Ravenna: dal centro ai quartieri settentrionali e orientali

In collaborazione con Touring Club

Punto di partenza dell'itinerario di visita è la piazza del Popolo, centro della vita cittadina, collocata in un’area eccentrica rispetto alla Cattedrale, cuore religioso della città, e alla principale arteria di traffico, l’attuale via di Roma. 

L'itinerario esplora i quartieri a nord di piazza del Popolo e comprende la visita del complesso di San Vitale, con due dei principali documenti storico-artistici della città, la chiesa omonima e il mausoleo di Galla Placidia. 

Spostandosi ad est si incontrano altre forti testimonianze della Ravenna tardo-romana, come la basilica di S. Giovanni Evangelista e quella di S. Apollinare Nuovo. 

Il percorso si conclude con la visita al Mar-Museo d’Arte della città di Ravenna. Fuori dal nucleo dell'itinerario, è possibile una deviazione nella zona periferica occidentale per raggiungere la Collezione Vespa «Mauro Pascoli», museo dedicato alla Vespa Piaggio.

  • Lunghezza
    n.d.
  • Piazza del Popolo Ravenna (RA)

    Centro della vita cittadina, collocata in un’area eccentrica rispetto alla Cattedrale, cuore religioso della città, e alla principale arteria di traffico, l’attuale via di Roma. La piazza ha acquisito le forme odierne e la funzione di polo civile solo nel Quattrocento durante la dominazione veneziana, mancando in età comunale e signorile dei caratteri di luogo deputato alla direzione politica. 
    Per iniziativa della Serenissima vi vennero accorpate le attività amministrative e si provvide alla razionale sistemazione delle principali architetture. Di forma rettangolare, è caratterizzata dalla presenza delle due colonne veneziane, innalzate dalla Serenissima nel 1483 davanti al palazzo del Comune, evidente citazione della piazzetta S. Marco di Venezia: poggiano su gradini marmorei circolari – li ornano bassorilievi con decori floreali, segni zodiacali e figure allegoriche, alcuni molto corrosi, eseguiti da Pietro Lombardo – e reggono le statue dei patroni di Ravenna, S. Apollinare e S. Vitale (quest’ultimo ha sostituito nel 1644 il leone di S. Marco, posto a suggellare simbolicamente il legame con Venezia). Dietro alle colonne è il Palazzo comunale, di fondazione quattrocentesca. Pure quattrocentesca è la scala d’accesso all’edificio, situata sotto al cavalcavia che fa angolo col palazzo che lo congiunge al Palazzetto veneziano. Contiguo, a sinistra, lungo il lato meridionale della piazza, il settecentesco palazzo della Prefettura. 
    Sul lato breve opposto al Palazzo comunale il palazzo dell’Orologio, Sull’angolo a sinistra del palazzo è la chiesa di S. Maria del Suffragio, di impianto e decorazione barocchi, iniziata nel 1701 per opera di Francesco Fontana, ma in parte rifatta dal Morigia. Definisce e caratterizza il fronte settentrionale della piazza il palazzo Rasponi Del Sale, poi Gargantini, costruito nel 1770.

  • Palazzetto veneziano Ravenna (RA)

    Ultimato nel 1444. Costruito in laterizi, deve però l’aspetto odierno, più che all’impianto originale, ai restauri del Novecento. Della sontuosa facciata arricchita di decorazioni restano il vasto portico (la loggia nova), sorretto da otto colonne di granito con capitelli del secolo VI (quattro di essi recano il monogramma di Teodorico), e, al piano superiore, un balconcino fregiato, sotto la gettata, dello stemma del podestà Vitale Lando; le tre bifore, già murate, furono ripristinate nel 1921. L’edificio fu centro della vita politica ravennate e sotto il suo portico aveva luogo, fino al XIX secolo, una vivace attività commerciale.

  • Palazzo della Prefettura Ravenna (RA)

    Sul lato meridionale della piazza del Popolo, il settecentesco palazzo della Prefettura, dopo il passaggio di Ravenna allo Stato della Chiesa, fu sede prima del vescovo e poi del cardinale legato; era inserito in un vasto complesso di rappresentanza del governo pontificio, che includeva anche il fabbricato retrostante (sul sito dell’attuale palazzo delle Poste) con le carceri e gli alloggi per i funzionari e le guardie svizzere.

  • Palazzo comunale Ravenna (RA)

    Di fondazione quattrocentesca (è ricordata una residenza di Bernardino da Polenta nel XIV secolo), ma ricostruito quasi interamente nel 1681 e restaurato nel 1761 e ancora nel 1857-58. È costituito da un portico a pilastri e da due piani con finestre e oculi; l’ornato delle finestre e il coronamento dei merli (donde l’appellativo di Palazzo merlato) appartengono al restauro ottocentesco. Il voltone di collegamento con la retrostante piazza XX Settembre risale al secolo XV. Pure quattrocentesca è la scala d’accesso all’edificio, situata sotto al cavalcavia che fa angolo a sinistra col palazzo che lo congiunge al Palazzetto veneziano.

  • Palazzo dell’Orologio Ravenna (RA)

    Sul lato breve opposto al Palazzo comunale il palazzo dell’Orologio, già sede della Banca Nazionale del Lavoro. Fu trasformato nel 1785 da Camillo Morigia, con facciata neoclassica nel mezzo della quale si leva una torre (con orologio) sormontata da un’armatura in ferro con due campane.

  • Via IV Novembre Ravenna (RA)

    Quasi all’angolo con la via Casa Matha, si leva, dietro edifici più recenti, un campanile quattrocentesco con bifore appartenuto alla chiesa di S. Michele in Africisco, edificata nel VI secolo da Giuliano l’Argentario, di cui segnala gli scarsi avanzi dell’abside poligonale. 
    Subito oltre, al N. 41, la casa Minzoni, oggi albergo Cappello, con graziosa facciata in forme rinascimentali, tra le dimore che meglio testimoniano l’influsso della cultura artistica veneziana in città.

  • Piazza Andrea Costa Ravenna (RA)

    Piazza dominata dalla mole del mercato coperto, recente recupero (2019) dell’originario edificio in cotto e pietra d’Istria, inaugurato nel 1922 nell’area dell’antica pescheria. Il progetto di riqualificazione ha recuperato le strutture storiche esterne e preservato parte di quelle interne con inserti di arredo vintage, associando ai banchi di vendita ristoranti e luoghi d’incontro. Di fronte (N. 3) è la casa Matha, che lega il suo nome all’antica e tuttora attiva corporazione dei pescatori, formata nel X secolo e detta anche Schola Piscatoria. 
    Rilevanti furono in passato, per l’economia cittadina, le attività commerciali legate alla pesca negli specchi d’acqua lagunari che dominavano il paesaggio intorno a Ravenna fino al secolo XIV, quando furono messe in opera le prime importanti bonifiche.

  • S. Domenico Ravenna (RA)

    Ex chiesa originaria del 1269, ampliata nel 1374 e in gran parte rifatta da G.B. Contini nel 1699-1703, con spoglia incompiuta facciata. Nell’interno (utilizzato come spazio espositivo), a una sola vasta navata con copertura a botte, si conservano un ricco altare marmoreo di Camillo Morigia e opere di Luca Longhi, Nicolò Rondinelli e Giuseppe Torretti. Una porticina a sinistra del presbiterio immette nella cappella del Crocifisso (nella cupola, affreschi di Andrea Barbiani), dove, dietro l’altare, è un venerato Crocifisso ligneo romanico.

  • Domus dei Tappeti di Pietra Ravenna (RA)

    Uno dei più importanti siti archeologici italiani scoperti negli ultimi decenni, fu rinvenuta nel 1993 e inaugurata nel 2002. Conserva oltre 400 m2 di mosaici policromi e marmi appartenenti a un importante complesso edilizio del V-VI secolo. 
    Per ammirare i «tappeti di pietra», come li chiamò Federico Zeri, bisogna attraversare la piccola chiesa settecentesca di S. Eufemia, che costituisce l’ingresso alla domus, e scendere in una moderna sala sotterranea. 
    Delle stratificazioni emerse durante gli scavi archeologici è stato deciso di valorizzare e rendere fruibili gli ambienti e le splendide pavimentazioni a mosaico relative al complesso abitativo di epoca tardo-antica. Le superfici musive policrome recano in gran parte motivi geometrici. 
    Tra quelle figurate vanno segnalati i mosaici della Danza dei Geni delle Stagioni, rarissima rappresentazione che mostra i personaggi mitologici danzare in cerchio al suono di una siringa (antico strumento a fiato), e quello del Buon Pastore, rappresentato in una versione differente dall’usuale. Il percorso di visita si snoda all’interno dell’area archeologica attraverso una passerella sospesa che corre in fregio agli ambienti del complesso edilizio e dalla quale è possibile ammirare i mosaici in maniera ravvicinata. 
    Una stanza dopo l’altra, dalle sale di rappresentanza dove venivano accolti i visitatori, agli ambienti privati come corridoi, cortili e ninfei, si sussegue una galleria di motivi decorativi dalla notevole varietà iconografica. 
    All’interno del percorso di visita, in una saletta adiacente all’ingresso, è possibile vedere un filmato in 3D che ricostruisce integralmente la domus dei Tappeti di Pietra nel suo aspetto originario e documenta la storia del ritrovamento e dello scavo archeologico.

  • S. Eufemia Ravenna (RA)

    Ricostruita nel 1742-47 da Giovanni Francesco Buonamici. La tradizione vuole che qui venisse edificata la più antica chiesa di Ravenna, consacrata da S. Apollinare e intitolata alla giovane Eufemia, le cui reliquie (rinvenute nel 1686 insieme a quelle di S. Agata) provvide egli stesso a inumare in loco. Questa credenza è ricordata dall’iscrizione del secolo XVIII, scolpita su un piccolo pozzo della sagrestia, «Coepit hic fides ravenatium»: cominciò qui la fede dei Ravennati. Sull’altare maggiore, Martirio di S. Eufemia di Giovanni Antonio Burrini. 
    Sul campanile, una campana del 1358.

  • Porta Adriana Ravenna (RA)

    Al termine della via Cavour si incontra la porta Adriana o Aurea Nova, ricostruita nel 1583 sul sito di una più antica, aperta nelle mura di Ravenna risalenti all’epoca di Valentiniano III. Nella ricostruzione venne riutilizzata parte dei marmi e degli ornati che decoravano la porta Aurea (le due grandi patere sono conservate presso il Museo nazionale). 
    I leoni collocati sul fronte esterno, risalenti alla dominazione veneziana, furono decapitati durante l’invasione francese, insieme alle insegne e ai simboli del potere papale. Fino al 1735, in corrispondenza della porta, un ponte valicava il corso perimurario del fiume Montone (corrispondente all’attuale circonvallazione Fiume Montone Abbandonato) e, prima della costruzione della ferrovia, era questa la principale entrata della città, aperta sul più importante collegamento stradale (la via Faentina) che univa Ravenna a Faenza e alla Via Emilia.

  • Collezione Vespa «Mauro Pascoli» Ravenna (RA)

    Presso la fornace Zarattini, si trova questo museo monografico dedicato alla Vespa Piaggio e alla sua ‘cugina’ Ape, corredate da molte centinaia di immagini tra manifesti, foto, locandine e poster, alcune centinaia di modellini giocattolo e diverse migliaia di accessori originali dal 1946 a oggi. La raccolta nasce dalla collezione privata di un concessionario di ricambi per Vespe d’epoca, Mauro Pascoli.

  • Complesso Monumentale di S. Vitale Ravenna (RA)

    Il barocco arco di S. Vitale (1622), con due nicchie laterali, segna il limite del recinto, sparso di sarcofagi romani e bizantini, entro cui sorge il complesso monumentale di S. Vitale, che comprende due dei principali documenti storico-artistici della città, la chiesa omonima e il cosiddetto mausoleo di Galla Placidia, e l’ex monastero che ospita il Museo nazionale. Affidato all’ordine dei Benedettini, il monastero fu centro di attività economiche e commerciali, e acquisì notevoli estensioni di terreno, comprese le valli e le vaste aree pinetali a ridosso della strada Romea. 
    La Basilica di S. Vitale e il Mausoleo di Galla Placidia sono tutelati dall’Unesco che li ha dichiarati Patrimonio dell’Umanità. Fondata intorno al 540, quella di S. Vitale è la più antica delle quattro maggiori abbazie ravennati (le altre sono quelle di S. Apollinare, S. Giovanni Evangelista e S. Maria in Porto), che furono detentrici, fino alle soppressioni napoleoniche di inizio ’800, di considerevoli patrimoni. 
    La basilica di S. Vitale è tra le massime testimonianze dell’arte paleocristiana in Italia, frutto del geniale inserimento di moduli costruttivi bizantini in forme spaziali tipiche dell’architettura romana. Pur presentando, in analogia con quasi tutti gli altri monumenti edificati all’apice della fortuna di Ravenna, un esterno sobrio in laterizi a vista, è tuttavia fabbrica dalla concezione fastosa e dalla decorazione ricca di implicazioni ideologiche, che trascende le esigenze del rito religioso e rivela il disegno di propiziare la penetrazione bizantina e riaffermare la sacralità del potere imperiale. 
    Si differenzia dai tradizionali schemi basilicali ravennati per l’impianto a base ottagonale e, come le altre chiese paleocristiane ravennati, ha l’abside rivolta a oriente. Nella costruzione furono coinvolte alcune tra le figure più significative del periodo prebizantino e bizantino: il fondatore Ecclesio che la incominciò nel 526, il vescovo Massimiano che nel 547-548 la consacrò, e il banchiere greco Giuliano l’Argentario, arricchitosi nella guerra greco-gotica, che la finanziò con 26.000 soldi d’oro. 
    Molto vicino a Giustiniano, Giuliano l’Argentario svolse un ruolo attivo nella edificazione di luoghi di culto: quelli da lui sovvenzionati sono riconoscibili per l’uso di mattoni lunghi e sottili (48x4 cm, con uguale strato di malta interposta), fatto che ha suggerito l’ipotesi di una committenza che, superando il ristretto ambito finanziario, favorisse l’esecuzione di un progetto politico elaborato da Costantinopoli. I restauri dell’Ottocento e degli inizi del Novecento hanno restituito alla chiesa le forme originarie, in parte documentate e in parte ipotizzate. Nel nartece a forcipe o àrdica, già unito a un quadriportico, il pavimento (lastre tombali e frammenti di mosaico) ha mantenuto la quota antica, più bassa rispetto a quella del chiostro. 
    Contigue ai lati corti del nartece, precedono il vano ottagonale le due torri scalari, già d’accesso al matroneo; dall’interno è visibile solo quella di sinistra, mentre l’opposta, trasformata in campanile, è chiusa e preceduta da una volta con preziosi stucchi bizantini. Sul lato nord-est della chiesa sono visibili i due grandi contrafforti ad arco che furono aggiunti nel XII secolo a sostegno, si suppone, delle volte del doppio loggiato interno; una precisa funzione statica svolgono, in corrispondenza degli angoli, i contrafforti con timpano triangolare. Costeggiando verso destra l’edificio, si notino i tipici mattoni giulianei del complesso absidale e gli scarsi resti, risalenti ai secoli IX-X, del piccolo protiro accostato al diaconicon. La croce in bronzo posta sulla sommità della cupola ottagonale è copia di quella originaria conservata nel Museo nazionale; aggiunta rinascimentale è, invece, il portale marmoreo fronteggiante l’arco di S. Vitale. Il campanile cilindrico è stato più volte ricostruito (una delle campane è del 1317 e reca il nome di Guido Novello da Polenta). 
    L’interno, straordinariamente suggestivo, armonico e slanciato, produce un’impressione profonda per la forma originale della struttura e per la ricchezza del rivestimento marmoreo e musivo, da cui il vario gioco della luce trae effetti sorprendenti. Lo spazio centrale, ottagonale, è sormontato da una cupola circolare sostenuta da otto pilastri rivestiti di marmo greco e africanone (in gran parte rinnovati nell’Ottocento). 
    Tra i pilastri si apre, a sud-est, il presbiterio e s’incurvano sette nicchie, traforate da due ordini di arcatelle su colonne: le inferiori corrispondenti all’ambulacro, le superiori al matroneo. Le pareti perimetrali conservano scarsi avanzi della primitiva decorazione, che in basso era costituita da un rivestimento marmoreo e da fasce intarsiate, in alto da stucchi dipinti. La cupola ha una leggerissima struttura, costituita da tubi cavi di terracotta inseriti orizzontalmente gli uni negli altri, e una decorazione pittorica del 1780, opera di Serafino Barozzi, Ubaldo Gandolfi e Jacopo Guarana. Il pavimento attuale risale al XVI secolo, quando fu rifatto rialzandone il livello per ovviare all’infiltrazione delle acque; i restauri l’hanno riportato alla quota primitiva, adattandovi al centro due spicchi di mosaico del pavimento originale rinvenuti nel corso dei lavori. 
    Entro una nicchia è un vano colmo d’acqua contenente i resti del sacello primitivo, ascrivibile, in considerazione del suo livello, alla prima metà del V secolo; un frammento dell’originario pavimento musivo è addossato alla parete perimetrale, lungo la quale sono disposti anche il sarcofago dell’esarca Isacio, morto nel 643, e un affresco di difficile lettura, datato 1420 e raffigurante il Martirio di S. Erasmo. Il complesso absidale è una citazione da edifici orientali: affiancano l’abside, la prothesis, oggi cappella del Sancta Sanctorum, e il diaconicon, denominato cappella della Madonna. 
    Il presbiterio e l’abside risplendono dei preziosi mosaici che rivestono le pareti e le volte, eseguiti da vari artisti nel secondo quarto del secolo V. Nell’intradosso del grande arco trionfale sono rappresentati, entro 15 tondi, i busti del Redentore, degli apostoli, di S. Gervasio e S. Protasio, presunti figli di S. Vitale. 
    In basso, due costruzioni marmoree cinquecentesche, completate nei secoli successivi, formate con pezzi antichi; delle quattro colonne, la prima a sinistra è di pregevolissima breccia verde egiziana. In mezzo a esse, il cosiddetto *trono di Nettuno, costituito da due rilievi con figure di putti reggenti strumenti marini, frammenti di un fregio romano. 
    Oltre l’arco, per ogni lato si innalzano due colonne con capitelli traforati e pulvini monogrammati che sostengono tre archi, al di sopra dei quali è una lunetta decorata a mosaico. 
    La lunetta destra, con le Offerte di Abele e di Melchisedec, è affiancata da storie della vita di Mosè e Isaia: nella lunetta sinistra, l’Ospitalità di Abramo e Abramo che sacrifica Isacco, con ai lati Geremia e Mosè che riceve le leggi del Sinai. 
    La loggia superiore ripete le forme di quella inferiore ed è decorata con i mosaici degli evangelisti. 
    Nella volta, pure a mosaico, fra magnifici girali di acanto, quattro angeli, reggenti una ghirlanda di fiori e frutti, con le braccia rivolte verso l’Agnello mistico. Il senso generale della raffigurazione, svolta secondo uno schema piramidale che ha il vertice nell’Agnello mistico, è di mettere in relazione il tempo dell’annuncio della redenzione (Vecchio Testamento) con quello del suo compimento (Nuovo Testamento). 
    Al centro del presbiterio, con pavimento moderno, è un altare del VI secolo; la mensa è formata dalla celebre *lastra di alabastro trasparente (sorretta da quattro colonnette del 1932) e da antiche lastre alabastrine lavorate a bassorilievo. La fronte dell’arcone dell’abside è rivestita di un mosaico con al centro due angeli e ai lati la rappresentazione simbolica delle città di Gerusalemme e Betlemme. 
    Nel catino, il Redentore tra due arcangeli che porge la corona del martirio a S. Vitale e il vescovo Ecclesio col modello della chiesa da lui fondata. Sulle pareti laterali, due raffigurazioni storico-emblematiche di offerta, ribadita dalle immagini dei Magi ricamate sul manto di Teodora. Il pannello di sin. rappresenta Giustiniano seguito da funzionari, soldati e sacerdoti: tra i sacerdoti, notevole la figura di Massimiano, il vescovo che celebrò la consacrazione della chiesa; il personaggio fra l’imperatore e Massimiano sarebbe, secondo alcuni, Belisario, secondo altri, Giuliano l’Argentario, ma meglio è identificarlo col praefectus praetorii per l’Italia. 
    Il pannello di destra raffigura Teodora con un corteo di due ministri e sette matrone: le prime due sono Antonina e Giovannina, presunte mogli e figlia di Belisario. I due mosaici, che costituirono probabilmente il compimento dell’intera decorazione, rivelano, rispetto agli altri del presbiterio, una maniera volta maggiormente alle stilizzazioni formali proprie dell’arte bizantina, e sono forse opera diretta di artisti di Bisanzio. Nella parte inferiore dell’abside i restauri eseguiti tra il 1900 e il 1904 ricostruirono, sulla scorta di resti originali e di documenti, il rivestimento a tarsie, con dischi di porfido cinti di ornati a madreperla e smalto, divisi da lesene di serpentino; il monogramma più volte ripetuto è forse quello di Giuliano l’Argentario. Al centro, la moderna cattedra episcopale marmorea, ripresa da quella del Duomo di Parenzo. 
    Il pavimento musivo fu rifatto utilizzando pezzi antichi recuperati in un’abside dell’atrio. A destra del presbiterio si apre la piccola cella absidale, dove è l’accesso alla cappella del sancta sanctorum, o sacrario dei Ss. Nazario e Celso, restaurato nel 1904: l’altare è costituito dai frammenti dell’urna di S. Ursicino.

  • Casa Traversari Ravenna (RA)

    Risalente al XIII-XIV secolo, appartenuta alla nobile famiglia che detenne il potere signorile in Ravenna tra XII e XIII secolo. Con semplice facciata in cotto (restaurata) adorna di sei bifore, è sede dell’unità ravennate del Dipartimento di Storia Culture Civiltà dell’Università di Bologna.

  • Museo Nazionale Ravenna (RA)

    Ha sede negli ambienti, rinnovati fra il XV e il XVIII secolo, dell’ex monastero benedettino di S. Vitale, collegato alla basilica. È di notevole interesse specie per i materiali d’età romana, tardo-antica e bizantina, con raccolte eterogenee che spaziano dalle arti applicate ai reperti archeologici. 
    Il primo nucleo delle collezioni si formò per opera dei padri Camaldolesi, che fin dai primi anni del Settecento ordinarono nel monastero di Classe oggetti antichi e d’arte, dando origine al Museo Classense. 
    In età napoleonica, soppressi gli ordini religiosi, il museo passò alla municipalità e poi nel 1885 allo Stato. In quegli anni le collezioni, nel frattempo arricchitesi con le scoperte effettuate in città e nel territorio, furono riordinate dallo scultore Enrico Pazzi nel chiostro classense e nell’attigua chiesa di S. Romualdo. 
    Nel 1913-14 vennero sistemate nei chiostri dell’ex monastero di S. Vitale, che dal V secolo aveva ricoperto un ruolo di spicco nella vita della città. 

    Primo chiostro. 
    Il percorso di visita inizia dal primo chiostro o chiostro della cisterna, databile tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, attorno al quale si svolgevano le attività essenziali della vita dei monaci. In questo e nel chiostro successivo si articola il lapidario del museo, con reperti esposti in ordine cronologico. 
    Tra i marmi più noti esposti nel chiostro vi è il frammento interpretato come Apoteosi di Augusto. Appartenente a un’opera celebrativa della famiglia imperiale, il frammento maggiore raffigura, su uno zoccolo decorato con motivi vegetali, cinque personaggi, membri della stirpe giulio-claudia; a destra sono raffigurati con attributi divini lo stesso Augusto, nelle vesti di Giove, e Livia, moglie dell’imperatore. 
    Lungo i lati del chiostro sono esposte iscrizioni e stele funerarie: gran parte della scultura sepolcrale qui presente documenta la vita dei Classiari, ovvero gli appartenenti alla flotta (in latino classis), costituita per volere di Augusto. La più nota è la stele funeraria di Publio Longidieno (secolo I d.C.), carpentiere della flotta, con il defunto raffigurato nell’atto di lavorare con l’ascia alla costruzione di una nave. 

    La prima sala che si apre lungo il lato sud del chiostro ospita vari reperti di arte scultorea romana, di collezione e da scavo. Spicca il gruppo di cinque erme, ossia i busti-ritratto di illustri personaggi, copie romane di originali greci di età classica: il più noto di essi è il rarissimo ritratto di Milziade. 
    Nella saletta attigua sono esposti i resti di un antico arco celebrativo romano noto come Porta Aurea, fatto costruire intorno al 43 d.C. per celebrare l’imperatore Claudio e demolito nel 1583; di grande effetto sono le due patere marmoree decorate con ghirlande. 

    Primo piano. 
    Si sale lungo lo scalone monumentale disegnato da Benedetto Fiandrini alla fine del XVIII secolo, ai piedi del quale è un busto di Innocenzo X Pamphilj della maniera di Alessandro Algardi. 
    Sulla sinistra si trova la sala dei bronzetti e della Farmacia. I manufatti in bronzo, statuette e placchette, vanno dal XIII al XIX secolo. Risalenti al nucleo più antico del museo, comprendono un acquamanile in forma di quadrupede del secolo XIII, un Marco Aurelio a cavallo, attribuibile a Severo da Ravenna, un animale fantastico e un satiro vecchio con vaso del Riccio. 
    Al fondo della sala è stato ricostruito l’arredo settecentesco della Farmacia ravennate de’ Mori con un’esemplificazione di ceramiche da farmacia. Un grande capitello a paniere, bizantino, dagli scavi nei pressi dell’episcopio, è collocato a fianco della piccola porta che introduce in una serie di salette (le antiche celle dei monaci), aperte sul secondo chiostro. 

    Sale del racconto storico. 
    Questa sezione si apre con la sala dedicata alla nascita del Museo nazionale e ai libri delle firme dei visitatori celebri, dal 1889 al 1913. 
    Segue la sala dedicata alle ricerche archeologiche sulla Ravenna romana e quella contenente reperti della chiesa di S. Croce, edificata nella prima metà del V sec. per volontà dell’imperatrice Galla Placidia. 
    I materiali esposti nella sala seguente provengono invece da scavi condotti nella zona sud-orientale della città, dove tra il 1908 e il 1914 vennero alla luce i resti di un edificio comunemente indicato come palazzo di Teodorico. 
    Lo scavo, il più importante e vasto mai effettuato in città, rilevò l’esistenza di una complessa stratigrafia. Sono esposti, insieme ai più rilevanti frammenti della decorazione architettonica, reperti scultorei appartenenti alle prime fasi d’uso del sito, databili tra il I e il IV secolo dopo Cristo. Nella sala seguente, dedicata all’età gota, sono esposte le fistule in piombo, riferibili al restauro dell’acquedotto di Ravenna voluto dal re ostrogoto e quanto rimane del gioiello aureo denominato corazza di Teodorico. 
    Segue la sala dedicata a due chiese dell’epoca d’oro della città di Ravenna, S. Vitale e S. Michele in Africisco. Si ammirano gli arredi liturgici e rilievi marmorei del VI secolo; le transenne in marmo sono riconducibili a modelli costantinopolitani e rivelano l’abilità decorativa tipica dell’arte bizantina. Il frammento di mosaico con volto di arcangelo proviene dalla volta del presbiterio della basilica di S. Vitale, come la croce in bronzo, già sulla cupola. Il grande capitello a paniere, sempre del VI secolo, proviene dalla chiesa di S. Michele in Africisco, oggi sconsacrata. 
    Nella sala dedicata alla scultura bizantina sono presentati il bassorilievo raffigurante Ercole e la cerva e il frammento di sarcofago del V secolo con l’Incredulità di S. Tommaso. 

    Arti applicate. 
    Al bivio si prosegue a sinistra nella sala dedicata ai tessuti antichi dove si possono ammirare, dopo recenti restauri, due ampi sciamiti di seta, realizzati da manifatture bizantine tra il ix e l’XI secolo e deposti nella tomba di S. Giuliano a Rimini nell’alto Medioevo. Sono qui presentati anche alcuni reperti tessili dell’ampia collezione del museo, che per motivi conservativi sono esposti a rotazione. 
    Alla collezione degli avori, forse la più celebre fra le raccolte d’arte applicata del museo, appartengono una tavoletta raffigurante *Apollo e Dafne del V secolo, una legatura di evangeliario con Cristo, episodi del Nuovo e del Vecchio Testamento, Miracoli di Gesù e scene della vita di Giona, prodotto in Egitto e datato al VI secolo; una tavoletta di arte siculo-araba del XII-XIII secolo; pezzi di arte gotica francese; alcuni cofanetti dovuti alla bottega degli Embriachi (XIV-XV secolo). 
    La saletta successiva è stata concepita per riprodurre le antiche Wunderkammer e mostrare la varietà delle raccolte del Museo. 
    Segue la raccolta di mobili antichi, tra cui spiccano un grande stipo settecentesco realizzato a Bruxelles, con rivestimento in vetri dipinti a paesaggi, e uno cinquecentesco di produzione nordica con intarsi di essenze diverse colorate. 

    Sala di S. Apollinare in Classe. 
    Si ritorna al bivio per accedere alla sala di S. Apollinare in Classe, che raccoglie principalmente i reperti rinvenuti durante i lavori di restauro. Un’intera parete ospita, su di una struttura in alluminio semicircolare, il disegno preparatorio per il mosaico absidale della basilica, databile agli anni ’40 del vi secolo. Raffigura uccelli affrontati ai lati di vasi e ceste di fiori, secondo uno schema decorativo poi sostituito dalla teoria degli agnelli (piccolo frammento di sinopia visibile a parete). 
    Di estrema rarità è la transenna in bronzo (VI secolo) che proviene dalla cripta di S. Apollinare in Classe, dove fu reimpiegata come grata da finestra. Da questa sala si accede anche all’area utilizzata per le esposizioni temporanee. 

    Si prosegue il percorso nelle successive sale delle icone. La maggior parte delle opere appartiene alla scuola cretese-veneziana del XVI secolo, ma sono presenti anche esempi russi, serbi e costantinopolitani: un nucleo consistente delle icone conservate è quello riconducibile alla tipologia bizantina dell’Odigitria (colei che mostra la direzione), con un esemplare da iconostasi. Sono esposti anche dipinti di soggetto religioso di scuole locali italiane e un frammento di Crocifisso e santi di Paolo Veneziano, dell’inizio del secolo XIV. Collezione di ceramiche e dipinti. 
    Nei locali settecenteschi del dormitorio grande e delle celle, progettati da Paolo Antonio Soratini, è esposta la collezione di ceramiche e dipinti. Nelle prime sale, un tempo destinate a infermeria e foresteria, è esposta la collezione dei dipinti e affreschi staccati: perlopiù di scuola locale, sono spesso esito delle soppressioni o delle ristrutturazioni delle chiese ravennati avvenute nel XIX secolo, ai quali si uniscono tavole concesse in deposito. 
    La raccolta offre un interessante excursus nella pittura romagnola: spiccano i nomi di Niccolò Rondinelli, Luca Longhi, Cesare Pronti, Domenico Cignani e Giovanni Barbiani. 
    Meritano una segnalazione: il lacerto di affresco (secolo IX) dalla cappella del Sancta Sanctorum di S. Vitale (rappresenta la più antica raffigurazione conosciuta della Missio di S. Apollinare); la pala lignea cinquecentesca opera del Cotignola; gli affreschi di Francesco Longhi staccati dalla chiesa di S. Giovanni Evangelista. 
    Nelle sale riservate alle ceramiche il primo gruppo, pertinente al nucleo storico, testimonia la fase più antica del collezionismo e comprende gli esemplari più decorati, tutti in maiolica e in buona parte riferibili al genere detto «ceramica istoriata». Annovera esemplari spagnoli, come i due piatti della produzione ispano-moresca a lustro metallico, derutesi, faentini, forlivesi e urbinati – tutti cinquecenteschi – con un più tardo (secolo XVII) nucleo dall’abruzzese Castelli. Il secondo gruppo riguarda gli esemplari di ceramica ravennate proveniente da scavi in città, esemplari molto eterogenei e per lo più frammentari. Essi testimoniano le diverse fasi della produzione, dai boccali trecenteschi in maiolica arcaica alle ceramiche a graffito del Cinquecento, insieme alle stoviglie da fuoco, di uso più comune. Interessanti anche le ciotole e boccali caratterizzati dalla sigla S.V. che individua le stoviglie utilizzate proprio nel complesso monastico di S. Vitale. 

    L’ultima sala, conclusa da un ciborio settecentesco in bronzo dorato ornato di lapislazzuli, realizzato da Bartolomeo Borroni (1737- 39) per la chiesa di S. Romualdo, è dedicata agli oggetti devozionali, di tradizione ortodossa e cattolica. Si tratta di opere realizzate per una committenza ecclesiastica di alto livello, come la coppia di fermagli da piviale: quello lavorato a niello e raffigurante S. Pietro fu prodotto presumibilmente su committenza pontificia ed è attribuibile a Francesco Francia. Oploteca. 
    Nel corridoio adiacente, o grande dormitorio del monastero, è ospitata l’oploteca, la raccolta d’armi databili per la maggior parte, dal xv al xvii sec., esposte secondo le principali tipologie: armi difensive, armi bianche, armi da fuoco, da tiro, in asta e orientali, nonché elementi da protezione. Tra le armi difensive, il pezzo più significativo è l’elmetto da incastro, destinato a un tipo d’armatura di massima protezione e da usare a cavallo. In fondo alla sala la mensa circolare in cuoio di arte ottomana, risalente al xvi secolo. 

    Tinazzara. 
    All’estremità meridionale della Manica lunga, per una scala moderna si accede, in corrispondenza dell’ammezzato, alla sala numismatica (in fase di riallestimento). Al termine della scala si entra nella tinazzara, ambiente ritmato da archi dove in posizione prospettica è collocata la statua in marmo di Venezia incatenata, opera di Enrico Pazzi del 1884. In questa sala è stata allestita una raccolta di opere donate al museo in seguito alle esposizioni di artisti contemporanei nel corso degli anni. Sala delle necropoli. 
    A sinistra si entra nella sala delle necropoli. Alcune vetrine sono riservate ai materiali preistorici – in prevalenza ceramiche – provenienti dagli insediamenti dell’età del Bronzo. Seguono le vetrine con reperti rinvenuti da scavi nell’Appennino riferibili probabilmente a popolazioni umbre sotto l’influenza etrusca, con manufatti databili tra la fine del VII al V secolo a.C., tra i quali ceramiche attiche, parti di armature in bronzo e armi in ferro. Le successive vetrine sono relative agli scavi delle necropoli di età imperiale e del quartiere portuale tardo-romano e bizantino di Classe. 
    Tra i manufatti lapidei, l’aquila in pietra, probabilmente impiegata in origine come cuspide di un mausoleo medio-imperiale in una necropoli di Classe e il piccolo sarcofago di fanciullo, ritrovato in prossimità della stazione ferroviaria di Ravenna, databile al III secolo. 

    Secondo chiostro. 
    Un corridoio di passaggio, dove sono esposti brani di pavimenti musivi dalla basilica di S. Severo presso Classe, funge da accesso al secondo chiostro. Realizzato a partire dal 1560 su progetto di Andrea della Valle, nell’area in cui precedentemente sorgeva il quadriportico della chiesa di S. Vitale, ospita il lapidario tardo-antico e medievale. 
    Al centro è esposta la statua di papa Clemente XII, opera del romano Pietro Bracci. Nel lato sud, riservato ai reperti di età bizantina, è il sarcofago della Traditio Legis, di inizio V secolo, con scena teofanica scolpita sulla fronte. Sono poi esposti tre capitelli di epoca teodoriciana: in uno di questi compare entro un giro di ovoli il monogramma di Teodorico. Del periodo romanico, sul lato ovest, fanno parte alcune croci viarie poste al di sopra di colonne e le statue-colonna dell’antico protiro di S. Vitale. Refettorio. 
    Da qui si raggiunge l’antico refettorio dei monaci, dove sono state allestite le decorazioni pittoriche staccate per motivi conservativi della chiesa ravennate di S. Chiara (l’odierno teatro Rasi): si tratta del ciclo di affreschi di Pietro da Rimini e di scuola riminese, dipinti entro gli anni ’20 del xiv secolo. Nel pavimento della sala è inserito un mosaico bizantino proveniente dall’area della basilica di S. Severo a Classe.

  • Mausoleo di Galla Placidia Ravenna (RA)

    Il piccolo edificio in laterizi del mausoleo di Galla Placidia è anteriore di circa un secolo alla chiesa di S. Vitale; l’abbassamento di circa 1.5 m, rispetto al livello odierno del suolo, ne riduce le reali dimensioni in altezza. 
    Galla Placidia, sorella di Arcadio e Onorio, andò in moglie dapprima al re dei Visigoti Ataulfo, poi a Costanzo III e quindi divenne imperatrice romana; da ultimo reggente per il figlio Valentiniano III dell’impero d’Occidente, morì a Roma nel 450. 
    Lega il suo nome all’ascesa di Ravenna capitale, alla promozione delle arti, e al mausoleo, che in realtà non accolse mai le sue spoglie, probabilmente inumate a Roma. Per l’edificio più corretta è la denominazione di oratorio di S. Lorenzo, poiché tale funzione svolgeva nella grande struttura della chiesa di S. Croce cui era annesso. 
    A croce greca, con cupola racchiusa da una torretta quadrata a quattro spioventi, ha una semplice architettura ritmata da archetti e lesene, il più antico esempio di decorazione di questo tipo. La facciata, con portale sormontato da una scultura romana, era in origine preceduta da un portichetto collegato al nartece della chiesa di S. Croce. 
    L’interno è rivestito di mosaici in ottimo stato di conservazione, quasi certamente i più antichi della città e forse anteriori al 450, cui la quieta penombra che avvolge il sacello e la tenue luce filtrante dagli alabastri delle finestre aggiungono singolare potere suggestivo. 
    Braccio maggiore: nella lunetta, sopra il portale, rappresentazione del Buon Pastore in abiti regali, fra le pecore disposte chiasmicamente, unico riquadro in cui è stato probabilmente attivo un maestro costantinopolitano; nella lunetta di fondo, S. Lorenzo davanti alla graticola e a un armadietto con i quattro evangeli. Nella calotta della cupola, la Croce latina in un cielo sparso di stelle e, sotto, i simboli degli evangelisti; nelle lunette del tamburo, otto figure di apostoli biancovestiti; nelle volte a botte e negli archi sono riprodotti stoffe riccamente ornate e festoni di fiori e frutta. 
    Bracci laterali: nelle lunette di fondo, cervi alla fonte fra tralci d’acanto; nelle volte, quattro figure di apostoli tra candeliere e tralci di vite. Nei bracci della croce sono collocati tre grandi sarcofagi: quello di sinistra è della fine del secolo V (sulla fronte, raffigurazione dell’Agnello mistico); quello a destra è dell’inizio del VI (sulla fronte, tre edicole con croci e l’Agnello mistico); quello centrale, privo di decorazioni, è opera romana. La tradizione, già diffusa nel secolo IX, vuole che nel primo fosse sepolto Costanzo III, nel secondo Valentiniano III, in quello più grande Galla Placidia; è certo, però, che i tre sarcofagi non si trovavano in origine all’interno dell’edificio.

  • S. Croce Ravenna (RA)

    Chiesa del secolo V, originariamente collegata, tramite un nartece, all’oratorio di S. Lorenzo, il cosiddetto mausoleo di Galla Placidia. Più volte mutilata e rimaneggiata, venne restaurata nel 1716, e la costruzione dell’odierna facciata seicentesca, arretrata di circa 7 m rispetto all’antica, sancì il distacco dal famoso sacello. 
    Secondo la tradizione fu fondata da Galla Placidia e saggi di scavo ne hanno evidenziato il ruolo di rilievo tra gli edifici ecclesiastici di età imperiale, per la preziosità dei decori e dei rivestimenti; è stata a lungo erroneamente identificata come la cappella palatina, sulla base dell’ipotesi che in quest’area sorgesse il palazzo imperiale. 
    I sondaggi archeologici, sul fianco e sul retro dell’abside, hanno portato alla luce frammenti di pavimenti musivi, marmi e muri antichi; all’interno sono emersi il pavimento in tarsia di marmi policromi di età placidiana, e frammenti degli stucchi e dei mosaici parietali.

  • S. Maria Maggiore Ravenna (RA)

    Fatta erigere tra il 521 e il 534 dal vescovo Ecclesio e ricostruita nel 1671 su disegno di Pietro Grossi, che conserva dell’impianto primitivo, a pianta centrale con 12 lati, solo l’abside, peraltro profondamente restaurata; peculiare è il campanile cilindrico, del secolo IX-X. L’interno, a tre navate divise da pilastri in laterizi e da 12 colonne in marmo greco con capitelli bizantini, conserva in fondo alla navata destra un sarcofago romano, utilizzato in seguito come sepolcro dei Rasponi.

  • S. Giovanni Battista Ravenna (RA)

    Ricordata nel 1001 ma di fondazione anteriore al secolo IX. Ebbe le forme attuali da Pietro Grossi che la ricostruì alla fine del Seicento, rispettando parte dell’abside originaria. Il campanile cilindrico conserva nella sezione inferiore la struttura eretta nel IX secolo, sormontata da due ordini di bifore e trifore successive al secolo XIV. Nell’interno, a tre navate: al 1° altare destro, Madonna e S. Antonio abate di G.B. Barbiani; al 2°, Madonna col Bambino pure del Barbiani; al 4° sinistro, Madonna col Bambino e i Ss. Clemente e Girolamo di Francesco Longhi (1604); al 1°, Madonna col Bambino e i Ss. Matteo e Francesco (1586) dello stesso e, sulla sinistra, Madonna del Carmelo, altro dipinto del Barbiani.

  • Torre Civica Ravenna (RA)

    Eretta nel secolo XI o XII, caratteristica per la forte pendenza; con un’altezza originaria di m 39 rischiava di crollare, ma nel 2000 è stata abbassata a m 26. Struttura verticale che, insieme ai campanili cilindrici, delineava in età medievale il profilo della città, appartenne alla corporazione dei beccai, poi alla famiglia Guiccioli, e fu usata dalla metà del XIV secolo come punto di sorveglianza dalla milizia del Comune. Presenta inferiormente un bassorilievo romano, eroso dal tempo, e in alto un giro di bifore.

  • Palazzo Spreti Ravenna (RA)

    Imponente palazzo costruito nel 1711 da Francesco Fontana, ha un lato del cortile scandito da un’elegante loggia con colonne e capitelli quattrocenteschi (l’unico corinzio è del secolo VI).

  • Casa Brocchi Ravenna (RA)

    Casa Brocchi, già Maioli-Stanghellini, di forme veneziane, costituita dall’unione di due edifici del XV secolo, con comignolo a sezione ottagonale, impreziosita da due bifore e da decorazioni in cotto.

  • Basilica dello Spirito Santo Ravenna (RA)

    Antica cattedrale ariana intitolata alla Anàstasis (Risurrezione). Innalzata al tempo di Teodorico, consacrata al culto cattolico dall’arcivescovo Agnello nella seconda metà del VI secolo e intitolata a S. Teodoro, fu rimaneggiata nel 1534 ed ebbe restauri nel 1853 e nell’ultimo dopoguerra. 
    Oggi è affidata al culto rumeno ortodosso. L’attuale facciata è preceduta da un portichetto di forme rinascimentali (secolo XVI) su colonne in d’Istria e marmo greco, poggianti sopra uno zoccolo continuo. 
    L’interno è a tre navate divise da 14 belle colonne di bigio e cipollino, adorne di capitelli e pulvini bizantini. L’ambone, in pietra calcarea, è opera del VI secolo che interpreta secondo modi locali schemi decorativi costantinopolitani. 
    Sopra l’altare in fondo alla navata destra, i cosiddetti Vescovi Colombini (successori di S. Apollinare), grande tela attribuita a Livio Agresti; all’inizio della navata sinistra, un antico sarcofago riutilizzato nel XVII secolo come sepolcro dei conti Pasolini.

  • Battistero degli Ariani Ravenna (RA)

    Dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, il battistero è collegato alla chiesa dello Spirito Santo tramite un alto muro, detto casa di Drogdone perché si vuole sia appartenuto alla residenza del duca longobardo Droctulf (in realtà patere, timpani e croci risalgono almeno ai secoli XI-XII). 
    Probabilmente eretto ai primi del secolo VI, è l’unico battistero realizzato per il gruppo religioso maggioritario tra i Goti che sia sopravvissuto fino ai nostri giorni. Dopo la conquista bizantina, nella seconda metà del VI secolo fu riconsacrato e successivamente prese il nome di S. Maria in Cosmedin. 
    I restauri hanno appurato che la piccola costruzione a pianta ottagonale era in realtà la parte centrale di un fabbricato più vasto; un profondo scavo intorno all’edificio evidenzia l’esistenza di un antico corridoio perimetrale. All’interno la cupoletta è interamente rivestita di una bella decorazione musiva, con al centro, entro clipeo, il Battesimo di Cristo nel Giordano, circondato dalla raffigurazione dei 12 apostoli che convergono al trono crucifero; il riquadro centrale, il trono, Pietro, Paolo e l’apostolo che lo segue sono coevi all’edificio, mentre le figure degli altri nove apostoli, stilisticamente e tecnicamente diversi, sono di età giustinianea. 
    A destra dell’ingresso, una pila marmorea composta con un marmo concavo decorato da ippogrifi e colombe.

  • Rocca Brancaleone Ravenna (RA)

    Di forma quadrangolare, costruita tra il 1457 e il 1470 durante il dominio veneziano, secondo criteri di architettura militare già allora superati dall’avvento delle armi da fuoco. 
    Per questo motivo, e per la sua collocazione strategicamente anomala – si trova nella zona nord-est dell’abitato, sulla direttrice per Venezia – si presume avesse essenzialmente una funzione di controllo militare sulla città suddita. 
    Passata Ravenna sotto il dominio dello Stato della Chiesa e diminuite le necessità difensive, venne smantellata nel corso dei secoli XVII e XVIII e i suoi ampi spazi furono a lungo occupati da colture orticole. 
    È costituita da due corpi ben distinti e tuttora leggibili: la rocca vera e propria, munita di quattro imponenti torrioni cilindrici, e la cittadella, con due torrioni circolari agli angoli e due semicircolari nella cortina muraria. Le profonde asole dove scorrevano le catene del ponte levatoio incorniciano l’ingresso. 
    Attualmente gli spazi interni sono occupati da un giardino attrezzato e ospitano spettacoli pubblici all’aperto. Due sole decorazioni restano a ricordare le molte che la Repubblica veneta aveva commissionato per ornare l’edificio: il leone di S. Marco di Marino di Marco Cedrini, che, dopo molte peregrinazioni conseguenza della damnatio memoriae, fu ricollocato sulla torre d’ingresso alla cittadella, e una mutila Madonna col Bambino, cinquecentesca.

  • Basilica di S. Giovanni Evangelista Ravenna (RA)

    Voluta da Galla Placidia nel 426-434 in seguito a un voto fatto nel 424 durante un fortunoso viaggio per mare da Costantinopoli a Ravenna. Costruita sul limite settentrionale della regio Caesarum, in contiguità con l’area palaziale riemersa alle spalle di S. Apollinare Nuovo e non lontana dal lido che allora lambiva da vicino la città – fu duramente colpita da incursioni aeree nel 1944, successivamente restaurata e in parte ripristinata nelle sue forme originarie. La ricostruita facciata presenta al centro un altissimo protiro, pure rifatto, ed è preceduta da un rinnovato recinto in laterizi sul cui lato anteriore è stato collocato (1960) un pregevole portale gotico marmoreo, ornato di decorazioni e di figure a bassorilievo scarsamente leggibili: nella cuspide sono raffigurati il Redentore, S. Giovanni con Valentiniano III, Galla Placidia e S. Barbaziano; a fianco dell’arco ogivale, l’Annunciazione; nella lunetta, Galla Placidia prostrata ai piedi di S. Giovanni che le lascia un sandalo come reliquia. 
    Sulla destra s’innalza il robusto campanile quadrato del secolo X (la parte superiore e la cuspide sono del 1340), restaurato, aperto da bifore e trifore, con cella campanaria che conserva due campane fuse nel 1208. 
    Aggirando la chiesa sulla sinistra, si noti la bella abside poligonale, in gran parte originale, traforata da una serie di aperture che formano una sorta di loggetta. L’interno, basilicale a tre navate, fu modificato nel 1747 e poi ripristinato. Sono originali le colonne di bigio antico (eccettuate le tre iniziali), con capitelli romani e pulvini crociati del V secolo, le finestre della navata mediana e alcune capriate (1334). 
    Il pavimento si trova a un livello di quasi 3 m sopra quello originario. L’abside, internamente semicircolare, è fiancheggiata dai due vani della protesi e del diaconico. La basilica primitiva doveva essere scompartita da due file di nove colonne, ma fu probabilmente ampliata ancora in fase costruttiva inglobando il nartece ‘alla greca’. 
    Le tre coppie di colonne mancanti per raggiungere le 12 canoniche, identiche alle altre già in opera, sarebbero state collocate in origine sulla facciata. La struttura attuale risalirebbe alla fine del secolo VI-inizi del VII. L’angolo del campanile che aggetta verso l’interno della chiesa, a destra dell’ingresso, è sostenuto da una colonna con capitello del secolo VI. 
    Lungo i muri perimetrali sono disposti ampi frammenti di mosaici appartenuti ai vari pavimenti della basilica, da quello più antico a quello del 1213 con la raffigurazione di animali fantastici (due pannelli sono sicuramente ispirati al Roman de Renart, gli altri ai bestiari medievali), scene popolari ed episodi della IV crociata. Presbiterio: l’altare è del V secolo; al centro dell’abside, sedia abbaziale marmorea dell’abate Benvenuto (1267). Sulla calotta dell’abside si svolgeva anticamente un grande mosaico che rappresentava la procella di Galla Placidia e i ritratti degli imperatori, distrutto nel secolo XVI. Navata sinistra: in fondo, l’antico diaconico del secolo V, con Madonna su tavola del secolo XIV; lungo la navata una cappella gotica con affreschi (deteriorati) di scuola riminese del XIV secolo (Giovanni Baronzio?): sulla volta, gli evangelisti e i dottori della Chiesa, sulla parete di fondo, la Crocifissione. Sulla controfacciata è collocato il Convito di Assuero, fra le opere più importanti di Carlo Bonone (circa 1608-11). 
    Nella navata destra, chiusa sul fondo dalla protesi che ospita una base d’altare del secolo VI, una finestra si apre sul chiostro dell’ex monastero dei Canonici Regolari (meglio visibile da via Carducci, attraverso una cancellata in ferro), di belle forme tardo-rinascimentali (seconda metà del XVI secolo), rovinato dalle bombe e poi parzialmente ripristinato; al centro, bel pozzale di Alessandro Corsi (circa 1570).

  • Basilica di S. Apollinare Nuovo Ravenna (RA)

    La basilica di S. Apollinare Nuovo è il monumento che Teodorico donò alla città dopo la vittoria su Odoacre, oggi dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Il re goto la eresse per il culto ariano nel 493-496 (era allora intitolata al Salvatore), ma intorno al 560 fu riconsacrata secondo il culto cattolico a Martino di Tours – il santo combattente contro l’eresia – quindi, dal IX secolo, dedicata a S. Apollinare. Ricca di memorie teodoriciane e di simboli politici, ha subito una censura iconografica di cui resta traccia nella mutilazione delle decorazioni musive di grande pregio, ed è stata più volte rimaneggiata. 
    La semplice facciata in laterizi è adorna di una bifora marmorea cinquecentesca ed è preceduta da un portichetto su colonne, rifatto nel secolo XVI utilizzando materiali antichi. Sul fianco destro si innalza un elegante campanile cilindrico, datato al IX-X secolo, aperto da monofore, bifore e trifore. 
    L’interno è a pianta basilicale a tre navate, scandite da 24 pregevoli colonne in marmo greco (alcune conservano i marchi di fabbrica), con capitelli bizantini finemente lavorati. La navata mediana è coperta da un ricco soffitto a cassettoni dorati del 1611 (restaurato). Il pavimento attuale, alto 1.6 m più del primitivo, fu sistemato nel secolo XVI. Sulla controfacciata si svolgeva un grande mosaico, di cui rimangono pochi frammenti, col ritratto ritenuto da alcuni di Giustiniano, da altri di Teodorico, in parte rifatto nel 1863. Le pareti laterali della navata mediana sono interamente rivestite di mosaici, divisi su ogni lato in tre registri, la gran parte risalenti a età teodoriciana, salvo le teorie dei martiri e delle sante del tempo dell’arcivescovo Agnello (circa 560). 
    Sulla parete sinistra il registro superiore, da leggersi da sinistra a destra, è costituito da una serie di riquadri rettangolari con scene della vita e parabole di Cristo, ritmati da pannelli decorati da una grande conchiglia sormontata da una croce e da due colombe; nella fascia mediana, tra le finestre, 16 profeti o santi; in basso, il porto di Classe, con due torri da faro e l’agglomerato urbano, da cui parte la processione delle vergini, con corone in mano, che muovono, precedute dai Magi (di restauro ottocentesco come i due angeli che seguono), verso la Madonna col Bambino in trono fra quattro angeli. 
    Sulla parete destra, nel registro superiore si dispongono, da destra verso sinistra, 13 riquadri con scene della Passione di Cristo, pure alternati a pannelli decorativi; nella fascia mediana, 16 profeti o santi; in basso, il palazzo di Teodorico con alle spalle Ravenna (si notino le tracce delle mani acclamanti cancellate dalle colonne del palatium), da cui procede una teoria di martiri con le corone in mano che incedono verso Gesù in trono fra quattro angeli. La decorazione musiva esemplifica l’evoluzione artistica del secolo VI: il ciclo cristologico, dovuto a maestranze ravennati, nel tipo di materiale usato e nei rapporti compositivi evidenzia la ricerca di corrispondenza tra soggetto e resa formale in relazione alla percezione del riguardante, mentre i cortei delle 22 vergini e dei 26 martiri, più tardi, presentano le caratteristiche di astrazione e ritmo tipiche della cultura artistica bizantina. Sotto l’ottava arcata destra, ambone in marmo greco del VI secolo, mancante delle scalette originarie e retto agli angoli da quattro colonnine dello stesso marmo e da un grosso cippo nel mezzo, che presenta motivi decorativi tipici della plastica costantinopolitana, e orientale in genere. Il presbiterio è limitato da una balaustra composta da un pluteo del secolo VI e da tre coeve transenne marmoree lavorate a giorno. 
    Nel mezzo, l’altare del VI secolo (si notino gli incavi destinati a ricevere le reliquie) con quattro colonne di porfido sormontate da capitelli romani e bizantini; la sedia marmorea è romana. L’abside, ristrutturata e ampliata in periodo barocco, era stata ricostruita (1950-51) sulle fondamenta originarie, seguendo il tracciato dei muri antichi emerso nel corso dei restauri. I lavori di restauro successivi (1997) hanno ripristinato la struttura barocca.

  • Palazzo di Teodorico Ravenna (RA)

    Singolare edificio, che si fa risalire alla fine del secolo VII o alla prima metà dell’VIII. La denominazione deriva dalla secolare convinzione che in questo luogo sorgesse il sontuoso edificio raffigurato nel mosaico di S. Apollinare Nuovo. 
    Il complesso è da identificare secondo alcuni studiosi con un corpo di guardia detto Calchi, secondo altri con il Sicreston (segreteria) degli esarchi, o ancora, più probabilmente, con il nartece della chiesa di S. Salvatore ad Calchi (sicuramente esistente prima dell’inizio del secolo IX). 
    Costruito in laterizi, presenta un grande portale centrale affiancato da due aperture a doppio arco; sopra, un’ampia nicchia con ai lati due logge cieche sostenute ciascuna da tre colonnine poggianti su una mensola. Gran parte di questi elementi marmorei sono di reimpiego. 
    Nel portico interno e nella saletta al primo piano si conservano pregevoli brani di sèttili (tarsie) e mosaici pavimentali (dal I al VI secolo) provenienti da scavi archeologici – ora ricoperti – che hanno individuato un’area palaziale nello spazio compreso tra S. Apollinare, la via Alberoni e le antiche mura. 
    Le indagini hanno messo in luce una grande villa di epoca tardo-romana, impiantata su scarsi resti più antichi. Su questo edificio, forse sede del prefetto della flotta, si sviluppò un impianto identificato con la residenza imperiale, successivamente prescelta da Teodorico e in seguito divenuto centro operativo e abitativo degli esarchi.

  • Teatro Rasi Ravenna (RA)

    Realizzato alla fine del XIX secolo adattando gli spazi dell’ex chiesa duecentesca di S. Chiara, acquistata dal Comune nel 1874; del luogo di culto, costruito da Chiara da Polenta, si conservava, dietro il palcoscenico, l’abside decorata da un bellissimo ciclo di affreschi di scuola riminese del Trecento – attribuibili a Pietro da Rimini e ad altri, tra cui forse Giovanni Baronzio – con la Natività, il Battesimo di Cristo, l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi, la Crocifissione e Gesù nell’orto (questi affreschi, assieme a quelli che decoravano le quattro grandi vele della volta sono collocati ora nel Museo nazionale).

  • S. Maria in Porto Ravenna (RA)

    Chiesa progettata da Bernardino Tavella per i Canonici Lateranensi che all’inizio del XVI secolo avevano abbandonato la chiesa di S. Maria in Porto Fuori: costruita tra il 1553 e il 1606, utilizzando in parte materiale proveniente dalla chiesa di S. Lorenzo in Cesarea, fu completata nel 1780-84 da Camillo Morigia con la facciata in pietra d’Istria, di gusto palladiano, a due ordini spartiti da colonne. Grandioso interno di linee tardo-rinascimentali, a tre navate divise da colonne alternate a pilastri. Al 4° altare destro, S. Giacomo minore precipitato dal tempio, dello Scarsellino; al 6°, Madonna con S. Agostino di Francesco Longhi. Nell’abside, magnifico coro ligneo del 1576-93. L’altare del transetto sinistro reca un rilievo marmoreo detto *Madonna greca, di fattura tardo-bizantina (secolo XI?); al 4° altare sinistro, Martirio di S. Mauro di Palma il Giovane.

  • Ex Monastero dei Canonici Lateranensi Ravenna (RA)

    Attiguo alla chiesa di S. Maria in Porto – e segnalato sulla via di Roma per il corpo di fabbrica in gran parte moderno – è l’ex monastero di S. Maria in Porto dei Canonici Lateranensi, che risale al 1496-1508, quando i Veneziani, temendo la scarsa difendibilità del convento di S. Maria in Porto Fuori, posto all’esterno della città, ne ordinarono l’abbandono; nel XIX secolo fu trasformato in caserma e successivamente in sede di importanti istituzioni culturali. Aggirando l’edificio sulla destra, si perviene ai giardini pubblici sui quali affaccia il fronte orientale, costituito dall’ariosa Loggetta Lombardesca. 
    È interessante seguire le migrazioni subite da alcuni importanti manufatti appartenuti al complesso di S. Maria in Porto: un chiostro è stato interamente smontato e trasferito in parte nell’ex monastero ravennate di Classe (1885) e poi nell’area dantesca (1934); il portale d’ingresso è stato prima collocato nel Museo nazionale, poi rimontato nella costruzione che unisce la loggetta all’abside della chiesa di S. Maria in Porto Fuori; infine, alcuni pezzi marmorei recanti lo stemma portuense sono ora conservati presso il Museo nazionale. Di fronte all’ingresso sono state collocate due opere d’arte contemporanea: la monumentale scultura di grandi dimensioni di Mimmo Paladino, dal titolo Cavallo, che si erge per più di quattro metri da terra, in cotto dipinto su un monolitico basamento, e, accanto, la RotoB di Marco Bravura, opera musiva a imitazione di una rotoballa in tessere di mosaico dorate. Dell’edificio originario, che dall’età delle soppressioni napoleoniche ha subito più volte riconversioni d’uso e rifunzionalizzazioni, sino al restauro degli inizi degli anni ’70 del Novecento, rimane il chiostro di belle forme rinascimentali, eretto ai primi del Cinquecento, che si vuole composto da elementi singolarmente scolpiti a Venezia e poi montati a Ravenna. Di forma quadrata, è articolato in un portico su pilastri poggianti sopra uno zoccolo continuo (sugli alti basamenti dei pilastri isolati sono leggibili iscrizioni riferite alla vita del monastero) e in una loggia su colonnine con capitelli che recano le armi di Porto. L’insegna araldica dei Canonici di Porto, rappresentata da un castello stilizzato con tre torrette, insieme all’indicazione delle date di costruzione, è ricorrente nel quadriportico. 
    L’attribuzione tradizionale ad Antonio Lombardo, figlio di Pietro, e ai Solari, è ora discussa. Fino a qualche anno fa l’ex complesso monastico dei Canonici Lateranensi ospitava al piano terra il Museo ornitologico di Scienze naturali (ora nel Palazzone della frazione Sant’Alberto), al primo l’Accademia di Belle Arti e al secondo la Pinacoteca comunale. Oggi l’intero spazio è occupato dal MAR-Museo d’Arte della città di Ravenna.

  • Loggetta Lombardesca Ravenna (RA)

    Aggirando l’edificio dell’ex monastero di S. Maria in Porto, si perviene ai giardini pubblici sui quali affaccia il fronte orientale, costituito dall’ariosa Loggetta Lombardesca, elegante costruzione realizzata tra il 1503 e il 1518, la cui denominazione deriva dalle maestranze campionesi e lombarde che vi lavorarono sotto la direzione di Tullio Lombardo. 
    Restaurata nel 1903, consta di un duplice portico terreno a cinque arcate con capitelli ‘lombardeschi’ secondo una tipologia che si ritrova in altri edifici ravennati del XVI secolo, chiuso da una bella cancellata in ferro battuto, e di una soprastante duplice loggia, pure a cinque arcate su colonne; la balaustra del piano superiore è stata messa in opera in occasione del restauro.

  • MAR-Museo d'Arte della Città di Ravenna Ravenna (RA)

    Ha sede all'interno dell’ex complesso monastico dei Canonici Lateranensi, il Museo è uno sviluppo della Pinacoteca comunale, che pur mantenendo immutate le raccolte ne ha dato un nuovo allestimento, incrementandone anche il valore con nuove acquisizioni. 
    Il Museo, particolarmente importante per le opere di scuola romagnola, sorse nel 1829 come Galleria dell’Accademia, cui contribuirono privati cittadini e la Biblioteca Classense. 
    Il patrimonio fu arricchito fino al 1939 quando, in seguito alla demolizione di buona parte dell’edificio originario dell’Accademia, venne drasticamente ridotto il numero delle opere esposte e la maggior parte chiusa in deposito. 
    La quadreria ravennate ha rivisto interamente la luce solo nel 1972, anno in cui venne trasferita nella Loggetta, e di lì a poco assunse la denominazione di Pinacoteca Comunale. 
    Il rinnovamento dell’allestimento museografico è attualmente in corso. Quella che segue è una rassegna cronologica delle opere principali. 
    Le collezioni della pinacoteca, esposte al secondo piano dell’edificio, comprendono un ricco numero di dipinti e sculture, riferibili a un arco cronologico che va dal XIV al XXI secolo. Nelle prime sale un’ampia rassegna di tavole di piccolo formato del XIV e del XV secolo, destinate perlopiù alle celle monastiche, testimoniano le relazioni della città con i più importanti centri di produzione, dagli ambienti veneti e padovani, all’ambiente emiliano, più precisamente bolognese e ferrarese, sino a quello toscano e marchigiano. Di questo periodo si conservano piccole tavole dalla carpenteria mistilinea e polittici di dimensioni ridotte ascrivibili al Maestro del Coro Scrovegni (Madonna col Bambino e santi e quattro storie di Cristo), Guglielmo Veneziano (S. Francesco che riceve le stigmate fra i Ss. Domenico e Marina), Matteo di Giovanni (Madonna col Bambino tra i Ss. Girolamo e Barbara), Lorenzo Monaco (*Crocifissione e santi), Taddeo di Bartolo (Arcangelo Gabriele e Vergine annunciata), Antonio Vivarini (Crocifissione). 
    Di grande rilevanza, per la conoscenza delle vicende artistiche che si svilupparono in Romagna nell’età di transizione tra le corti signorili e la dominazione pontificia, è il nucleo significativo di opere che si collocano tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. A questo nucleo appartengono i dipinti di Baldassarre Carrari, Marco Palmezzano (Natività e Presentazione al tempio), Nicolò Rondinelli (Madonna in trono col Bambino e i Ss. Girolamo e Caterina, Madonna in trono col Bambino e santi e Madonna col Bambino tra i Ss. Alberto e Sebastiano), Francesco e Bernardino Zaganelli (Orazione nell’orto, frammento con testa d’angelo, Adorazione dei pastori, Crocifissione), insieme a Bartolomeo Ramenghi detto il Bagnacavallo (Madonna col Bambino e S. Giovannino), Girolamo Marchesi da Cotignola (santi, tavoletta quadripartita), Luca Longhi con i figli Francesco e Barbara (tre ritratti – di Raffaele Rasponi, di Girolamo Rossi e di Giovanni Arri- goni, S. Caterina d’Alessandria, Madonna in trono col Bambino fra i Ss. Benedetto, Paolo, Apollinare e Barbara, Decollazione del Battista, Martirio di S. Ursicino, Crocifissione con la Vergine e i Ss. Giovanni, Apollinare e Vitale. A Barbara Longhi è attribuita la Sacra Famiglia con S. Giovannino e S. Elisabetta, tra le ultime acquisizioni del museo. 
    Dello stesso periodo si conservano opere che documentano i mai esauriti rapporti col Veneto. Tra gli autori, Bartolomeo Montagna (S. Giovanni Battista), Cima da Conegliano (Madonna col Bambino), Pietro degli Ingannati (Sacra famiglia e S. Sebastiano), Francesco Rizzo da Santacroce (Madonna col Bambino fra i Ss. Simeone e Giuseppe), Paris Bordon (Redentore). 
    Tra le opere più importanti e rappresentative del Museo va senz’altro citata la lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli (uomo d’arme ravennate al servizio del duca Valentino, ucciso a Imola nel 1501), scolpita da Tullio Lombardo nel 1525 e un tempo nella basilica di S. Francesco. L’opera è stata resa celebre dalla letteratura dannunziana, che ne ha fatto una vera e propria icona. Una pagina fondamentale per lo sviluppo del linguaggio artistico in Romagna nell’età della Maniera è il dipinto (Compianto su Cristo deposto dalla Croce) realizzato da Giorgio Vasari nel 1548, un archetipo iconografico che ha avuto larga fortuna, eseguito su commissione del monastero di Classe. I rapporti con gli ambienti ferraresi sono documentati da pregevoli opere di Dosso Dossi, del Bastianino (Sposalizio di S. Caterina) e del Bastarolo. Alla tarda Età della Controriforma si riferiscono le opere di Jacopo Ligozzi (Martirio dei santi quattro coronati), Camillo Procaccini (Martirio dei Ss. Giacomo minore e Filippo), Matteo Ingoli (Cenacolo di S. Apollinare e il Beato Lorenzo Giustiniani). 
    Opera nodale nell’iconografia di S. Romualdo è il grande dipinto di Guercino, realizzato per il monastero di Classe, fra i committenti più importanti della città. A Guercino si affiancano i dipinti della bottega dei Gennari, di Alessandro Tiarini (S. Giovanni evangelista), di Cecco Bravo (Apollo e Dafne). 
    Nella seconda metà del Seicento, sino agli inizi del Settecento, si collocano le opere di Carlo Cignani (S. Benedetto), Marcantonio Franceschini (Ss. Bartolomeo e Severo in gloria), Giovan Gioseffo Dal Sole (Sacra famiglia), Arcangelo Resani (Crocifissione con i Ss. Vitale e Apollinare). Alcuni testi pittorici di Andrea e Domenico Barbiani (Presepe) sono le poche testimonianze della fertilissima attività di una bottega che a Ravenna ha avuto grande rilevanza per la presenza continua sulla scena cittadina, durata quasi centocinquanta anni, a partire dagli inizi del XVII secolo. 
    Un nuovo slancio nelle acquisizioni si registra nel corso dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento con l’apporto di dipinti di destinazione privata. Per questo nucleo si segnalano le significative presenze di Bertel Thorvaldsen, Pietro Tenerani, Giambattista Bassi, Antonio Ciseri, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Angelo Torchi, Luigi Serra, Ettore Tito, Domenico Miserocchi, Domenico Baccarini, Giuseppe Rambelli, Edgardo Saporetti, Filippo Silvestro Giulianotti, Gustav Klimt; l’artista viennese, proprio a Ravenna, di fronte al fulgore dei mosaici bizantini, subì una fascinazione che influenzò significativamente l’evolvere del proprio stile. Si prosegue con autori locali come Arturo Moradei, Vittorio Guaccimanni, Alfredo Protti, Orazio Toschi, tutti estremamente legati alle vicende artistiche e culturali della città. Chiude il percorso espositivo della Pinacoteca il nucleo di opere del secondo Novecento, con alcuni nomi eccellenti dell’arte italiana, tra i quali Sergio Romiti, Mario Schifano, Tano Festa, Alighiero Boetti, Enrico Castellani, Carla Accardi, Luigi Veronesi, Mimmo Paladino, Giorgio Griffa, Aldo Mondino, fino alle opere a noi contemporanee di Maurizio Cattelan e dello street artist Banksy. 
    Alcuni degli spazi del museo sono attualmente in fase di rinnovamento per ampliare quest’ultima sezione. La collezione dei Mosaici moderni e contemporanei si è sviluppata a partire dalla seconda metà del secolo scorso sul nucleo fondante della «Mostra di mosaici moderni» del 1959, una raccolta unica nel suo genere, che comprende cartoni pittorici e opere a mosaico realizzate dal Gruppo Mosaicisti dell’Accademia di Belle Arti di Ravenna su progetto di alcuni dei più grandi nomi dell’arte non solo italiana del secolo scorso: Afro, Renato Birolli, Corrado Cagli, Massimo Campigli, Bruno Cassinari, Giuseppe Capogrossi, Marc Chagall, Antonio Corpora, Mario Deluigi, Franco Gentilini, Renato Guttuso, Georges Mathieu, Mirko, Mattia Moreni, Enrico Paulucci, Mauro Reggiani, Bruno Saetti, Rolf Sandquist, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova. 
    In collezione è possibile ammirare il cartone pittorico firmato dall’artista e l’opera a mosaico, tradotta e realizzata dai maestri mosaicisti Antonio Rocchi, Ines Morigi Berti, Renato Signorini, Sergio Cicognani, Isler Medici, Romolo Papa, Libera Musiani, Zelo Molducci. Su questo nucleo di opere si è sviluppata nel tempo una raccolta in progress, grazie a lasciti, donazioni e nuove acquisizioni. L’intera collezione musiva del MAR comprende circa un centinaio di opere, comprese in un arco cronologico che va dagli anni ’50 del Novecento ai giorni nostri, emblematiche delle diverse potenzialità espressive del mosaico nell’arte contemporanea, nell’architettura, nel design, nell’arredo urbano.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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