesca (1520), sviluppato su una pianta ad H con quattro torri angolari collegate da due loggiati a cinque arcate, e con finestre adorne di candelabre in arenaria. Acquisito dal Comune come sede di mostre temporanee, ha rivelato a seguito dei restauri una serie di affreschi importanti per la pittura parmense: oltre a frammentarie decorazioni con paesaggi, canefore e nature morte, una Madon­na col Bambino del Parmigianino giovane e, nella cappella, un ciclo di storie della Vergine, attribuito al cappuccino Paolo Piazza.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
SITO UFFICIALE DI INFORMAZIONE TURISTICA © 2022 Regione Emilia-Romagna | Assessorato Turismo e Commercio