Parma: il centro storico religioso

In collaborazione con Touring Club

Il centro religioso (il Duomo), lungo il limite nord del nucleo d’impianto romano di Parma, costituisce uno dei tre poli principali della storia politica e artistica della città, Insieme al centro della vita pubblica (piazza Garibaldi) e al centro ducale (la Pilotta). L'itinerario nel centro religioso è di grande interesse dal punto di vista storico-artistico e architettonico, per la visita a due dei massimi monumenti medievali italiani, il Duomo e il Battistero, e ai capolavori di Benedetto Antelami e del Correggio. La visita, che si svolge nella limitatissima zona a nord del nucleo di fondazione romana, richiede un’attenzione particolare, oltre che alle opere d’arte, alla qualità dell’ambiente urbano.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Monastero di S. Giovanni Evangelista Parma (PR)

    Complesso benedettino, fondato nel secolo X ma ricostruito a cavallo del XV e XVI. Del 1604-7 è la facciata in marmo della chiesa, disegnata da Simone Moschino e realizzata da G.B. Carrà detto il Bissone. Il campanile è opera di G.B. Magnani del 1613. L’interno (a croce latina, a tre navate con transetto e cupola all’incrocio dei bracci) rivela, nonostante il riferimento al Duomo romanico, una chiara sensibilizzazione al nuovo linguaggio rinascimentale; segno della tradizione sono le strutture voltate delle navate, mentre caratteri di derivazione classica mostrano i pilastri scanalati in pietra grigia, con capitelli compositi sormontati da un dado. Navata mediana. Il fregio si deve a Correggio (1522-23), probabilmente coadiuvato da F.M. Rondani; pure di Correggio sono le grottesche dipinte sui semipilastri; la decorazione delle volte con candelabre, putti e simboli del santo titolare è opera di M. Anselmi (1520 circa). Sopra il portale, S. Giovanni a Patmos, ampia tela di G.B. Merano (1687). Gli affreschi delle 12 cappelle laterali furono eseguiti da artisti per lo più emiliani, nella seconda metà del secolo XVII e nella prima del successivo: A.M. Colonna, Giacomo Alboresi, G.B. Merano, Giacomo Antonio Boni, Tommaso Aldrovandini, Carlo Giuseppe Carpi. Navata destra. 1a cappella: alla parete destra, il marmoreo monumento alla contessa Albertina Sanvitale di Cristoforo Marzaroli. 2a cappella: all’altare, Natività dei fratelli Giacomo e Giulio Francia (1519). 3a cappella: all’altare, Adorazione dei Magi di C. Caselli (1499). 4a cappella: la decorazione dell’arco è attribuita a Cesare da Reggio; all’altare, Madonna col Bambino e S. Giaco­mo di G. Mazzola-Bedoli (1543-45). 5a cappella: alle pareti, copie settecentesche delle tele eseguite dopo il 1524 da Correggio e raffiguranti la Deposizione di Cristo e il Martirio di quattro santi, qui originariamente collocate e ora esposte alla Galleria Nazionale; presumibilmente di Correggio è anche la decorazione del sottarco d’ingresso con Dio Padre al centro, i Ss. Pietro e Andrea a destra, la Caduta di S. Paolo a sinistra. Transetto destro. Nel catino dell’abside, affresco di M. Anselmi (1521 circa) con storie della vita di S. Giovanni, primo abate del convento (m. 990) le cui spoglie sono conservate nell’urna dell’altare sottostante; la pala con Mira­colo di S. Giovanni abate si deve a Emilio Taruffi (1674). Alle pareti del transetto spiccano i bellissimi gruppi plastici di S. Felicita col figlio Vitale e di S. Benedetto, eseguiti, come quelli del braccio sinistro, da Antonio Begarelli (1543 circa) in terracotta coperta da una leggera cromia bianca. Al disotto della volta corre un fregio con tondi in prospettiva includenti busti di papi, cardinali e monaci benedettini alternati a scene di sacrificio pagano, opera di Giovanni Antonio da Parma (1514) nel braccio destro, di un anonimo artista vicino alla cultura padovana del tardo Quattrocento, nel braccio sinistro. Nel sottarco d’ingresso alla cappella a destra del presbiterio l’affresco con S. Cecilia a sinistra e S. Margherita a destra, attribuito a G. Mazzola-Bedoli. Il vano della cupola è coperto dal celebre *ciclo affrescato di Correggio (1520): nei pennacchi sono rappresentati i Padri della Chiesa accompagnati agli Evangelisti i cui simboli compaiono tra angeli a monocromo nel tamburo; nei sottarchi, figure, anch’esse monocrome, di eroi biblici e, nei semipilastri sottostanti, grottesche. Il tema iconografico della calotta, tradizionalmente identificato come Visione di S. Giovanni nell’isola di Patmos, è stato più correttamente individuato come un inconsueto Transito di S. Giovanni, ritratto vegliardo (visibile solo dal presbiterio), con lo sguardo rivolto al cielo da dove sta scendendo il Cristo per raggiungere in terra il discepolo morente e accompagnarlo nell’ascesa. Dopo il restauro che ha interessato l’intero ciclo, è stata proposta l’attribuzione al Parmigianino di un putto raffigurato al disotto del tamburo, tra i pennacchi a nord. Presbiterio. Ancora a Correggio sono attribuite le grottesche della crociera mentre i putti delle vele sono opere più tarde di I. Martini (1588); dello stesso sono le figure sopra le cantorie e l’organo. Ricco altare maggiore, di marmi screziati a vari colori, su disegno di Bartolomeo Avanzini. L’abside originale fu demolita nel 1587 per allungare il presbiterio. Con il rifacimento andò distrutto il grande affresco di Correggio che si svolgeva nel catino, con l’Incoronazione della Vergine (vasto frammento nella Galleria Nazionale); l’affresco attuale riproduce fedelmente il lavoro di Correggio ed è opera di C. Aretusi (1587). Sotto il catino, la Trasfigurazione, grande quadro di G. Mazzola-Bedoli (c. 1556), che diede anche il disegno della ricca ancona, intagliata da Gianfrancesco Testa. In basso corre all’intorno un notevole coro ligneo, finemente intarsiato a motivi floreali, vedute urbane e collinari, strumenti musicali ecc., opera di Marcantonio Zucchi (1513-31), proseguita dai fratelli G. e Pasquale Testa (1531-38). Nella lunetta sopra la porta della sagrestia, S. Giovanni Evangelista giovane che scrive, altro mirabile affresco di Correggio (circa 1523). sagrestia: fu affrescata nel 1508 da Cesare Cesariano. Si segnalano, oltre al bel rivestimento ligneo seicentesco, le due ante dell’armadio portareliquie conservate nel vano ottagonale annesso alla sagrestia nel 1618, dipinte da M. Anselmi. Transetto sinistro. Il catino fu dipinto, come quello di fronte, dall’Anselmi nel 1521 con S. Benedetto in trono fra santi. La pala con S. Mauro che guarisce gli appestati è opera di E. Taruffi (1674); alle pareti del transetto, gli altri due gruppi plastici di A. Begarelli (1543 c.), S. Giovanni Evangelista e la Madonna col Bambino e S. Giovannino. Navata sinistra. Nella 6a cappella si segnala la bella tavola con il Cristo portacroce eseguita da M. Anselmi (1522 circa), autore anche degli affreschi del sottarco. La 4a cappella è tra le più ricche e suggestive; nel sottarco, le due monumentali figure di S. Nicola di Bari a destra e S. Ilario a sinistra sono opere del Parmigianino giovane (1522 circa); all’altare, bella tela con lo Sposalizio mistico di S. Caterina di G. Mazzola-Bedoli (1536), mentre alle pareti G.B. Merano dipinse le storie di S. Nicola (1684). Nella 3a cappella, tela tardo-cinquecentesca raffigurante la Madonna col Bambino e santi di Jan Sons. Nella 2a cappella è ancora Parmigianino a dipingere il sottarco con a destra S. Vitale (o S. Secondo) che trattiene il cavallo, proiettato illusionisticamente al di fuori dello spazio dipinto, e a sinistra due diaconi. Nel sottarco della 1a cappella, sono probabilmente gli ultimi affreschi eseguiti dal Parmigianino per questa chiesa: a sinistra, S. Agata col carnefice, figure che denotano un chiaro riferimento al Pordenone, e a destra, le Ss. Apollonia e Lucia, caratterizzate da una estrema dolcezza che richiama, come gli splendidi putti della fascia esterna, la pittura correggesca. Il fonte battesimale è tratto dalla base di un monumento – probabilmente funebre – romano (I secolo d.C.). Il monastero benedettino. Adiacente alla chiesa, a sinistra, è l’ingresso al monastero benedettino, fondato nel secolo X, ricostruito all’inizio del XVI, occupato, in vari periodi del XIX e primi decenni del XX, dai militari, e ora riadibito alla sua originaria destinazione. Chiostri. Si accede direttamente nell’elegante Primo chiostro (1537-38), con portico terreno su esili colonne ioniche. Di fianco si stende un Secondo chiostro, del 1500, che serba il *portale e due bifore dell’antica sala capitolare, finemente scolpiti in marmo da Antonio d’Agrate: bella vista sulla cupola e sul campanile. Di qui si passa nel Chiostro grande o di S. Benedetto, costruito nel 1508-12, con avanzi di affreschi coevi. Dal secondo chiostro si accede alla Sala capitolare, ove sono esposti due *affreschi di Correggio staccati dal presbiterio della chiesa (Sacrificio cristiano) e una copia della Deposizione di Correggio. Si passa quindi nell’Atrio del Refettorio, con monumentale lavamani (primi XVI secolo) di Antonio detto Tagliapietra, ricollocato qui nel 1995 dopo che Napoleone lo aveva asportato (1810); nel Refettorio è una tela raffigurante l’Ultima cena di G. Mazzola-Bedoli (1562), incorniciata da una prospettiva architettonica di Leonardo da Monchio. Al piano superiore, è la cinquecentesca Biblioteca, vasto ambiente a tre navate dalle pareti affrescate; il monastero possiede circa 20 mila volumi e pregevoli codici miniati dei secoli XV e XVI.

  • Storica Spezieria di S. Giovanni Evangelista Parma (PR)

    Documentata dal 1201, ma probabilmente di origine ancor più antica, fu fondata e gestita dai Benedettini fino al 1766, allorché venne secolarizzata. Fu in seguito acquistata dallo Stato, ripristinata e aperta al pubblico nel 1959. L’ubicazione attuale risale presumibilmente ai primi decenni del XVI secolo, epoca di ricostruzione del monastero; le decorazioni e gli arredi lignei alla fine di quel secolo e ai primi anni del successivo.

  • Palazzo del Seminario Parma (PR)

    Si allunga di fronte al fianco destro del Duomo. Originariamente parte del chiostro della libreria dei canonici, la bella facciata fu disegnata da G. da Erba, con doppio ordine di arcate su colonne di G.F. d’Agrate (1514), chiuse con l’apertura della via e la trasformazione dell’edificio in seminario nel Seicento.

  • Duomo Parma (PR)

    Costituisce una delle maggiori espressioni dell’architettura romanica padana, opera di maestri centro-lombardi già sensibili al verticalismo gotico. Al principio del IV secolo, a nord delle mura, più o meno in quest’area, si insediò la prima sede di culto cristiana, che nel IX secolo divenne mater ecclesia; dopo la parentesi franca, il trasferimento del vescovo incentivò la costruzione di una nuova chiesa metropolitana, là dove oggi è il Seminario. Distrutta da un incendio intorno al 1055, la fabbrica venne ricostruita nel sito attuale dal vescovo eretico Càdalo (poi antipapa col nome di Onorio II) che determinò anche l’assetto definitivo dell’intero nucleo vescovile, ma rovinata a sua volta da un terremoto (1117), venne rimpiazzata dall’edificio che, completato alla fine del XII secolo, è giunto fino a noi; cento anni dopo verrà aggiunto il campanile; nel XIV secolo le cappelle di destra, nel XV quelle di sinistra. La facciata a capanna, in blocchi di arenaria, è traforata da tre ordini di arcatelle, il superiore parallelo agli spioventi e accompagnato da una fila di archetti intrecciati e da una serie di protomi marmoree. Dei tre portali, quello centrale è preceduto da un protiro con leoni stilofori, opera di Giambono da Bissone (1281); nella ghiera dell’arco, rappresentazione dei mesi, di ignoto scultore anteriore a Giambono; nell’architrave, fregio a racemi con figurine, tra le quali un centauro che scaglia un dardo contro un cervo. I battenti della porta, restaurati, sono di Luchino Bianchino (1494). A destra del portale mediano sono incastonati alcuni avanzi del sepolcro di Biagio Pelacani, insigne scienziato parmense. A destra si leva il *campanile (alto m 63,43), in cotto con profili in pietra, coronato da cuspide e pinnacoli. Compiendo il giro della fabbrica, si osservino, sopra i volumi delle cappelle aggiunte, i fianchi originari, alleggeriti, come a Modena, da una lunga teoria di loggette con decorazioni zoomorfe (secolo XII, con alcuni frammenti precedenti), che prosegue lungo i bracci del capocroce e del transetto, tutti absidati. All’incrocio, si erge la cupola ottagonale su tamburo, elemento insolito nell’architettura medievale, pure coronata da un’elegante loggetta. *Interno a croce latina, di aspetto grandioso e suggestivo, in cui al fascino dell’architettura medievale si somma l’interesse per le opere di B. Antelami e di Correggio. Le tre navate sono ripartite da pilastri alternati, polistili e cruciformi, sui quali si impostano volte a crociera con archi trasversi; alla navata centrale affacciano le eleganti quadrifore dei matronei, ampi e praticabili. Transetto e presbiterio sono rialzati sulla cripta. Navata mediana. I capitelli della navata centrale e dei matronei vennero realizzati tra 1106 e 1120 circa da maestranze tra cui il giovane maestro Nicolò; si segnalano quello del 1° pilastro d. (Arcangeli che vincono le forze del male, Lotte di animali, S. Martino e il povero), quello del 2° sempre a destra (Cavalieri che vanno in battaglia, Combattimenti coi Musulmani, Cronaca delle Crociate), quello del 3° sinistro (Sacrificio di Isacco), e quello del 1° sinistro (Abramo e Sara con i tre angeli, Simboli degli evangelisti, Leoni e basilischi che lottano); di grande interesse iconografico, nel matroneo sinistro, il capitello del 2° pilastro, con la raffigurazione di due lupi e un asino vestiti da monaci, arguta satira contro i religiosi simoniaci. Sulla controfacciata, Ascensione, affresco di L. Gambara (1572-73) con l’aiuto di B. Gatti. Lungo le pareti, al di sopra delle quadrifore, episodi della vita di Gesù, grandi riquadri a fresco del Gambara, inizialmente affiancato dal Gatti (1567-71); la volta è divisa in sette crociere e decorata a fresco da G. Mazzola-Bedoli (1555-57) con l’aiuto di Francesco Mendogni. Navata destra. Recentemente restaurata, la decorazione a fresco delle volte, con figure, frutti e fiori, si deve ad A. Mazzola (1571-74), figlio di Girolamo e autore pure della Visitazione sovrastante la porta. Nella 1a cappella (cappella Bernieri), sull’altare, una quattrocentesca predella a bassorilievo (Pietà e Santi); la pala, di anonimo seguace di Cima da Conegliano (inizi XVI secolo), raffigura la Visitazione; alla parete destra, sepolcro di Girolamo Bernieri (post 1484); di fronte, tre affreschi staccati dalla 4a cappella destra, raffiguranti storie di S. Sebastiano, v. sotto. Nel pavimento, due lastre tombali quattrocentesche. 4a cappella (del Comune: notare gli emblemi, il torello e la croce, dipinti nel basamento), chiusa nell’Ottocento con parti di una pregevole recinzione marmorea attribuita a G.F. da Agrate (1507 circa). All’altare, Madonna col Bambino e i Ss. Sebastiano, Rocco, Ilario e Biagio di M. Anselmi (circa 1526). Le pareti laterali sono rivestite di affreschi, leggende dei Ss. Sebastiano e Fabiano, improntati a vivacità narrativa e acuta osservazione del reale (prima metà secolo XV). 5a cappella (cappella Centoni). All’altare, entro bella cornice dorata e dipinta a grottesche, Madonna col Bambino in trono fra i Ss. Paolo e Antonio Abate, di A. Araldi (1516), cui pure si devono i busti dei Ss. Ber­nardo degli Uberti, Benedetto e il beato Giovanni da Parma nella predella. Alle pareti laterali, affreschi di F.M. Rondani (1527-31); a destra, elegante tomba gotica di Giovanni Centoni (ante 1484); a sinistra, memoria funebre di Ludovi­co Centoni, post 1518. L’ultima cappella fa da vestibolo all’ingresso laterale dove sono collocati due leoni antelamici reggenti basi tronche di colonne, i cui compagni sono nella cappella simmetrica; nel sottarco, S. Agata e altra santa, affresco di Aurelio Barilli (1574); alla parete destra, sepolcro della famiglia Carissimi, bella opera di G.F. da Agrate (dopo il 1520). Nella cappella che si apre di contro: affreschi (1719) di Sebastiano Galeotti (figure) e Pellegrino Spaggiari (prospettive); all’altare, Crocifisso fra i Ss. Agata e Bernardo degli Uberti di B. Gatti (1566-74). Transetto destro. Si sale la gradinata, in marmo rosso di Verona, realizzata da G. Mazzola-Bedoli (1566) sulla larghezza delle tre navi, e si entra nel transetto. Nella volta, affreschi di A. Bresciani (1768), che riproducono esattamente quelli preesistenti dell’Anselmi. Nella parete a destra è collocata la celebre *Deposizione a rilievo di B. Antelami (1178), prima opera datata dell’artista; la composizione rappresenterebbe lo sposalizio di Cristo con la Chiesa, novella sposa uscita dal suo costato (il personaggio femminile a sinistra, con il calice e il vessillo della vittoria), e il ripudio della sinagoga (il personaggio a destra, cui l’arcangelo Raffaele piega il capo in segno di sconfitta); al disopra corre l’iscrizione con l’anno e il nome dell’artefice. Il rilievo era parte di un arredo presbiteriale, smembrato nel 1566 per la costruzione dello scalone, presumibilmente un pulpito addossato alla più antica recinzione, o un pontile. La soprastante tela con Guerriero all’antica era già retro di una delle portelle d’organo commissionate nel 1560 circa a Ercole Procaccini. Nel catino dell’abside mediana, il Padre Eterno, a imitazione di pittura a mosaico, con chimere e fogliami, di Cristoforo Caselli (1506-7); a sinistra, bellissimo sepolcro del canonico Montini (1507), scolpito da G.F. da Agrate (il Cristo fra due angeli sull’arco del sepolcro è opera del Caselli). Nel catino dell’abside aperta nella parete sinistra Mosè che riceve le tavole della legge di Pomponio Allegri (1560-62), figlio di Correggio, ma modesto pittore; all’altare, Conversione di S. Paolo di A. Bresciani (1796). La cupola. La straordinaria decorazione della cupola, con l’*Assunzione della Vergine, affrescata tra 1526 e 1530 dal Correggio, al culmine della sua ricerca illusionistica, è modello fondamentale per le grandi decorazioni barocche successive, con il suo vorticoso moto di ascesa suggerito dalla disposizione a cerchi concentrici di nubi e beati. L’audacia dell’invenzione suscitò la perplessità dei committenti, e ciò indusse forse Correggio ad abbandonare il cantiere prima di decorare l’abside. Allo stesso si devono i dipinti sul tamburo (Apostoli) e sui pennacchi, (i quattro principali patroni di Parma: S. Bernardo degli Uberti, S. Giovanni Battista, S. Ilario e S. Tommaso o S. Giuseppe), un fregio monocromo, nonché sei eleganti figure femminili e di efebi, anch’esse monocrome, all’estremità dei sottarchi nord, ovest e sud (il sottarco orientale, verso il presbiterio, venne dipinto da G. Mazzola-Bedoli). Al centro del presbiterio sotto la cupola è collocato un altare in marmo bianco e rosso di Verona della fine del XII secolo, con figurazioni a rilievo scandite da lesene a zig-zag; sulla sinistra è l’ambone in bronzo e sul lato opposto la cattedra pure in bronzo, su progetto dell’architetto catalano contemporaneo Jaume Bach. Il coro ha volte affrescate con motivi ornamentali, fiori, frutta, figure umane, da G. Mazzola-Bedoli (1538), autore anche del Giudizio universale nel catino dell’abside (1538-44); alle pareti è collocato un prezioso arredo ligneo, costituito da venti stalli superiori con tramezzi intagliati a traforo e altrettanti inferiori, decorato da tarsie con vedute prospettiche di città, oggetti, elementi ornamentali; è opera di Cristoforo da Lendinara (1469-73) con il probabile intervento del figlio Bernardino in alcuni sedili inferiori. Nell’abside, grande ciborio in marmo bianco di Alberto Maffeolo (1486-90); al disotto, celata alla vista da una balaustrata, è la famosa *cattedra episcopale di B. Antelami (1180 circa), in marmo bianco e rosso di Verona, di cui restano solo le parti laterali; al disopra di una delle scalette del ciborio, Madonna in trono col Bambino, delicato affresco quattrocentesco; sulle balaustre e alle pareti del coro, statue in bronzo dei quattro Evangelisti, opera di Filippo da Gonzate e dei figli Jacopo e Damiano (1508). Attraverso una porta laterale si accede alla sagrestia dei consorziali, con una serie continua di sedili ad alta spalliera, decorati da splendide *tarsie; l’interessante arredo ligneo, che si completa con un bancone al centro, venne realizzato a partire dal 1488 da C. da Lendinara con l’intervento del figlio Bernardino, e concluso nel 1491 da Luchino Bianchino. Transetto sinistro. Alla parete della scala di accesso, Crocifisso e S. Francesco di Gaspare Traversi (1753). La decorazione pittorica della volta a crociera è opera di Orazio Samacchini (1570-74), autore anche dei catini delle due absidi. Sull’altare a destra, Deposizione di A. Pasini (1815); sull’altro, Assunta di G.B. Tinti (1589). Vi è collocato l’altro Guerriero di Ercole Procaccini, già portella d’organo. La sottostante cripta è sorretta da colonne varie per materiali, dimensioni e forme dei capitelli, decorati esclusivamente con motivi vegetali e risalenti alle prime fasi costruttive dell’edificio (fine xi-inizio XII secolo). Braccio centrale: nel pavimento sono due notevoli mosaici frammentari, rinvenuti (1955) sotto il livello del sagrato a diverse profondità: il primo, con disegni geometrici bianchi, rossi, neri e con pesci affrontati, è databile al V-VI secolo e proviene dalla primitiva basilica paleocristiana della città; il secondo, più antico, è forse traccia di una precedente Domus Ecclesia. A sinistra una porta immette nella cappella Ravacaldi (primi decenni XV secolo) affrescata con storie della vita della Vergine attribuite a un maestro lombardo di buona levatura. Cappella Rusconi. La corrispondente porta a destra dà accesso alla cappella Rusconi, realizzata entro il 1412 su commissione del vescovo comasco Giovanni Rusconi, qui sepolto e raffigurato assieme alla Madonna in trono tra i Ss. Giovanni Evangelista e Battista, nell’affresco alla parete destra; questo e gli altri raffinati affreschi che ricoprono le pareti (notare sull’arco d’ingresso un singolare Battista alato) appartengono alla migliore produzione pittorica lombarda degli inizi del secolo, con influssi veneti e dell’arte di Altichiero. Braccio sinistro: all’altare sul fondo, Apparizione di S. Agnese alla sua famiglia, tavola di M. Anselmi (1526); sull’altare a destra, Sposalizio di Maria, tavola di A. Araldi (1519); il coro di noce con 35 stalli è stato intagliato da Matteo Fabi detto Tamborino (1555). Dopo il braccio destro segue la cappella di S. Bernardo degli Uberti, col monumento del santo vescovo in marmo, di Prospero Sogari Spani e Girolamo Spani su disegno di G. Mazzola-Bedoli (1544). Navata sinistra. Risaliti in chiesa, la visita prosegue nella navata sinistra. La decorazione ad affresco delle volte e dei fascioni delle crociere (figure, putti e fiori), restaurata, è opera di A. Mazzola e Giovanni da Bologna (1571). Nel vestibolo dell’ingresso laterale: a sinistra, sepolcro di Marco Colla, di Bartolomeo Pradesoli; nella cappella di fronte, fastoso altare barocco, con l’Estasi di S. Teresa di derivazione berniniana. 5a cappella (cappella dei Valeri): è integralmente decorata da affreschi che la tradizione attribuisce al parmense Bartolino de’ Grossi, databili ai primi decenni del Quattrocento: nella volta, storie della Vergine e di Gesù; sulle pareti, vita dei Ss. Andrea apostolo, Caterina e Cristoforo, in una narrazione continua a riquadri, di vivacità ed espressività proprie della pittura emiliana, talora spinta a toni aspri. La nicchia, adorna di terrecotte, che sta a destra dell’altare, e l’Ecce Homo in essa dipinto sono della stessa epoca. Sui pilastri d’ingresso, i santi titolari, ad affresco. 4a cappella (cappella del consorzio dei vivi e dei morti): alle pareti e nelle lunette, affreschi decorativi di S. Galeotti e Francesco Natali (1721). 2a cappella: alle pareti, quattro grandi tele di Gaspare Traversi (Santi). 1a cappella: sull’altare, Visitazione di F. Monti. Segue, al principio della navata, sul muro presso la porta, una Madonna col Bambino e il committente, attribuita ad A. Araldi (1496).

  • Battistero Parma (PR)

    Uno dei capolavori dell’architettura gotica europea, brillante e originale testimonianza di una cultura artistica e costruttiva giunta a un alto grado di perfezione, fu iniziato, come si legge nell’architrave del portale nord, nel 1196, e già nel 1216, anno di celebrazione del primo battesimo, era edificato e scolpito probabilmente fino alla base del secondo ordine di logge; alla fabbrica concorsero maestranze, soprattutto lombarde, già attive presso il cantiere del Duomo, sotto la direzione di B. Antelami, alla cui opera, in perfetto equilibrio fra tradizione lombarda e anticipazioni francesi, è legata la fama del monumento. L’edificio venne ripreso e compiuto, probabilmente da maestranze campionesi, tra il 1260 e il ’70, anno della sua dedicazione; nel 1302-7 ebbe l’ultima galleria, quella cieca, la balaustrata e i pinnacoli di coronamento. Consiste in un prisma ottagonale rivestito in marmo di Verona, completamente restaurato tra il 1987 e il 1991; nella zona inferiore, tra i costoloni d’angolo, si alzano alte arcate entro cui si aprono i tre portali; al disopra corrono quattro ordini di loggette architravate aperte (particolare questo di notevole originalità), e uno di logge cieche. La mirabile decorazione plastica del monumento, ispirata a fatti e dottrine morali e religiose, è quasi per intero opera di B. Antelami e aiuti. Portale settentrionale (verso la piazza), detto della Vergine. Nella lunetta: al centro, Madonna in trono col Bambino; a sinistra, Ado­razione dei Magi; a destra, L’angelo impone a Giuseppe di fuggire in Egitto. Nella ghiera dell’arco, i dodici maggiori profeti reggenti clipei coi busti degli apostoli. Nell’architrave, da sinistra: Battesimo di Gesù, Banchetto di Erode e Decapitazione del Battista; nello stipite sinistro, Genealogia di Cristo da Mosè a Giacobbe; nel destro, Genealogia della Vergine; negli stipiti interni è il Peridexion, simbolo dell’albero della vita. Si aggiri l’edificio da destra. Portale occidentale, detto del Redentore. Nella lunetta: al centro, Cristo Redentore; ai lati, angeli coi simboli della Passione. Nella ghiera dell’arco, gli Apostoli; nell’architrave la Risurrezione dei morti; nello stipite sinistro, le Opere di misericordia; nel destro, la Pa­rabola della vigna. Portale meridionale, detto porta del Battista, con lunetta tratta dalla leggenda di Barlaam e Josaphat (*Parabola della vita): un giovane si sta cibando di miele arrampicato su di un albero alla cui base stanno due roditori e un drago; ai lati, le figure del carro del Sole e di quello della Luna. Nell’architrave, tre tondi: Agnus Dei, Cristo benedicente e il Battista. Le lunette cieche di nord-est e nord-ovest ospitavano originariamente due coppie di statue, rispettivamente David e Isaia, e Salomone e la regina di Saba, attualmente custodite al Museo Diocesano, qui sostituite da copie. L’interno, riportato a grande splendore dai restauri, è un vasto ambiente, di struttura slanciata ed elegante, i cui lati risultano di numero doppio rispetto all’esterno: ai lati dell’ottagono corrispondono infatti internamente 12 absidiole, che sommate ai vani dei 3 portali e a quello dell’altare determinano 16 lati irregolari; superiormente si dispongono due ordini di loggette trabeate, interrotte da agili costoloni che sorreggono la volta ogivale a ombrello, edificata probabilmente da maestranze campionesi. Al centro è posta una doppia vasca, a quadrilobo entro ottagono, destinata al battesimo per immersione (secolo XIII); un fonte per aspersione, decorato all’esterno dal Peridexion e sorretto da un bellissimo leone che tiene fra gli artigli una lepre, trova posto a destra del portale meridionale. Rilievi. Eccezion fatta per molti capitelli e gran parte della cornice situati all’imposta della cupola, la varia e ricca decorazione plastica del complesso è opera di B. Antelami e della sua cerchia, anzitutto le famose sculture ad altissimo rilievo dei *mesi, delle *stagioni e dei *segni zodiacali qui ricollocate dopo il restauro, ascritte al periodo tra la fine del primo decennio e gli inizi del secondo del Duecento. Il ciclo antelamico, pur appartenente a una tradizione iconografica già diffusa nel XII secolo, presenta una monumentalità inedita che conferisce nuova dignità al lavoro umano. Alcune delle rappresentazioni dei mesi sono accompagnate dal segno zodiacale corrispondente; in altri casi, il segno è rimasto murato al disotto della prima loggia. Molto si è discusso sulla originaria collocazione e funzione che l’intero complesso scultoreo (angeli, ciclo dello zodiaco, mesi, stagioni) ebbe al tempo dell’Antelami, suo ideatore e forse esecutore: taluni ritengono questi straordinari pezzi parti di un complesso destinato all’interno del Battistero, altri, elementi di un portale di eccezionale ricchezza destinato al lato sud del Duomo. I tre portali recano altrettanti rilievi iconograficamente legati ai rispettivi esterni: a nord è la Fuga in Egitto, a ovest David che suona l’arpicordo, a S la Presentazione al Tempio. A est è collocato l’altare, in marmo rosa di Verona, recante sul fronte un rilievo col Battista affiancato da un sacerdote e un le­ vita. Nel catino soprastante è il Cristo in mandorla attorniato dal tetramorfo (raffigurazione simbolica dei quattro evangelisti (uomo alato=Matteo, leone=Marco, bue=Luca, aquila=Giovanni) e da due angeli; negli altri catini sono posti, in rottura con la muratura originaria (realizzata entro il 1216), angeli in diversi atteggiamenti e una Annunciazione, figure qui collocate prima dell’esecuzione della decorazione pittorica della volta. Decorazione pittorica. La paternità e la cronologia della decorazione pittorica della volta, eseguita con la tecnica veloce della tempera, non trovano concordi gli studiosi che se ne sono occupati: taluni la ritengono opera di maestranze aggiornate ai modi bizantini e la datano ai primi anni 60 del Duecento, altri optano per la fine del decennio e per un atelier guidato da due maestri, uno di cultura aulica bizantina, l’altro di modi e di origine occidentali, identificabile con tale Grisopolo (Grixopolos) che nel palazzo della Ragione di Mantova si definiva pictor Pa(rmen)sis. I sedici spicchi murari sono divisi orizzontalmente da cornici pittoriche entro le quali si sviluppano temi omogenei. In basso, nelle lunette ogivali all’imposta della cupola, sono dipinte scene della vita di Abra­mo; nei triangoli che si affiancano a queste trova posto la rappresentazione di sedici vergini, dei quattro fiumi del Paradiso, dei quattro elementi, delle quattro stagioni e delle quattro dimensioni dell’amore di Cristo. In dodici riquadri della fascia successiva sono narrati momenti della vita di S. Giovanni Battista; negli spazi restanti, di fianco alle finestre, sono due discepoli di Giovanni, quattro padri della Chiesa (Gregorio, Girolamo, Ambrogio e Agostino), e i Ss. Martino e Silvestro. Nella terza fascia, sopra l’altare è posta la Deesis (Cristo in trono affiancato dalla Vergine e dal Battista), intorno alla quale stanno una serie di profeti. Qui si concluderebbero le raffigurazioni dei temi più marcatamente cristologici per dare spazio, nelle fasce successive, a motivi di carattere apocalittico. Nella quarta fascia si trovano gli apostoli assisi in trono in atteggiamento di giudici e gli evangelisti sotto forma di tetramorfo, secondo la tradizionale simbologia apocalittica. Sopra questa fascia corre una cornice a disegni geometrici. Alle stesse maestranze attive nella volta si devono i dipinti delle arcate sottostanti alle logge. Fra i dipinti inferiori solo quello dietro l’altare (Battesimo di Cristo) è opera degli esecutori della volta; i restanti sono prevalentemente affreschi votivi realizzati nel corso del secolo XIV. Di particolare interesse: a destra del portale nord, S. Giorgio che uccide il drago e S. Caterina attribuito a Buffalmacco e databile intorno al 1330-36; nella 3a nicchia a destra del portale nord e in quella a destra dell’altare, due Madonne in trono col Bambino, rispettivamente attorniate da S. Giovanni Battista, un angelo e il cardinale Gerardo Bianchi e da un vescovo e un papa, opere assegnate all’artista detto Maestro del 1302.

  • Piazza Duomo Parma (PR)

    Piazza suggestiva e raccolta, insieme monumentale di eccezionale bellezza: il Duomo, il Battistero e, in distanza, l’alto campanile di S. Giovanni Evangelista; alle spalle, il palazzo Vescovile.

  • Palazzo Vescovile Parma (PR)

    Originario dell’XI secolo e trasformato nel corso del Duecento; al principio del XVI secolo fu completato il cortile e tamponato il portico esterno; nel XVIII secolo furono apportate altre radicali modifiche, poi cancellate nel ripristino neo-medievalista (1914-30). Nell’interno è notevole il grande cortile, riportato nel 1960 all’aspetto cinquecentesco. In una parte del sotterraneo nel 2003 è stato istituito il Museo diocesano «Antelami». Il restauro del complesso vescovile ha lasciato a vista un tratto delle mura tardo-antiche (fine del III secolo d.C.).

  • Museo diocesano Parma (PR)

    Il Museo diocesano «Antelami» ha sede in una parte del sotterraneo del Palazzo Vescovile. Oltre ai ritratti di Vescovi di Parma del Settecento di Francesco Cellani, tra i materiali esposti: ceramiche altomedievali provenienti dagli scavi nel cortile del palazzo, lastre di pavimentazione del presbiterio della Cattedrale (da notare quella con S. Martino e un pellegrino, iconografia meno diffusa di quella col povero), i capitelli della cattedrale altomedievale e soprattutto le *statue antelamiche (Salo­mone e la Regina di Saba, Davide e un profeta, gli Arcangeli Michele e Raf­faele), già sistemate nelle nicchie esterne del Battistero (sostituite da copie) e sottoposte a restauro; inoltre l’arcangelo Raffaele (1294 circa), originariamente posto sulla cuspide del campanile della cattedrale, dove ora è una copia; sette lastre marmoree, originariamente costituenti la recinzione presbiteriale medievale, demolita e smembrata nel XVI secolo, rinvenute (1983), a eccezione di una, nel presbiterio, ove erano state riutilizzate come lastre pavimentali; quelle raffiguranti S. Martino che dona il mantello al povero, Sansone che smascella il leone, un intreccio vegetale con cinque rosoni, un piccolo busto entro clipeo centrale fogliato costituiscono un gruppo stilisticamente omogeneo ascrivibile al maestro Nicolò (1120 circa); le due lastre con croce racchiusa da nicchia conchigliata sono di epoca paleocristiana, forse frammenti di un sarcofago della primitiva basilica; il pezzo raffigurante un giovane che regge una cesta di frutta, riutilizzato come lastra dedicatoria, risale al tardo-antico. Accanto alle opere figurative, documentarie e di oreficeria sacra, pannelli illustrativi introducono alla conoscenza della porzione di città sulla quale fu costruito il nucleo religioso parmense, attraverso le stratificazioni antropiche e architettoniche dall’età romana al Duecento.

  • Pinacoteca «Giuseppe Stuard» Parma (PR)

    È uno dei musei più impor- tanti della città, intitolato al collezionista che la legò per testamento (1834) alla Congregazione di S. Filippo Neri (o della Carità). Allestita dal 2002 nell’ex monastero delle Benedettine di S. Paolo, è stata aggiornata e arricchita nel 2016 nell’ambito di un programma di recupero e di valorizzazione del patrimonio culturale della città. La porzione del complesso occupata dalla Pinacoteca svolge una funzione di cerniera tra l’originario nucleo premedievale e quello rinascimentale, connotato dalla presenza della Camera di S. Paolo (o del Correggio). La datazione dell’area spazia dunque dal periodo tardo-antico alla fase germanico-longobarda fino all’espansione due-trecentesca e alla ristrutturazione del secolo XVI. Il percorso museale intreccia dunque spunti di interesse storico-architettonico al notevole interesse della raccolta d’arte. Il percorso espositivo si snoda attraverso 22 ambienti, disposti su due piani attorno a due chiostrini seicenteschi. La biglietteria, con il plastico dell’ex monastero, si apre sul sacello di S. Paolo, primo spazio sacro attorno al quale sorse il monastero, variamente datato tra la fine del VI e il X secolo e perfettamente conservato, con pianta quadrata e volume quasi cubico; segue una sala dedicata a Giuseppe Stuard, con documenti e ritratti. Oltre quattrocento opere tra dipinti, disegni, sculture, incisioni e alcune decine di arredi e oggetti d’epoca in prevalenza di Giuseppe Stuard e dell’ex Congregazione, ma anche del Comune di Parma, formano le collezioni. Nelle prime sale preziosi fondi-oro del Tre e Quattrocento toscano provenienti dalle antiche raccolte Tacoli-Canacci: la Madonna in trono col Bambino del Maestro della Misericordia, il Compianto su Cristo morto di Nicolò di Tommaso, due dittici con i Ss. Tommaso e Giovanni Battista e Giacomo Minore e Nicola da Bari di Bicci di Lorenzo, S. Giovanni Battista di Paolo di Giovanni Fei, Entrata di Cristo in Gerusalemme di Pietro di Giovanni di Ambrogio. Seguono dipinti di area emiliana (sala 6): Ss. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista di Giacomo Raibolini detto il Francia, Vergine col Bambino di cultura leonardesca e Madonna col Bambino di Lorenzo Leonbruno. Notevoli le repliche antiche da Filippino Lippi e da Jan Van Eyck. Segue (sala 7) il disegno di Levriero del Parmigianino, non distante dagli studi per la Camera della Rocca di Fontanellato. Nella sala 8, dipinti in prevalenza di cultura emiliana del Cinque-Seicento: Annibale Carracci (Cristo e la Cananea per la cappella di palazzo Farnese a Roma), Lavinia Fontana (grande pala raffigurante Giuditta e Oloferne). Nella successiva sala 9: oggetti e mobili della Congregazione e un grande dipinto di Pier Antonio Bernabei (Crocifisso, la Vergine e santi). Al primo piano autori del Seicento farnesiano ed emiliano con il pregevole bozzetto per l’Elemosina di Bartolomeo Schedoni, la Vergine di Sisto Badalocchio, il bozzetto per il Martirio di S. Ottavio di Giovanni Lanfranco. Nella cosiddetta ‘galleria’ molte le opere del Seicento italiano tra cui alcuni significativi ritratti di scuola emiliana e bolognese: Nobiluomo con spada di Cesare Aretusi, Giovane gentiluomo di Bartolomeo Cesi, i due Santi Diaconi di Francisco de Zurbarán, due tele raffiguranti Erminia cura Tancredi e Rinaldo nel giardino di Armida della bottega di Domenico Tintoretto. Seguono Esaù ven­de la primogenitura a Giacobbe attribuito al genovese Giovanni Andrea De Ferrari, S. Agnese e S. Caterina d’Alessandria di Gregorio Lazzarini, e Cristo intercede per gli apostoli in pericolo di Pietro Mulier detto il Cavalier Tempesta. Ritratti del Settecento parmense di grande valore formale e documentario: Luigi Berri (con stupenda cornice nello stile di Ennemond-Alexandre Petitot) e Padre Saverio Bettinelli di Pietro Melchiorre Ferrari. Da notare inoltre il modello ligneo dell’Ara Amicitiae di Petitot e il libro da lui ideato e stampato da Giovanni Battista Bodoni per le nozze del duca Don Ferdinando di Borbone. Nelle sale successive sono opere del Settecento: nature morte del piacentino Felice Boselli, scene di battaglia di Francesco Monti detto il Brescianino, piccole tele di Francesco Fontebasso di carattere sacro, un tempo attribuite a Sebastiano Ricci. La sala 17 è dedicata al Teatro Regio di Parma, con disegni, strumenti e il tavolo da lavoro del suo progettista: l’architetto Nicolò Bettoli. Nella sala 18 sono collocate opere ottocentesche degli allievi dell’Accademia di Belle Arti, tra le quali Lo scultore Tommaso Bandini di Enrico Bandini e S. Giovanni della Croce di Giovanni Battista Borghesi. L’ambiente successivo offre una panoramica sui diversi generi nei quali si distinsero i pittori parmensi: pittura di storia, pittura di genere e ritrattistica. Edoardo Raimondi, Enrico Sartori, Emilio e Giorgio Scherer, Edoardo Bertucci, Cecrope Barilli, Deogratias Lasagna, Donnino Pozzi tennero alto il nome della scuola locale, distinguendosi tra Otto e Novecento al di là dei confini locali. La sala 20 espone paesaggi e vedute della scuola parmense. Si segnalano le opere di Guido Carmignani (Al ponte Dattaro presso Parma e Tramonto a Bougival sulla Senna) e di Alberto Pasini (Pattuglia di cavalieri), che ottennero successo anche all’estero. Le vedute urbane di Parma esaltano gli scorci più pittoreschi della città; altre vedute ritraggono il paesaggio padano. L’ultima sala del percorso è dedicata al parmigiano Amedeo Bocchi, protagonista della pittura italiana del Novecento, con opere di proprietà comunale, che permettono di abbracciare la sua ricca e variegata produzione: dagli studi accademici a carboncino alla ritrattistica femminile, con una bellissima testa di donna, dai paesaggi dipinti a Roma ai gessi preparatori per i bronzi di Flo­ra e Pomona eseguiti per la Cassa di Risparmio di Parma (1976), al ritratto dell’amico scrittore e critico musicale Bruno Barilli. Tra le opere spiccano, anche per dimensioni, Fior di loto ed Esodo, esposti in Pinacoteca dal 2016, già nel Municipio di Parma. Fior di loto è uno dei capolavori della prima attività dell’artista, sospeso tra liberty e simbolismo, mentre Esodo rappresenta le conseguenze di una disastrosa esondazione, con le persone costrette ad abbandonare la propria terra.

  • Camera di S. Paolo e Cella di S. Caterina Parma (PR)

    Luogo eminente della cultura cittadina, era originariamente parte dell’appartamento privato delle badesse del monastero delle Benedettine di S. Paolo, ristrutturato e decorato a partire dal 1514 per la badessa Giovanna da Piacenza, sotto la quale il monastero conobbe un periodo di intensa e vivacissima vita culturale, testimoniato tra l’altro proprio dal ciclo affrescato dall’Allegri. La Camera di S. Paolo costituiva la parte più preziosa dell’appartamento privato della badessa, composto in origine da sei locali. L’attuale percorso museale ne ricostruisce la struttura a partire dalla stanza iniziale in cui si trova una grande tela di Alessandro Araldi (1516) che riproduce il Cenacolo di Leonardo da Vinci, cui seguono, nelle sale successive, un’esposizione di maioliche cinquecentesche di varie manifatture italiane e una serie di incisioni e acquerelli che riproducono gli affreschi di Correggio. Attraversato il vano dell’antico refettorio del monastero, poi trasformato in cappella, in cui sono esposti una serie di affreschi staccati dei secoli XV e XVI e uno splendido coro ligneo seicentesco, si accede a una camera quasi perfettamente quadrata, attigua a quella di Correggio, il cui soffitto fu affrescato sempre su incarico di Giovanna da Piacenza, nel 1514, dal pittore parmense Alessandro Araldi. La decorazione, sebbene preceda di pochi anni quella correggesca, appare in confronto fortemente ritardataria, ancora legata a schemi tardo-gotici nella minuziosità descrittiva e nella geometrica partizione degli spazi. La volta presenta, su fondo blu, una affollata decorazione a grottesche con putti ed esseri fantastici, interrotta da rosoni in stucco dorato e da riquadri alternati a tondi includenti scene dell’Antico e del Nuovo Testamento; al centro, una balaustra aperta al cielo da cui si affacciano putti musici. Correggio compì la decorazione della Camera di S. Paolo nel 1519, dando la sua prima grande prova e realizzando uno dei capolavori del maturo Rinascimento italiano. La stanza è coperta da una volta a ombrello, divisa in 16 spicchi e trasformata dalla finzione pittorica in un pergolato; al centro è l’emblema araldico di Giovanna, attorno al quale si intrecciano rosei nodi di nastri sostenenti pendoni di frutta. Negli spicchi, attraverso illusionistici ovati aperti al cielo si affacciano vivaci putti in atto di giocare, preparare l’arco, abbracciare cani, ostentare trofei di caccia eccetera. Alla base degli spicchi sono dipinte altrettante *lunette monocrome con figurazioni di stampo classico. Nella cappa del camino in pietra, scolpito da G.F. da Agrate, è l’immagine di Diana sul carro, personificazione mitizzata della badessa committente, responsabile del programma decorativo della stanza, frutto della sua raffinata cultura umanistica. Il significato della rappresentazione, che va ben oltre quello di un’allegoria venatoria ispirata al mito di Diana cacciatrice, ha conosciuto diverse interpretazioni; quella più analitica e largamente diffusa (Erwin Panofsky, 1961) lega l’opera alle vicende della committente, impegnata in una strenua lotta contro le autorità civili e religiose, decise a ridurre il potere politico dei conventi e a reprimerne i fervori mondani e intellettuali, imponendo la regola di clausura. La radicale ‘dissidenza’ di Giovanna, oltre alla rigidezza della successiva clausura, spiegherebbe la plurisecolare chiusura dell’appartamento fino alla riscoperta da parte di Anton Raphael Mengs nel 1774. Il percorso di lettura delle lunette, i cui soggetti sono per lo più ispirati da antiche monete romane, si svolge in senso orario, iniziando dalla parete ovest, corrispondente all’attuale ingresso ottocentesco (l’originario era sul lato opposto). L’ultimo ambiente affrescato superstite, la cella di S. Caterina, si trova dalla parte opposta del giardino di S. Paolo; è una piccola cappella che reca su due pareti affreschi di A. Araldi (fine Quattrocento-inizi Cinquecento): a sinistra, *S. Caterina che disputa alla presenza dell’imperatore Massimiano e dei filosofi; a destra, S. Girolamo nella grotta e S. Caterina, alquanto deteriorato.

  • Castello dei Burattini-Museo «Giordano Ferrari» Parma (PR)

    la più importante raccolta italiana riguardante il teatro d’animazione. Comprende burattini, marionette, teste, oggetti di scena, fotografie e manifesti. Il materiale esposto è solo una parte della vasta collezione di Giordano Ferrari, burattinaio e collezionista, che annovera anche attori in legno, scenografie, copioni, volumi sul teatro e un archivio cartaceo. A questo nucleo si sono successivamente aggiunte donazioni e acquisizioni che hanno fatto crescere il patrimonio museale a oltre 1.500 pezzi, italiani e stranieri.

  • Studio Museo Carlo Mattioli Parma (PR)

    Il seicentesco palazzo Smeraldi accoglie lo Studio Museo Carlo Mattioli, ultimo atelier dell’illustratore e pittore Carlo Mattioli, modenese ma attivo soprattutto a Parma, conservato nel suo aspetto originario.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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