Bologna: il centro antico nella cerchia dei torresotti

In collaborazione con Touring Club

L’itinerario qui proposto si svolge all’interno del circuito quasi interamente scomparso della seconda cerchia di mura (conclusa nel 1192), detta dei torresotti, o convenzionalmente delle mura penultime, che raccolse al suo interno, come diaframma giuridico e difensivo, nonché monumentale e rappresentativo di un nuovo disegno della città, la maggior parte dei borghi costruiti nel primo periodo di esistenza del Comune. Un abbraccio peraltro provvisorio, dal momento che le sollecitazioni di uno sviluppo accelerato avrebbero presto imposto la decisione di progettare una terza cerchia di mura. Per agevolare più approfondite esplorazioni e invitare a scoprire nuovi intrecci nel tessuto viario, si è rinunciato a prendere delle scorciatoie. Il percorso scelto ha come capisaldi gli insediamenti di chiese e conventi dei diversi ordini religiosi mendicanti (Domenicani, Francescani, Agostiniani ecc.) che, tra il XIII e il XIV secolo, si stabilirono nelle immediate vicinanze della cinta muraria, all’interno o immediatamente al di fuori di essa, promuovendo la crescita dei borghi circostanti e costellando la città di articolati spazi claustrali. Il tracciato delle mura della seconda cerchia si è oggi ridotto a pochi frammenti residui, che ci guiderebbero assai limitata- mente se non esistesse una rete viaria dall’andamento curvilineo e parallelo all’antico perimetro a rivelarcene il tracciato. Anche la rete dei canali urbani, fondamentali per la fornitura di energia destinata alle attività proto-industriali cittadine, intrattiene uno stretto rapporto con la città fin dal XIII secolo, nonostante oggi il loro corso (perlopiù sotterraneo dopo i provvedimenti che portarono alla copertura) sia riconoscibile quasi esclusivamente sulla base della ricostruzione storica o dell’evidenza dell’impianto viario. In questo tessuto urbano, rimasto inalterato nella sua trama di fondo, è soprattutto la tipologia del portico (che risponde ad esigenze imposte a partire dagli statuti del XIII secolo, allo scopo di regolare l’occupazione abusiva di suolo pubblico) a delineare l’immagine di una struttura omogenea e urbanisticamente compatta. Grazie a tale comune legante è la città stessa a caratterizzarsi come un monumento, tanto che l’obbedienza nei riguardi di questa tipologia sarà quasi sempre rispettata anche nelle trasformazioni successive (a tutt’oggi la lunghezza complessiva dei portici entro la terza cerchia di mura assomma a 37.882 metri). La necessità di seguire un itinerario che attraversi aree di riconoscibile omogeneità ha obbligato a un considerevole allungamento del tracciato, che può essere svolto a più riprese. Il percorso indicato è tuttavia vivamente consigliato, non soltanto per la grande concentrazione di emergenze monumentali (si consideri che l’80% dei palazzi senatorî è all’interno della seconda cinta muraria), ma proprio per l’altissima qualità storico-ambientale del tessuto urbanistico tuttora percepibile.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Palazzo della Mercanzia Bologna (BO)

    Detto anche Foro dei Mercanti (oggi sede della Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura), straordinaria opera architettonica e, al tempo stesso, originale intervento di ridisegno urbanistico del carrobbio, a celebrazione del rilancio economico cittadino della fine del XIV secolo. Il palazzo ebbe origine dall’adattamento di tre case di proprietà del Comune e fu adibito a uffici della dogana, con una loggia per lo scarico delle merci cui si dette inizio nel 1384 sotto la direzione di Antonio di Vincenzo, gonfaloniere del popolo, affiancato da Lorenzo da Bagnomarino. Rimaneggiato più volte, l’edificio fu restaurato da Alfonso Rubbiani tra 1887 e ’89. La parte sinistra dell’edificio, distrutta dal bombardamento alleato del 25 settembre 1943, fu ricostruita nel 1949. La facciata è tardo-gotica in laterizi e pietra d’Istria. I grandi archi ogivali del loggiato inferiore sono impostati su tre pilastri polistili con capitelli fioriti. Al piano superiore è un balconcino sovrastato da baldacchino cuspidato e due bifore con colonnine a torciglione; sulla sommità, gli stemmi delle diverse arti e merli a coda di rondine.

  • Piazza della Mercanzia Bologna (BO)

    Antico «carrobbio» (incrocio viario) esterno alle mura della prima cerchia, comunicante con la piazza di Porta Ravegnana. Nel lato di sud-est vi prospetta la facciata tardo-gotica in laterizi e pietra d’Istria del palazzo della Mercanzia. La piazza, seppur mutilata all’inizio del XX secolo con la demolizione di un nucleo di torri, presenta tuttora, sul lato orientale, edifici residenziali di grande interesse che contribuiscono a definire un suggestivo contesto ambientale: al N. 1, la cinquecentesca casa già Volta, cui è addossata la gotica casa già Cari (N. 2), e, al N. 2 di via S. Stefano, le case Seracchioli, ripristinate nel 1924. La cortina edilizia prosegue senza interruzione nella via S. Stefano, dove, al N. 4A è la torre Alberici, del XII secolo, alla cui base è una bottega aperta nel 1273

  • Via S. Stefano Bologna (BO)

    All'inizio di via S. Stefano prosegue senza interruzione la cortina edilizia di piazza della Mercanzia con al N. 2 le case Seracchioli, ripristinate nel 1924, al N. 4A la torre Alberici, del XII secolo, alla cui base è una bottega aperta nel 1273. Sul lato opposto della strada, ai numeri 9-11 si sviluppa il fronte del palazzo Bolognini. La nobile sequenza di edifici continua nello slargo seguente, anticamente detto «piazzola di S. Stefano», spazio di alta qualità ambientale, anche in virtù della presenza del complesso monumentale di S. Stefano. Oltre il complesso di S. Stefano, nei pressi dell’innesto con la via Dante merita attenzione la successione di numerosi palazzi dell’oligarchia cittadina. Li precede la chiesa della SS. Trinità (N. 87). Al N. 75, il palazzo Agucchi, ricostruito da Carlo Francesco Dotti nel 1752, e al N. 63, il palazzo Ghiselli-Vasselli, costruzione dell’inizio del Cinquecento che subì rimaneggiamenti a più riprese fino al restauro del 1927. Di fronte, N. 56, l’impaginato classico a due ordini di finestre del palazzo Zani. Al N. 50, la casa Muzzi, restaurata da Alfonso Rubbiani nel 1907, quindi, al N. 45, il palazzo Bargellini Panzacchi, già Pallavicini che, oltre a conservare un portico dei secoli XVI e XVIII, presenta all’interno uno scalone di Alfonso Torreggiani (1732). Attiguo, N. 43, il palazzo Vizzani, uno dei più interessanti edifici cinquecenteschi della città. Proseguendo lungo la via, che in questo tratto subì distruzioni belliche nel gennaio 1944, si notano: al N. 30 il palazzo Hercolani che, nonostante la facciata rifatta da Edoardo Collamarini (1912), è il più antico di quella famiglia senatoria e conserva l’impianto cinquecentesco. Al N. 33 si trovava il teatro del Corso, frequentato da Pier Paolo Pasolini (poco lontano, nella Borgonuovo, si può raggiungere la casa dove il poeta e regista nacque il 5 marzo 1922, segnalata da una targa).

  • Palazzo Bolognini Amorini Salina Bologna (BO)

    Tradizionalmente attribuito al Formigine ed eseguito nella prima metà del XVI secolo, con successivi interventi seicenteschi. La facciata si caratterizza per una successione di protomi in cotto, opera di Alfonso Lombardi e Nicolò da Volterra per la parte cinquecentesca e di Giulio Cesare Conventi per quella seicentesca.

  • Piazzola di S. Stefano Bologna (BO)

    Spazio di alta qualità ambientale (anche in virtù della presenza del complesso monumentale di S. Stefano), ripavimentato alcuni decenni fa e alterato nel profilo altimetrico, secondo un discusso progetto di riassetto morfologico. Il lato sud è occupato dalle case Tacconi, straordinaria fusione, all’interno della stessa cortina edilizia, di facciate quattrocentesche e cinquecentesche, alcune restaurate all’inizio del Novecento (N. 19), altre manomesse nel Settecento (numeri 15 e 17). Sul lato nord si allineano i prospetti del palazzo Isolani, al N. 16, che conserva all’interno una splendida scala elicoidale e un loggiato cinquecentesco (la facciata è del 1708), e di un altro palazzo Bolognini, al N. 18, costruito (1451-55) su disegno di Pagno di Lapo Portigiani, che rispettò le forme del gotico locale mediandole con decorazioni classiciste.

  • Complesso di S. Stefano Bologna (BO)

    Luogo di eccezionale importanza nella topografia religiosa cittadina e prodotto di vicende ultramillenarie, il complesso di S. Stefano si articola in un insieme di edifici sacri – chiese, cappelle, monastero – intitolato al protomartire benché nessuno di essi porti più il suo nome, costruiti e rielaborati in epoche diverse (donde la difficoltà di una lettura storica delle sue componenti), con tracce dell’impianto risalente a epoca tardo-antica. È tradizione molto attendibile che il complesso occupi l’area dell’Iseo romano (tempio dedicato a Iside), ubicato come di norma all’esterno della città. L’attuale integrità architettonica del sistema degli edifici stefaniani è soltanto apparente, frutto di successive campagne di restauro condotte soprattutto tra 1870 circa e 1930, sulla base di motivazioni culturali tese a ricostituire una condizione di originalità formale più presunta che storicamente documentata. Probabilmente già strutturato all’inizio del X secolo, il complesso sviluppò, tra XI e XII secolo, una maggiore familiarità analogico-simbolica e di impianto con i santuari del Golgota a Gerusalemme, tanto da acquistare il titolo ricorrente di Sancta Hierusalem. Tre sono le chiese che si possono osservare dalla piazza: sulla destra la chiesa del Crocifisso (o di S. Giovanni Battista); poi l’ottagono della chiesa del S. Sepolcro (o del Calvario), vero e proprio baricentro simbolico dell’insieme; a sinistra quella dei Ss. Vitale e Agricola. Dalla chiesa del S. Sepolcro si accede al cortile di Pilato e da qui alla cappella di S. Girolamo e alla chiesa della Madonna di Loreto, che conduce alla sala della Compagnia dei Lombardi e all'attigua cappella di S. Giuliana. Dal cortile di Pilato si può inoltre accedere alla chiesa della Trinità e al chiostro monastico.

  • Chiesa del Crocifisso Bologna (BO)

    Edificio di aspetto romanico, in cui i primi interventi benedettini su preesistenze risalgono al X secolo, la chiesa del Crocifisso subì diversi rimaneggiamenti sia nella facies esterna che nell’organizzazione spaziale dell’interno (il portale e il pavimento della navata furono portati al livello attuale nel 1920-21). Il pulpito o arengario sul lato sinistro risale al 1488, mentre la riapertura delle finestre ogivali e del rosone fu realizzata nel 1895. Dietro si eleva il corpo di fabbrica a base quadrata dell’attuale presbiterio (1637), che presenta i segni della interruzione dell’innalzamento seicentesco della navata. Lungo il fianco sinistro è murata una targa marmorea del II secolo con dedica a Iside (Dominae Isidi Victrici). All'interno della chiesa, a una navata con copertura a travature scoperte, alla parete destra, Martirio di S. Stefano di Pier Francesco Cittadini; alla parete sinistra, Miracolo di S. Mauro di Teresa Muratori e il complesso statuario settecentesco in cartapesta del Compianto sul Cristo morto di Angelo Gabriello Piò. Secondo la leggenda, l’opera sarebbe stata realizzata usando le carte da gioco confiscate negli anni in cui il gioco d’azzardo era proibito. Secondo un’altra tradizione, la seconda colonna sul lato destro sarebbe stata portata da San Petronio a Bologna e la sua altezza sarebbe equivalente a quella di Gesù (circa un metro e settanta). Nel presbiterio, affreschi della scuola di Giovanni da Modena (inizio secolo XIV); al centro dell’arco trionfale è sospeso un grande Crocifisso su tavola, firmato da Simone dei Crocifissi. Si scende nella cripta, fatta costruire nel 1019 dall’abate Martino per custodire le reliquie dei protomartiri Vitale e Agricola; ripetutamente rimaneggiata (fu chiesa dei Confessi dal 1520 al XIX secolo), si presenta oggi con l’aspetto conferitole dai ripristini del 1920-21; la scala di collegamento fu realizzata trent’anni più tardi.

  • Chiesa del S. Sepolcro Bologna (BO)

    Forse originaria del V secolo, ma rifatta nel periodo a cavallo tra l’XI e il XII secolo, la chiesa del S. Sepolcro è costituita esternamente da un ottagono irregolare. A partire dal 1874 il prospetto sulla piazzetta fu liberato da aggiunte e reso oggetto di disinvolte integrazioni (tra l’altro la sostituzione di gran parte del paramento murario e l’inserzione delle specchiature cieche). Vi si accede dalla chiesa del Crocifisso. È a pianta centrale impostata su un dodecagono cinto da peribolo e completato da matronei. Vari capitelli corinzi dell’ambulacro superiore sono romani, come pure la colonna nera detta della flagellazione. La cupola è sorretta da dodici colonne laterizie, delle quali sette sono più sottili e affiancate da altrettante in marmo; un’ipotesi recente suppone che queste ultime appartenessero all’edificio preesistente, forse l’Iseo romano, e che siano state conservate integre in situ. La sistemazione definitiva dell’interno, rimasta fino a oggi, risale a epoca romanica. Al centro, entro una cella sormontata da altare con pulpito e scala in gran parte rifatta (1880-82), fino al 2000 era la tomba di S. Petronio, vescovo di Bologna nel V secolo e patrono della città, adorna di rilievi del secolo XIV; i resti del Santo sono stati portati nella basilica a lui dedicata, dove si trovava già la testa. All’interno sono collocate due pregevoli lastre con fregi a girali di epoca romana imperiale; l’intero complesso vuole ricordare l’edicola del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

  • Chiesa dei Ss. Vitale ed Agricola Bologna (BO)

    Di impianto romanico (forse su preesistenze tardo-antiche), presenta intense alterazioni formali compiute dai ‘restauratori’ ottocenteschi. A doppio spiovente, ha decorazione del paramento esterno a disegni musivi, eseguita nel corso dei restauri, che riprende quella presente nella chiesa del S. Sepolcro; il portale è opera di scalpellini del XIX secolo; la bifora venne aperta nel 1931, in seguito alla sopraelevazione del tetto. Vi si accede dalla chiesa del Crocifisso. L'interno è a tre navate divise da pilastri cruciformi alternati a colonne, con tre absidi semicircolari. Le colonne marmoree sono romane, come pure il capitello ionico a destra vicino all’altare maggiore. Sempre di reimpiego sono le paraste romane con motivi vegetali poste ai fianchi dell’abside centrale e la mensa dell’altare maggiore originariamente base di altare, come dimostrano gli incassi quadrati destinati a reggere quattro pilastrini. La parte posteriore poggia su due rozzi sarcofagi tardo-antichi. Nelle absidi minori sono i sarcofagi dei martiri Vitale (a sinistra) e Agricola (a destra) di epoca longobarda.

  • Cortile di Pilato Bologna (BO)

    Vi si accede dalla chiesa del S. Sepolcro. Rettangolare, fu oggetto di cospicue trasformazioni ottocentesche (soprattutto nel lato est). Al centro, il cosiddetto catino di Pilato, vasca marmorea dell’VIII secolo, sotto il cui labbro si legge un’iscrizione longobarda, di interpretazione controversa, che ricorda i re Liutprando e Ilprando e il vescovo Barbato. Sotto il portico sinistro è la cappella di S. Girolamo, dove si conserva un S. Girolamo adorante il Crocifisso e i Ss. Maria Maddalena e Francesco, di Giacomo Francia (1520). Per una porticina alla destra di questa cappella si passa in un cortiletto e di qui alla chiesa della Madonna di Loreto, sacrario dei caduti dell’aeronautica. Una scaletta conduce alla sala della Compagnia dei Lombardi, che custodisce tavole di Simone dei Crocifissi e Giovanni da Modena, e una bella tela, Madonna col Bambino e i Ss. Petronio, Pietro, Giorgio e Nicola da Bari, attribuita a Tommaso Garelli (1466). Nell’attigua cappella di S. Giuliana si trova un sarcofago romano. Dal portico a destra del cortile si accede alla cappella della Consolazione (Felix Coeli Porta; 1574), al cui altare, Madonna della Consolazione, affresco del XII secolo, e ai lati, S. Stefano e S. Lorenzo di Bartolomeo Cesi.

  • Chiesa della Trinità Bologna (BO)

    Nel fondo del cortile di Pilato è la chiesa della Trinità, o chiesa del Martyrium, ripristinata a martyrium in seguito alle ricerche archeologiche di G. Belvederi e secondo l’interpretazione architettonica che ne diede Edoardo Collamarini (1919-24). Il perimetro della nuova costruzione ricalca una preesistenza in parte paleocristiana e in parte romanica, elevandosi con un prospetto di stampo eclettico. Il portale romanico e i sepolcri gotici sono originali, ma seguirono l’arretramento del fronte compiuto in occasione dei lavori di ripristino a inizi ’900. L’interno è formato da un corpo a due navate trasversali, sul quale si innestano una cappella cruciforme (cappella della croce), absidiole e camere quadrate, ricostruite dal Collamarini sulla base delle tracce pavimentali. Nella cappella sinistra è stato collocato, dopo il restauro, un magnifico gruppo ligneo raffigurante l’Adorazione dei Magi, modellato da un ignoto scultore emiliano e ricoperto di una vivace decorazione policroma da Simone dei Crocifissi (1370 c.).

  • Chiostro dei Benedettini Bologna (BO)

    Dal cortile di Pilato, attraverso un portale si accede al chiostro monastico, a pianta quadrata, fasciato nella zona inferiore da un portico (1120-30) ad archi su bassi pilastri o gruppi di colonnine, e aperto in quella superiore da un loggiato (1180-1220) di 14 archetti per lato, con capitelli fitomorfi, zoomorfi e antropomorfi (che si dice abbiano ispirato Dante Alighieri per alcune pene descritte nel Purgatorio) su colonnine binate. Nel mezzo, vera da pozzo in arenaria del 1632. Nel lato ovest si innalza il campanile romanico della chiesa del Crocifisso. Sotto il portico è il lapidarium con i nomi di Bolognesi caduti nella prima e nella seconda guerra mondiale, realizzato dal Collamarini tramite la soppressione della settecentesca chiesa della Consolazione, che occupava i bracci nord e ovest del portico.

  • Museo di S. Stefano Bologna (BO)

    Accessibile dal chiostro dei Benedettini, il Museo è sistemato nella cappella della Benda, nell’ex aula capitolare e nell’ex Sagrestia. Vi si notano numerosissimi reliquiari, tra i quali il prezioso reliquiario di S. Petronio di Jacopo Roseto (1380), e quello di S. Floriano (1312) su base cinquecentesca, un pregevole reliquiario della Benda di autore anonimo del XVII secolo e uno della Santa Croce, sempre del XVII secolo; inoltre, pastorale in avorio di S. Isidoro dell’XI secolo, statuetta in marmo di S. Petronio, opera di Giovanni di Balduccio, e Strage degli Innocenti, affresco staccato del secolo XIII. Inoltre sono raccolte una quarantina di opere dal Duecento al Settecento, che adornavano, prima dei restauri otto e novecenteschi, chiese e cappelle del complesso stefaniano. Si ricordano le più significative: Madonna col Bambino, S. Pietro e S. Caterina, tre tavolette attribuite ad Andrea de’ Bartoli; Crocifissione e quattro santi, Madonna col Bambino e serie di santi, opere di Simone dei Crocifissi; Madonna col Bambino e angeli di Lippo di Dalmasio; polittico con l’Incoronazione della Vergine di Giovanni di Zoanello; Madonna col Bambino, S. Giovanni e altri santi di Jacopo di Paolo; S. Petronio in cattedra e storie dei Ss. Petronio e Stefano di Michele di Matteo; Pietà e santi, frammenti di polittico attribuito a Tommaso Garelli; S. Giovanni Battista di scuola ferrarese del secolo XV; Orazione nell’orto di scuola ferrarese del secolo XVI; S. Martino risuscita il figlio della vedova di Alessandro Tiarini; Sacra famiglia di Marcantonio Franceschini. Si osserva inoltre una serie di frammenti del soffitto ligneo (XIV-XV secolo) provenienti dall’appartamento dell’abate commendatario.

  • S. Giovanni in Monte Bologna (BO)

    Ricordata nel 1045, fu ampliata in forme romaniche nel 1286 e ancora modificata nel corso del XV secolo. La facciata, realizzata su disegno di Domenico Berardi (1474) e restaurata nel 1914, si ispira a modelli ricorrenti in ambito rinascimentale veneziano, specie nel frontone trilobato. Nella lunetta del protiro (1588-89) è inserita un’aquila in terracotta modellata da Niccolò dell’Arca (1480 c.), che, danneggiata dai bombardamenti del 1944, fu ricomposta e restaurata insieme con altre parti dell’edificio. Il campanile fu compiuto tra XIII e XIV secolo. Il tiburio ottagonale è opera di Domenico Balatino (1496). L'interno è di aspetto gotico, a croce latina a tre navate divise da pilastri ottagonali che reggono volte costolonate. Il presbiterio fu eseguito da Arduino degli Arriguzzi nel 1517 e restaurato dal Rubbiani nel 1904. Sui pilastri, affreschi votivi con figure di santi, in parte di Giulio e Giacomo Francia. Le *vetrate della facciata furono eseguite dai fratelli Cabrini (1467-81) in base ai cartoni approntati da Francesco del Cossa. Al centro della navata mediana, una croce proveniente dalla primitiva chiesa (V secolo), poggiante su un grande capitello romano rovesciato; l’altare è completato da un Cristo legato alla colonna, intagliato in un tronco di fico, nello stile di Alfonso Lombardi. Nella navata destra, nella 1a cappella, Noli me tangere di Girolamo da Treviso; nella 2a, Crocifissione e i Ss. Pietro e Matteo di Bartolomeo Cesi; nella 3a, Martirio di S. Lorenzo di Pietro Faccini (1590); nella 5a, S. Aniano di Benedetto Gennari; nella 6a, al centro, Madonna della Pace, affresco di Lippo di Dalmasio; nella 7a, *Madonna in trono e santi di Lorenzo Costa (1497). Nell’abside, Incoronazione di Maria, sempre del Costa (1501); bel coro intarsiato da Paolo Sacca (1518-23) e, sopra, busti di apostoli in terracotta di Zaccaria da Volterra; alla parete sinistra, Crocifisso su tavola dello Pseudo Jacopino di Francesco (inizi del XIV secolo); alla parete destra, Natività della Vergine di Cesare Aretusi e G.B. Fiorini (1580 c.). La cappella rinascimentale del transetto sinistro venne commissionata dalla nobile Elena Duglioli Dall’Olio ad Arduino degli Arriguzzi (1514-16); all’altare, entro bella cornice attribuita al Formigine (forse su disegno di Raffaello), Estasi di S. Cecilia di Clemente Alberi (1860-61), qui in sostituzione del capolavoro di Raffaello ora custodito nella Pinacoteca nazionale. Nella navata sinistra, tra la 6a e la 5a cappella, Gesù chiama all’apostolato Giovanni e Giacomo di Francesco Gessi; nella 5a, Sacra famiglia di Antonio Crespi; nella 4a, Annunciazione, copia di un famoso dipinto di Guido Reni, eseguita dall’allievo Ercole de Maria. Fra la 3a e la 2a cappella una porta laterale (sopra, monumento del medico Giovanni Tostino, 1527) immette nella scalinata voltata (1632) che discende alla via S. Stefano; alle pareti, varie pietre tombali levate dal pavimento della chiesa nel 1824. Nella 2a cappella, S. Francesco che adora il Crocifisso di Guercino (1645), e ai lati, S. Girolamo e S. Maria Maddalena dello stesso. Nel piccolo museo parrocchiale sono raccolti importanti arredi sacri (notevoli reliquiari) e opere attribuite a Vitale da Bologna, Agostino Carracci e Ubaldo Gandolfi. Attiguo alla chiesa è l’ex monastero di S. Giovanni in Monte, adibito a carcere dall’età napoleonica agli anni più recenti; interessanti i chiostri, opera di Antonio Morandi (1543-49). Oggi l’edificio è sede del Dipartimento di storia, culture e civiltà dell’Università di Bologna.

  • Piazza S. Domenico Bologna (BO)

    Irregolare ritaglio nel tessuto urbano, su cui prospetta il fianco sinistro della chiesa omonima. La configurazione dello spazio, oltre che dalla distribuzione degli edifici, è resa più animata e complessa dalla disposizione trecentesca dei sepolcri e dai ritocchi seicenteschi operati attraverso la collocazione delle colonne votive. All’angolo con via Rolandino è la tomba del giurista Egidio Foscherari (1289); a fianco della chiesa, sorretta da due ordini di colonnine e sormontata da un baldacchino a piramide, la tomba di Rolandino de’ Passaggeri, giurista bolognese e maestro dello studium, noto per aver tenuto testa, in duello epistolare, a Federico II, il quale minacciava di distruggere la città se non fosse stato liberato il figlio Enzo, fatto prigioniero alla battaglia di Fossalta. Il monumento (XIV secolo), attribuito a Giovanni da Viviano e Pietro di Corrado, fu più volte restaurato, demolito da bombe aeree nel 1943, e infine ricomposto (1948-50). Sempre lungo il fianco sinistro della chiesa è una colonna in marmo bianco, cerchiata di rame, con la statua della Madonna del Rosario, pure in rame, di Giulio Cesare Conventi (1632); un’altra è al centro della piazza, sormontata da una statua, ancora in rame, di S. Domenico benedicente (1627).

  • S. Domenico Bologna (BO)

    La chiesa di S. Domenico rappresenta, con l’annesso convento, uno dei complessi monumentali di maggior rilievo della città. I Domenicani furono il primo tra gli ordini mendicanti a stabilirsi a Bologna, ottenendo nel 1219 la chiesa di S. Nicolò delle Vigne e dando l’avvio nel 1228, sette anni dopo la morte del santo, a un programma edilizio di vasta portata, che ebbe provvisoria conclusione nel 1238, quando, sul medesimo sito di S. Nicolò, venne realizzata una lunga chiesa tardo-romanica, divisa da un diaframma, o pontile, in due parti, di cui quella anteriore fu detta esterna e l’altra interna. La prima, a copertura piana, era destinata al pubblico culto, la seconda, a volta ogivale, era riservata ai frati. La chiesa, intitolata fin dal 1235 a S. Domenico, era a tre navate, con transetto e tre cappelle absidali quadrate. Nel secolo XIV furono aggiunte sul fianco nord le cappelle Pepoli e, nel 1530-35, la cappella Ghisilardi, sul lato sinistro della facciata, su disegno di Baldassarre Peruzzi. L’abside attuale fu costruita nel XVII secolo e tra 1727 e 1733 Carlo Francesco Dotti rimodernò l’intero impianto. La facciata subì vistosi rimaneggiamenti tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: venne demolito il portico addossato a metà del XVIII, restaurata la cappella Ghisilardi, restituita la forma a cuspide del fronte ornato da archetti pensili, reintegrate le parti mancanti nel rosone e completato il portale con protiro leggermente sporgente. La lunetta del portale raffigura S. Domenico che benedice la città di Bologna, riproduzione in mosaico di un dipinto settecentesco di Luca Consilini Torelli. Il ‘restauro’ fu eseguito dal Comitato per Bologna Storica e Artistica (1909-10), su un precedente progetto di Raffaele Faccioli. L’interno è a tre navate divise da pilastri e conserva i connotati settecenteschi che gli conferì il Dotti. Sulla controfacciata, sopra le colonne del portale, le statue delle quattro Virtù cardinali di Giuseppe Mazza (1728). Nell’alto della navata mediana, al disopra degli architravi sono 10 riquadri a tempera rappresentanti fatti storici avvenuti nell’antica chiesa: i primi due di Giuseppe Pedretti (ritoccati da Antonio Muzzi nell’Ottocento), gli altri di Vittorio Bigari (1730-40). Nella navata destra, 1a cappella, all’altare, S. Rosa da Lima di Cesare Gennari. 2a cappella, all’altare, S. Vincenzo Ferreri risuscita un fanciullo di Donato Creti. 3a cappella, S. Antonino e l’apparizione della Vergine e di Cristo a S. Francesco, di Pietro Faccini (1594). 4a cappella, all’altare, S. Andrea adora la croce del suo martirio di Antonio Rossi. La 6a è la ricca e solenne cappella di S. Domenico, a pianta quadrata con abside semicircolare rivestita di marmo, che ospita l’arca di S. Domenico, morto a Bologna nel 1221. Originariamente il sarcofago con le spoglie del santo era collocato nella navata minore destra; nel 1377, allo scopo di conferire loro maggiore dignità, il transetto destro della chiesa esterna venne trasformato nella primitiva cappella, dove le spoglie del santo vennero solennemente traslate nel 1411. L’attuale cappella, chiusa da bella cancellata di ferro e ottone del 1621, fu ricostruita su disegno di Floriano Ambrosini (1597-1605; restaurata nel 1843 e 1883), che, coerentemente con la tendenza dell’epoca, la concepì in modo da creare una splendida scenografia all’*arca di S. Domenico. Questa, uno dei massimi documenti della scultura esistenti in città, sia sotto il profilo artistico, sia sotto quello storico, consta di un’urna sormontata da un’alta cimasa, entrambi capolavori altissimi ancorché ideati in momenti cronologicamente assai distanti; l’urna era stata commissionata a Nicola Pisano, che la eseguì (1265-67) con ampia collaborazione degli allievi Arnolfo di Cambio, Pagno di Lapo e fra’ Guglielmo. I rilievi che la ornano raffigurano: nella facciata anteriore, a sinistra, Il miracolo del fanciullo Napoleone Orsini caduto da cavallo e risuscitato dal santo; nel mezzo, la Madonna col Bambino; a destra, La prova del fuoco che arde i libri degli Albigesi e lascia indenne quello del santo. Nel fianco destro, La cena dei frati servita dagli angeli. Nel retro, a sinistra, tre episodi della vita del beato Reginaldo d’Orléans (fa voto di religione nelle mani di S. Domenico; sviene; è risanato dalla Madonna e dalla Maddalena che gli additano l’abito domenicano che deve vestire); nel mezzo, il Redentore; a destra, Il santo implora l’approvazione della regola, Il sogno di Innocenzo III, Il papa approva la regola. Nel fianco sinistro, i Ss. Pietro e Paolo danno il Vangelo a S. Domenico e questi lo passa ai frati perché lo diffondano nel mondo. Negli angoli sono quattro statue di dottori. Il sarcofago di Nicola Pisano, in origine sorretto da sei cariatidi, una volta collocato nella nuova cappella e privato della primitiva base, apparve inadeguato alla magnificenza del nuovo ambiente e si provvedette ad arricchirlo prima con una cimasa (fine secolo XV) e poi con un alto gradino (secolo XVI). La *cimasa marmorea si deve a Niccolò da Bari (1469-73), detto poi, per quest’opera, Niccolò dell’Arca, e fu completata per alcune statue da Michelangelo (1494) e da Girolamo Coltellini (1539). Sono opera di Niccolò il coperchio, 5 delle statuette degli 8 patroni della città (Ss. Francesco, Domenico, Floriano, Agricola, Vitale), quelle dei quattro Evangelisti, il Cristo che esce dal sepolcro tra due angeli, i putti sorreggenti festoni e il Padre Eterno, in alto. Dello stesso Niccolò è il bell’angelo col candelabro a sinistra, mentre l’*angelo a destra e le statue di S. Petronio e di S. Procolo sono di Michelangelo. La statua del Battista, nella parte posteriore, è di Girolamo Coltellini; i rilievi del gradino marmoreo, di Alfonso Lombardi (1532). Gli altri arredi della cappella di S. Domenico: l’altare attuale fu ideato nel 1765 da Mauro Tesi ed eseguito dopo la sua morte da Alessandro Salvolini (1768). Dietro l’arca, entro una nicchia formata dai fianchi dell’altare coperto dal sarcofago, è conservato il *reliquiario del capo di S. Domenico, prezioso lavoro di oreficeria di Jacopo Roseto (1383). Nell’abside della cappella, sette statue delle Virtù teologali e cardinali, terrecotte di Giovanni Tedeschi (XVII secolo); i quattro angeli reggilampade sulla trabeazione sono stati modellati da Alessandro Algardi (1619). I dipinti: nel catino, *Apoteosi di S. Domenico di Guido Reni (1613-15); nella cupola, angeli musicanti di Clemente Alberi (1843); alle pareti maggiori, a destra, Salvataggio di naviganti per opera del santo del Mastelletta, e a sinistra, Il miracolo di Napoleone Orsini, dello stesso; nel sottarco d’ingresso, storie del santo e, ai lati delle finestre, Virtù del santo, dello stesso; uscendo, dopo l’arco trionfale, a sinistra, Bambino risuscitato dal santo, tela di Alessandro Tiarini, e a destra, Il miracolo del fuoco, tela di Lionello Spada. I quattro grandi dipinti sono stati eseguiti tra il 1613 e il 1615. Nella prima cappella successiva a quella di S. Domenico, S. Pio V davanti al Crocifisso di Felice Torelli (1712). transetto destro (cappella Bolognini): all’altare, S. Tommaso d’Aquino del Guercino (1662). Per una porta a sinistra, dai battenti finemente intarsiati da fra’ Damiano da Bergamo (1538), si va nella sagrestia, divisa in due parti da una cancellata. Subito a destar dell’ingresso, Pietà, gruppo in terracotta colorata di Sebastiano Sarti; oltre il cancello, lungo le pareti, sono due armadi adorni di 16 sportelli intarsiati da fra’ Damiano, provenienti dai dorsali dell’antica cappella di S. Domenico. Dalla sagrestia si accede al Museo di S. Domenico. La visita prosegue entrando direttamente nella zona absidale, attorno alla quale gira un ricchissimo *coro ligneo intarsiato da fra’ Damiano da Bergamo (1541-49), restaurato da fra’ Antonio Cossetti da Vicenza (1744); nei 56 stalli dell’ordine superiore sono rappresentati, a sinistra episodi del Nuovo Testamento, a destra episodi del Vecchio Testamento (i 7 stalli di mezzo, del 1528-30, furono il saggio presentato per avere la commissione del grande lavoro). In alto, entro monumentale ancona dorata, Epifania, e ai lati i Ss. Nicola e Domenico di Bartolomeo Cesi (1595); nella predella, miracoli di S. Domenico di Vincenzo Spisanelli. L’altare maggiore fu eseguito su disegno di Alfonso Torreggiani. Si ritorna nella navata e si va nella cappella a destra del presbiterio: *Sposalizio di S. Caterina e i Ss. Giovanni Battista, Pietro, Paolo e Sebastiano, tavola di Filippino Lippi (1501). Cappella a sinistra del presbiterio (M): a destra, Transito della Madonna dello Spisanelli; all’altare, Deposizione di Pier Francesco Cavazza (1712); a sinistra, la parte posteriore del monumento a Taddeo Pepoli. Nel transetto sinistro, alla parete destra, memoria di re Enzo di Giuseppe Mazza (1731), cui segue la cappella di S. Michele (restaurata nel 1934), con a destra il monumento a Taddeo Pepoli (metà del 1347), opera toscana del ’300, rimaneggiata nel ’500; all’altare, grande Crocifisso di Giunta Pisano (1250); alla parete sinistra, S. Tommaso d’Aquino e S. Benedetto, affresco di scuola bolognese del secolo XIV. In fondo al transetto è la cappella del Sacro Cuore, sotto il cui altare è il corpo del beato Giacomo da Ulma (1407-91), celebre pittore di vetrate; a sinistra, urna sepolcrale del beato Serafino Capponi, del ’500, con busto del defunto. Nella navata sinistra, 7a cappella, a pianta a croce greca, fatta erigere dai Pepoli nel 1551, su progetto di Antonio Terribilia, sull’area di 4 preesistenti cappelle gotiche: a destra, nella lunetta, Disputa di S. Caterina, affresco di Prospero Fontana, e all’altare, Annunciazione di Denijs Calvaert. Segue l’altare di Benedetto XI, con tela di Felice Torelli (Assunzione di Benedetto XI). La 5a cappella (Guidotti, o del Rosario, di fronte a quella di S. Domenico), quadrilatera e absidata; fu terminata nel 1465 dal nobile Giovanni Guidotti per uso della sua famiglia e conserva all’esterno l’elegante struttura poligonale tardo-gotica. Alle pareti, pitture di Giuseppe Orsoni e Giuseppe Marchesi, nella volta e nel catino di Angelo Michele Colonna e Agostino Mitelli (1656); all’altare, progettato da Floriano Ambrosini (1586-97), Madonna di stucco policromo incorniciata dai 15 Misteri del Rosario dipinti da Calvaert, Cesi, Lavinia Fontana, Alessandro Tiarini, Ludovico Carracci, Reni, Albani e Domenichino. Nel sotterraneo della cappella furono sepolti Guido Reni ed Elisabetta Sirani. Tra la 5a e la 4a cappella, un corridoio immette in un vestibolo, nel quale a destra è il *monumento ad Alessandro Tartagni (m. 1477), elegante opera di Francesco di Simone Ferrucci, ispiratosi al monumento Marsuppini di Desiderio da Settignano, in S. Croce a Firenze. Nella 4a cappella, Transito di S. Giuseppe di G.B. Bertusio; nella 2a, *S. Raimondo di Peñafort che solca il mare sul proprio mantello, di Ludovico Carracci (1610 circa); dietro la 1a è la rinascimentale cappella Ghisilardi, aggiunta nel XVI secolo su disegno di Baldassarre Peruzzi. Al convento, che sporge rispetto alla facciata della chiesa, si accede dall’interno della chiesa stessa o dall’ingresso in piazza S. Domenico N. 13. Il convento fu anche polo d’attrazione della Universitas dei Legisti fin dalla seconda metà del XIII secolo. Al termine di un androne (1750) si esce nel chiostro detto dei morti, dominato dall’abside della cappella di S. Domenico e dal campanile romanico-gotico. L’attuale triportico fu avviato nel 1228 e realizzato in epoche diverse. Il lato est, ad archi ribassati, è il più antico (XIII secolo), e fiancheggia parte dell’antico dormitorio e il capitolo (restaurato nel 1921 e ’39). Il lato sud risale al 1466 (restaurato nel 1959); alla parete, lapidi funerarie di maestri e scolari dello Studio bolognese; quello ovest fiancheggia l’antico refettorio, restaurato nel 1938. Vicino all’abside, su alta colonna, è una copia della statua di S. Domenico (l’originale è conservato nel museo di S. Domenico), ivi posta nel 1507. Passando attraverso la clausura (l’accesso è riservato), si può raggiungere la cella di S. Domenico, in cui si spense il santo (1221), ripristinata nel 1975-76. Il secondo chiostro, o chiostro grande, realizzato su disegno di Antonio Terribilia (1551), è attualmente inglobato in una caserma. Il chiostro detto della Cisterna è visibile all’interno dell’edificio attualmente sede del Tribunale (via Garibaldi N. 6). Notevole inoltre la biblioteca, ariosa aula a tre navate su colonne, costruita nel 1464-67, su progetto di Giovanni de’ Rossi, restaurata nel 1959; vi si conservano, tra l’altro, manoscritti in pergamena risalenti al tempo di S. Domenico e numerosi corali miniati per il convento tra il 1307 e il 1324.

  • Museo di S. Domenico Bologna (BO)

    Dalla sagrestia della basilica di S. Domenico si accede al Museo di S. Domenico, ordinato in due sale. Sala I (pianterreno): *busto di S. Domenico, mirabile terracotta di Niccolò dell’Arca (1474); Pietà, terracotta attribuita a Baccio da Montelupo; bel tondo con testa di S. Giovanni evangelista, del 1460, già nella cappella della Madonna del Rosario. Tra le pitture sono particolarmente notevoli: Madonna col Bambino (detta del Velluto), di Lippo di Dalmasio; Madonna di Giovanni Francesco da Rimini (1459); la Carità e S. Francesco, due affreschi staccati di Ludovico Carracci; La beata Diana d’Andalò che si professa nelle mani di S. Domenico, di Prospero Fontana (1545); Agnello pasquale, tavola di scuola tedesca del secolo XVI; Madonna del Rosario con i Ss. Domenico e Vincenzo Ferreri, di Ubaldo Gandolfi. Sala II (piano superiore): pregevoli reliquiari, corali, paramenti sacri; bellissimo baldacchino con gli stemmi delle compagnie delle Arti (1631).

  • Via Garibaldi Bologna (BO)

    Tangenzialmente al complesso di S. Domenico corre la via Garibaldi che, assieme alla zona circostante, venne interessata da significativi interventi urbanistici nella seconda metà del XIX secolo, tendenti a riorganizzare il decoro urbano e la circolazione tra l’area centrale e quella meridionale della città, sulla spinta di una promozione privata assecondata dall’intervento pubblico. Percorrendone il tratto di destra adorno di terracotte risalenti al XV secolo, si incontra al N. 3 il palazzo Barbazzi, con cortile del secolo XV a doppia loggia su un lato e sale con soffitti decorati a fresco (storie di Ercole, 1550 c.) da un artista influenzato da Niccolò dell’Abate (forse Cesare Baglioni); nella cappellina, affreschi di Bartolomeo Cesi. Al termine si apre la piazza Cavour, realizzata nel 1865-67. Tra gli edifici che vi prospettano, al N. 4, il palazzo Silvani di Antonio Cipolla (1865); al N. 6, la Banca d’Italia, sempre del Cipolla (1861-64), con portici e parte delle sale decorati da Gaetano Lodi. Al centro della piazza, un busto a Cavour di Carlo Monari (1892).

  • Palazzo Baciocchi Ranuzzi Bologna (BO)

    Noto anche come Palazzo Ruini, nome degli originari proprietari, si staglia scenograficamente nella piazza dei Tribunali, a mo’ di fondale prospettico. Rimaneggiato in più parti dalle successive proprietà Ranuzzi e Baciocchi, e dal 1870 adibito a ‘sede della legge’ (da qui l’appellativo attuale di palazzo di Giustizia), oggi è occupato dalla Corte d’appello. Le cronache dell’epoca lo vogliono costruito, almeno nel nucleo centrale della facciata a tre ordini di finestre e paraste abbinate giganti, su di un disegno di Andrea Palladio (1582), probabilmente revisionato. Alla sommità è un timpano triangolare fra piramidette slanciate con lo stemma dei Ranuzzi retto da due angeli; le due ali laterali furono aggiunte in seguito. Dall’atrio si raggiunge il grandioso cortile (seconda metà del XVI secolo), e da qui a sinistra lo scenografico scalone, realizzato, alla fine del XVII secolo, da G.B. Piacentini su probabile disegno di Giuseppe Antonio Torri (le statue furono modellate da Filippo Balugani, 1770). La vasta sala da ballo, ora sala della Corte d’Appello, fu realizzata su disegno di Ferdinando Bibiena (1720). Al piano nobile, molte stanze sono arricchite da magnifiche decorazioni di Marcantonio Franceschini (notevole quella con Fortuna, Amore e le quattro Stagioni), di Vittorio Bigari e Stefano Orlandi (XVIII secolo), Felice Giani, Antonio Basoli e Luigi Cini (prima metà dell’Ottocento).

  • Santuario del SS. Crocifisso del Cestello Bologna (BO)

    Originario del 1516, eretto dalla confraternita del Crocifisso. L’interno costituisce un bell’esempio di decorazione settecentesca, con ornati di Antonio Gambarini, sculture di Luigi Aquisti, pitture di Flaminio Minozzi; sull’altare maggiore, Crocifisso ad affresco, del secolo XV, anticamente dipinto sulle mura della città; in sagrestia, Addolorata, statua di Angelo Piò (1730).

  • Via Solferino Bologna (BO)

    La via Solferino, asse dei borghi Mirasole e Miramonte, realizzati sulla spinta degli interventi edilizi promossi dal monastero di S. Procolo nella seconda metà del XIII secolo e compresi tra le vie d’Azeglio, Tovaglie e Savenella. Il tessuto edilizio, minuto e a schiera, dai fronti stretti e porticati, articolati in corpi di fabbrica profondi e perpendicolari alla strada con orti interni, è ancora conservato e ben riconoscibile nelle vie retrostanti. Chiude il fondale di via Solferino la facciata della chiesa di S. Antonio Abate, rinnovata nel 1615 e affiancata all’ex collegio Montalto, ora S. Luigi (all’interno, Crocifissione di Lavinia Fontana e Immacolata Concezione di Denijs Calvaert). La chiesa prospetta su uno slargo generato dalla confluenza di due strade – entrambe di interesse storico – la via Tagliapietre e la via d’Azeglio.

  • Corpus Domini Bologna (BO)

    Detta anche chiesa della Santa perché custodisce il corpo integro di S. Caterina de’ Vigri, clarissa francescana (1413-63), unico elemento di cesura nella uniforme continuità del muro di cinta. Fu parte dell’antico convento di S. Cristoforo alle Muratelle. Costruita tra il 1477 e il 1480, nel 1687 Giovanni Giacomo Monti la ristrutturò internamente, lasciando inalterata la facciata quattrocentesca, i cui ornati in terracotta sono stati attribuiti allo Sperandio di Bartolomeo. Questa, tuttavia, crollò a causa dei bombardamenti del 1943 e fu ricomposta sul modello precedente. Nell’interno a navata unica, la decorazione seicentesca condotta da Marcantonio Franceschini (1687-95) con la collaborazione di Luigi Quaini ed Enrico Haffner è ridotta a frammenti, ad eccezione di quella della cupola. Nella 1a cappella destra, Stigmate di S. Francesco di Denijs Calvaert; nella 3a è sepolto Luigi Galvani insieme alla consorte. Sull’altare maggiore, la grande Comunione degli Apostoli e i dipinti laterali dedicati a S. Caterina de’ Vigri sono del Franceschini, mentre le statue di S. Francesco e S. Chiara spettano a Giuseppe Mazza, autore pure della Madonna col Bambino circondata dai Misteri del Rosario e degli angeli nel transetto destro; alle pareti laterali di questo, le *tele con gli Apostoli alla tomba della Vergine (1601) e Gesù appare alla Vergine e ai Petriarchi (1604) di Ludovico Carracci. Nella 3a cappella sinistra, Transito di S. Giuseppe e nella 2a, Immacolata Concezione, entrambe del Franceschi; da questa cappella si accede a quella che custodisce le spoglie di S. Caterina de’ Vigri, decorata nella volta (1692) da Franceschini, Quaini, Haffner e dal Mazza; questo ambiente è anche un museo, inaugurato nel 1919, che conserva cimeli, reliquie e oggetti a lei appartenuti.

  • S. Procolo Bologna (BO)

    Ricordata fin dalla metà dell’XI secolo, la primitiva chiesa romanica dei Benedettini subì ampie trasformazioni tra la fine del XIV e la metà del XV, e venne ampliata da Antonio Morandi (1535-37). Il coro assunse la forma attuale per intervento di Carlo Francesco Dotti (1744), che modificò il precedente di Domenico Tibaldi (1579). L’attuale facciata è il frutto degli interventi di Giuseppe Modonesi (1883), diretti al ripristino di un’ipotetica facies trecentesca (reintegrazione della grande rosa con ghiere di cotto e delle due monofore archiacute). Nella lunetta del portale si trovava un affresco deteriorato di Lippo di Dalmasio, ora all’interno. Sul muro a sinistra della chiesa una curiosa epigrafe latina propone un gioco di parole di non chiaro significato, datata 1393 ma risalente al 1566, che ricorda forse un campanaro di nome Procolo, morto nel crollo parziale del campanile e sepolto presso la chiesa. Un’altra lapide ricorda che, durante il XIII secolo (fino al 1280 circa), gli studenti non italiani che frequentavano lo Studio si radunavano presso questa chiesa, e che nel sagrato, in arche probabilmente rimosse nel XIV secolo, erano le tombe di Bulgaro e di Martino, due dei quattro dottori dello Studio chiamati da Federico Barbarossa alla Dieta di Roncaglia (1158), ove espressero pareri giuridici, divenuti famosi, sulle prerogative dell’Impero e dei Comuni. L’interno è a tre navate, divise da pilastri cruciformi. Al 2° altare destro, S. Benedetto in estasi di Bartolomeo Cesi (1590 c.). In fondo alla navata destra, sotto l’organo di Baldassarre Malamini (1580), ancona con l’Adorazione dei Magi, tratta dal Cesi da un cartone di Baldassarre Peruzzi e realizzata con sculture in cotto e un fondale dipinto. Nel presbiterio, altare maggiore su disegno di Alfonso Torreggiani (1752), e nell’abside, notevole sarcofago tardo-romano in marmo di Carrara, sepolcro di Procolo, uno dei primi martiri della tradizione bolognese. Nella 4a cappella sinistra è stato ricollocato l’affresco della Madonna col Bambino tra i Ss. Benedetto e Sisto di Lippo di Dalmasio, già sul portale esterno.

  • Monastero S. Procolo Bologna (BO)

    All’interno dell’ex monastero benedettino di S. Procolo, per molti anni Ospedale di Maternità e ora sede di uffici giudiziari, con prospetto sulla strada costruito tra 1637 e ’40, sono di notevole interesse i tre chiostri: il chiostro del Capitolo, eseguito su disegno di Domenico Tibaldi (1577-86); quello della Sagrestia, di Giulio dalla Torre (1613-28), comunicante con quello del Refettorio, di Giacomo e Benedetto dalla Torre e forse Antonio Morandi. La lunga loggia rivolta a est (1573-84) è ancora di Giulio dalla Torre, e il tozzo campanile all’estremità di questa di Antonio Morandi (1557). Della decorazione pittorica, l’ex refettorio conserva un grande affresco di Lionello Spada, La pesca miracolosa, del 1607; l’ex camera dell’abate, due di Alessandro Tiarini, Decollazione di S. Procolo, nella volta (1639), e Re Mida, sul camino (1640).

  • Palazzo Marsigli Bologna (BO)

    Ristrutturato nella seconda metà del XVII secolo e rimaneggiato da Carlo Francesco Dotti nel 1735. Il complesso di matrice rinascimentale su base medievale conserva in facciata un bel portale romanico con blocchi di selenite e un balcone coperto voluto a fine Seicento dal conte Luigi Ferdinando Marsigli, fondatore dell’Istituto delle Scienze, come alloggio per una specola astronomica. Nel secondo cortile un loggiato quattrocentesco con elementi gotici è arricchito dai dipinti degli stemmi delle casate che nei secoli vi hanno abitato. Una scala cinquecentesca con ricchi decori e bassorilievi porta al piano nobile dove si possono ammirare alcuni soffitti rinascimentali a travature in legno e decorazioni dipinte.

  • Palazzo Sanuti-Bevilacqua Bologna (BO)

    Dalla facciata toscaneggiante, rivestita di conci bugnati di arenaria, ha due ordini di finestre e di bifore, con balconcino in ferro battuto e due portali di macigno scolpiti. Il palazzo (non visitabile), avviato nel 1477, ha nel cortile a portico e loggia, un notevole esempio di architettura bentivolesca, alla quale Tommaso Filippi contribuì lavorando capitelli e colonne. Nella sala al piano terreno si svolsero alcune sedute del Concilio di Trento (1547).

  • Palazzo Legnani Bologna (BO)

    Noto anche come Palazzo Legnani-Pizzardi, Palazzo Pizzardi e Volta o semplicemente Palazzo Pizzardi. Residenza senatoria (oggi ospita aule e uffici del nuovo Tribunale), con facciata iniziata nel 1587 (quella porticata su via Farini è ottocentesca) e loggiato cinquecentesco. Nel 1677 venne costruito il caratteristico scalone tardo-barocco, opera di Gabriele Chellini; nel ’700 i cortili vennero arricchiti con le statue dei centauri e l’imponente statua di Ercole che vigila sul cortile offrendosi allo sguardo di tutti coloro che vi accedono, opere dei fratelli Petronio e Francesco Tadolini; nel 1869 l’architetto Antonio Zannoni intervenne profondamente, nell’ambito del riassetto delle attuali vie Farini e d’Azeglio, aprendo il grande portone sulla via d’Azeglio.

  • Reale Collegio di Spagna Bologna (BO)

    Fu istituito nel 1364 per disposizione e programma dell’arcivescovo di Toledo, cardinale Gil Álvarez de Albornoz, a favore di studiosi spagnoli che, fin da allora, venivano a specializzarsi presso l’Università di Bologna. Fu costruito (1365-67) sotto la direzione tecnica di Matteo di Giovannello, detto il Gattapone, in un luogo non distante dall’area di massima concentrazione cittadina delle scuole di diritto. Si tratta di uno dei primi esempi conosciuti di edilizia specialistica in ambito universitario, presto imitato tipologicamente e diffusosi; la veste attuale risente di restauri e interventi apportati a partire dal 1904, come la vistosa aggiunta ‘in stile’ del corpo di fabbrica posto tra le vie Collegio di Spagna e Belfiore (1925). Un portale in arenaria scolpito da Bernardino da Milano (1525) immette, oltre il diaframma della muraglia merlata esterna, in un atrio porticato del XVI secolo e da qui in un *cortile quadrato di derivazione claustrale, fasciato da corpi a doppio loggiato, nel quale sono stati riportati alla luce affreschi di pregevole qualità, attribuiti all’attività giovanile di Annibale Carracci. Sui lati nord e sud si aprono le camere dei collegiali, ciascuna delle quali ha diretto accesso sul cortile. Al centro del braccio est si affaccia la chiesa gotica di S. Clemente, sormontata da un campaniletto a vela. L’interno (liberato nel 1923 da stucchi settecenteschi) è a una navata; all’altare, *Madonna col Bambino e i Ss. Girolamo, Battista, Gregorio e Andrea, polittico di Marco Zoppo; nella parete sinistra, avanzi di affreschi attribuiti ad Andrea de’ Bartoli; dipinti di pregio sono Madonna col Bambino di Lippo di Dalmasio e Martirio del beato Pietro di Arbues di Giuseppe Maria Crespi. Il loggiato superiore del cortile, chiuso da vetrate, ha ricche decorazioni pittoriche e ritratti di scolari e protettori; notevole una Madonna col Bambino e santi, affresco di Biagio Pupini (1524), imitante Raffaello. La biblioteca e l’archivio posseggono edizioni rare, codici e documenti d’alto interesse storico.

  • S. Paolo Maggiore Bologna (BO)

    Costruita nel 1611 su disegno del barnabita Giovanni Ambrogio Mazenta, la chiesa ha facciata in laterizio e arenaria di Ercole Fichi (1636), nella quale trovano posto quattro nicchie contenenti statue di santi: quelle superiori (S. Carlo Borromeo e S. Filippo Neri) del Fichi, quelle sottostanti (S. Pietro e S. Paolo) di Giulio Cesare Conventi. L'interno è di grandioso effetto scenografico per la spettacolare decorazione dell’unica navata, nella quale confessionali e coretti si inseriscono tra i pilastri. Gli affreschi della volta raffigurano gesta di S. Paolo nell’areopago di Giuseppe Rolli (1695-1704), entro prospettive architettoniche eseguite da Paolo Guidi su disegni di Antonio Rolli; gli affreschi sopra le cantorie sono di Angelo Michele Colonna. La decorazione della fastosa cupola, del catino absidale, della sagrestia e delle due cappelle del transetto spetta al figurista Giuseppe Antonio Caccioli e al quadraturista Pietro Farina (1718-21). Ai lati del portale, Risurrezione di Lazzaro di Annibale Castelli e Crocifissione di S. Andrea di Pietro Faccini. Nella 1a cappella destra (del Crocifisso), ai lati Preghiera nell’orto e Trasporto della Croce del Mastelletta (1625 circa); nella 2a (cappella del Paradiso), all’altare, *Paradiso di Ludovico Carracci (1616), ai lati e nella volta, opere di G.B. Bertusio; nella 3a (cappella della Natività), all’altare, Presentazione al tempio di Aurelio Lomi, e ai lati, due belle tele di Giacomo Cavedoni (1613-14), autore anche degli affreschi della volta insieme a Guido Reni. Nel transetto destro, all’altare S. Gregorio e le anime del purgatorio di Guercino (1643-47). Sull’altare maggiore (eretto in base a un disegno di Francesco Borromini), una sontuosa tribuna marmorea (a sua volta eseguita su un’idea di Gian Lorenzo Bernini da Domenico Facchetti nel 1647) inquadra la *Decollazione di S. Paolo, magnifico gruppo marmoreo di Alessandro Algardi (1641-44). Dell’Algardi è anche il medaglione bronzeo nel paliotto dell’altare. Ai lati di questo, Caino che uccide Abele e Giacobbe che lotta con l’angelo, di Niccolò Tornioli (1648); nel coro, serie di tele raffiguranti storie della vita di S. Paolo, di Pier Francesco Cittadini, Vincenzo Spisanelli, Giovanni Francesco Ferranti, Lorenzo Garbieri, Luigi Scaramuccia e G.B. Bolognini. Nella 3a cappella sinistra (di S. Carlo Borromeo), tele e affreschi raffiguranti storie di S. Carlo Borromeo di Lorenzo Garbieri (1611); nella 2a (cappella di S. Gerolamo), due storie del beato Corradino Ariosti di Lucio Massari (1625 c.), cui spettano anche gli affreschi della volta; nella 1a (di S. Giovanni Battista), storie di S. Giovanni Battista di Giacomo Cavedoni. Nell’anti-sagrestia, Il beato Alessandro Sauli di Donato Creti.

  • Via Barberia Bologna (BO)

    È fiancheggiata dal bel portico cinquecentesco del palazzo Marescotti, N. 4 (attuale sede dell’Alma Mater Studiorum), rimodernato alla fine del Seicento con l’inserzione di un interessante scalone di Giovanni Giacomo Monti (1680-87); nel salone delle feste, affreschi di Giuseppe Antonio Caccioli (1709). Di fronte al collegio Poeti, N. 12, con cortile a doppia loggia (XV e XVI secolo), il palazzo senatorio Monti, poi Salina, N. 13, presenta un volto barocco dovuto agli interventi di Carlo Francesco Dotti (1736-38). Nei pressi del fianco della ex chiesa di S. Barbaziano (Pietro Fiorini, 1610), si trova, al N. 23, il palazzo senatorio Dondini-Ghiselli, riedificato tra 1751 e ’53 su probabile disegno di Alfonso Torreggiani.

  • Piazza Malpighi Bologna (BO)

    Nome attuale dell’antica seliciata di S. Francesco, ricavata dall’interramento e selciatura (1635) delle fosse esterne alle mura dei torresotti. Al centro, la colonna dell’Immacolata, con statua in rame (1638), disegnata da Guido Reni. L’andamento della seconda cerchia è testimoniato dal più occidentale dei suoi serragli, quello denominato di porta Nova, che rimane un po’ discosto lungo il lato destro della piazza. È questo il lato più guastato dai danni bellici del 1943, mentre il lato opposto, definito dal lungo porticato esterno del convento di S. Francesco (1646) e dall’abside dell’annessa chiesa, è conseguenza dei lavori di restituzione del complesso al suo stato ‘primitivo’, compiuti a più riprese da Alfonso Rubbiani mediante l’atterramento di diversi edifici che ne occultavano la struttura.

  • Sepolcri dei Glossatori Bologna (BO)

    I lavori di restituzione del complesso di S. Francesco al suo stato ‘primitivo’, compiuti a più riprese da Alfonso Rubbiani, consentirono di estrarre i pochi resti dei sepolcri dei Glossatori (chiosatori e commentatori delle opere dei giuristi), e di ricomporli (1891) a ridosso dei contrafforti absidali della chiesa, così come sono oggi. Le arche appartengono (da sinistra a destra) ad Accursio (m. nel 1265), Odofredo (m. nel 1265) e Rolandino de’ Romanzi (m. nel 1284). La prima è costituita da un alto basamento con sopra un’edicola a colonne, contenente il sarcofago a copertura piramidale rivestita di terrecotte maiolicate; la seconda, a pianta quadrata, consta di un basamento a colonne sormontato da un baldacchino piramidale sostenuto da 12 archi e 20 colonne; la terza (opera di Alberto di Guidobono e Albertino d’Enrico) è formata da un alto basamento quadrato, sul quale poggia il sarcofago sormontato da un baldacchino, sempre a forma di piramide, con 12 archi sorretti da 12 colonne, di cui quelle d’angolo sostenute da leoni stilofori.

  • S. Francesco Bologna (BO)

    In piazza S. Francesco, nella quale nel 1877 fu rinvenuto un importante dolio (il maggiore della prima età del Ferro scoperto in Italia), contenente quasi 15 mila oggetti di bronzo e 3 mila di ferro, custoditi nel Museo Archeologico. Preceduta da un grande sagrato, vi campeggia la chiesa di S. Francesco, che, seppure pesantemente restaurata, rappresenta uno dei monumenti più cospicui della città. Il sito per l’edificazione della chiesa fu concesso dal Comune fin dal 1236. I lavori cominciarono immediatamente sotto la probabile direzione di un frate di nome Andrea e si conclusero nelle parti essenziali nel 1263. Numerose cappelle, costruite in tempi successivi lungo i fianchi, furono demolite nel corso dei restauri di fine Ottocento. Unica superstite è la tardogotica cappella di S. Bernardino (fianco sinistro). Alla stessa epoca vanno ricondotti la cappella Muzzarelli, su disegno di Antonio di Vincenzo (1397, restaurata nel 1950) e il campanile maggiore (1397-1402 circa), sempre su disegno di quell’architetto. Sconsacrata (1798) e ridotta a dogana (1804), la chiesa nella seconda metà dell’Ottocento versava in gravi condizioni; il suo attuale assetto è, pertanto, conseguente ai restauri di Alfonso Rubbiani, che intervenne in fasi successive tra il 1886 e il 1906. Ulteriormente danneggiata dai bombardamenti aerei del 1943 – che, oltre a compromettere la qualità storico-ambientale della piazza, mutilarono la facciata e distrussero una parte delle navi e del chiostro dei Morti – venne reintegrata negli anni immediatamente successivi. La facciata, dalle forme ancora romaniche (compiuta verso il 1250), è monocuspidata e tripartita da lesene. Il portale maggiore è preceduto da un protiro cui si affiancano in alto due plutei dell’VIII secolo; lungo gli spioventi sono visibili alcune bacinelle in ceramica decorate, del secolo XIII. All’interno, con pianta a tre navate divise da pilastri ottagonali, le strutture risentono dell’influsso del gotico francese, riconoscibile in diversi elementi (campate a pianta quadrata, eccetto la prima, rettangolare, con volte partite in sei vele; coro e deambulatorio su cui si innestano nove cappelle radiali), raramente compresenti in analoghi monumenti italiani. Alle pareti sono collocati numerosi monumenti funerari di rilievo storico e artistico: sulla controfacciata, a sinistra monumento di Lodovico Boccadiferro (metà 1545; nella navata destra, dopo un primo monumento, il secondo è quello di Pietro Fieschi (metà 1492); con finissime sculture attribuite a Francesco di Simone Ferrucci, al quale segue quello di Alessandro Zambeccari di Lazzaro Casario (1571). Una porta collega la chiesa con l’atrio romanico (XIII secolo, ripristinato con una serie di interventi dal 1898 al 1927) inserito tra i due campanili; alle pareti sono infisse diverse pietre tombali e terrecotte provenienti da demolizioni. Nella base del campanile grande (a destra) è inserita la tomba di Pietro Canetoli (m. 1382); nella cella a pianterreno, bell’affresco raffigurante Madonna col Bambino, quattro santi e donatori, di Pietro di Giovanni Lianori (inizi del secolo XV). In fondo è la sagrestia, già cappella Muzzarelli, costruita alla fine del ’300 su disegno di Antonio di Vincenzo, deturpata in seguito e restaurata nel 1949-50. È a pianta rettangolare, divisa in due campate, con volta a crociera e abside poligonale. Di ritorno in chiesa, si può ammirare lo spazioso presbiterio, arricchito dall’altare maggiore su cui è collocata una elegantissima *ancona marmorea, commissionata a Jacobello e Pier Paolo dalle Masegne, ma realizzata da Pier Paolo e aiuti (1388-92). Nelle formelle della predella, fatti della vita di S. Francesco; nel primo ordine, Incoronazione della Madonna e otto santi a figura intera; nel secondo ordine, Padre Eterno e otto busti di santi; nell’edicola, Madonna col Bambino di Carlo Chelli (1844), eseguita in scagliola in sostituzione di quella lignea apposta nel 1603; sull’alto pinnacolo, Crocifissione (in scagliola); sui pinnacoli più bassi, otto busti di profeti; sopra i due pilastri laterali (adorni di piccole figure di santi), nelle edicole, l’Annunciata e Gabriele, e sui pinnacoli, due angeli con tromba. Attorno all’altare, il peribolo si irradia in nove cappelle, sette delle quali furono ornate, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, sotto la direzione di Alfonso Rubbiani, da Edoardo Collamarini, Achille Casanova, Pompeo Fortini, Augusto Sezanne, Giuseppe Romagnoli. Nella 5a cappella dell’ambulacro, all’altare Crocifisso attribuito a Pietro di Giovanni Lianori; nella 6a, tombe della famiglia Albergati (quella di sinistra è di Francesco Ferrucci, quella di destra di Lazzaro Casario); nell’8a, all’altare Madonna col Bambino e i Ss. Girolamo e Francesco, tavola di Jacopo Forti (1485). Nella navata sinistra è il bel sepolcro di papa Alessandro V, morto a Bologna nel 1410, iniziato da Nicolò Lamberti (1424), cui si debbono la figura del papa e le statuine in cotto policromato, e arricchito da Sperandio di Bartolomeo (1482); quindi la pietra tombale di Ercole Bottrigari (metà 1612), con effigie del defunto giacente. Seguono un’uscita laterale e il sepolcro del canonico Giuseppe Arnolfini (metà 1539, poi la cappella di S. Bernardino, quindi l’arca del vescovo Galeazzo Bottrigari (metà 1519), attribuita a Battista di Pietro da Como. Sempre dall’atrio romanico vicino ai campanili è possibile accedere al convento, in cui nel XIII secolo si radunava la Universitas Artistarum; al suo interno è il chiostro dei morti (fine XIV secolo, restaurato nel 1935-39) in cui sono conservate numerose tombe di rettori dello Studio; nel lato ovest, un frammento del sepolcro di Bartoluzzo de’ Preti (metà 1318). Dallo stesso braccio si accede al refettorio vecchio, restaurato nel 1949. Con ingresso dalla piazza Malpighi 19 è invece il chiostro Grande, a doppio loggiato su colonne di laterizi (1460-1571).

  • Biblioteca d’Arte e di Storia di S. Giorgio in Poggiale Bologna (BO)

    La ex chiesa di S. Giorgio in Poggiale, di origine longobarda ma costruita su disegno di Tommaso Martelli (1587-1625), chiusa al culto dopo le devastazioni belliche e successivamente restaurata, fa parte del sistema museale Genus Bononiae della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna; è qui sistemata la Biblioteca d’Arte e di Storia e vi sono organizzati eventi culturali. Nella sala di lettura, opere di Claudio Parmiggiani e di Piero Pizzi Cannella. Il patrimonio librario comprende 100.000 libri, di cui 60.000 parte di fondi, frutto di acquisti, legati testamentari o donazioni.

  • Galleria d'Arte moderna-Raccolta Lercaro Bologna (BO)

    Questa raccolta d’arte ha preso avvio da un gruppo di opere che alcuni artisti bolognesi donarono al cardinale Lercaro in occasione del suo ottantesimo compleanno. Nel maggio 2003 è stata sistemata nei locali ristrutturati dell’Istituto culturale diocesano «Veritatis Splendor». Oggi la collezione, ampliatasi negli anni, conta oltre 1.600 pezzi realizzati tra la metà dell’Ottocento e i giorni nostri: negli spazi museali sono esposte circa 700 opere con una particolare attenzione dedicata alla scultura. Vi figurano artisti quali Balla, Manzù, Morandi, Marini, Martini, Moore, Giacometti, Ernst, Matta, Messina, Paladino.

  • Via Galliera Bologna (BO)

    Via Galliera, sulla quale prospetta la chiesa di S. Maria Maggiore, allinea una splendida sequenza di edifici monumentali, alcuni più rimaneggiati di altri, quasi sempre realizzati per soddisfare esigenze residenziali di famiglie senatorie. Nei pressi della chiesa, al N. 8 il palazzo Aldrovandi e al N. 4, il palazzo Torfanini, ristrutturato dal Torreggiani nel 1737, con portico del 1544. Percorrendo a ritroso la via si possono osservare nel suo fronte orientale, al N. 1, il sobrio palazzo Conforti (XVI secolo) e, ai numeri 3-5, l'elegante palazzo Dal Monte. Di fronte a S. Maria Maggiore, ai numeri 13 e 15 sono riconoscibili due interventi di reintegrazione di finestre e ornamenti in terracotta effettuati dal Rubbiani a imitazione di altri palazzi quattrocenteschi della città. Al N. 21 il terribiliesco palazzo Bonasoni (metà XVI secolo), fronteggia il tardo-quattrocentesco (rimaneggiato nel 1906) palazzo Felicini, al N. 14. In fregio al palazzo Felicini, sorgeva, lungo la linea settentrionale della cerchia dei torresotti, il distrutto serraglio del borgo di Galliera. Al di là di questo limite scorreva il canale di Reno, ora coperto dalla via Riva di Reno (che ne conserva la presenza nel toponimo).

  • Palazzo Tanari Bologna (BO)

    Seicentesco palazzo decorato da affreschi di Filippo Pedrini, Vincenzo Martinelli e Giuseppe Valliani.

  • Madonna della Pioggia Bologna (BO)

    Sul tracciato lungo cui scorreva il canale di Reno, ora coperto dalla via Riva di Reno (che ne conserva la presenza nel toponimo), si affaccia un fianco del santuario della Madonna della Pioggia, noto in passato come chiesa di San Bartolomeo di Reno; l’edificio, ricostruito nel 1730, colpito dalle bombe e restaurato, custodisce nell’interno a navata unica due dipinti di Agostino Carracci (Circoncisione e Adorazione dei pastori), nella 1a cappella sinistra.

  • Palazzo Felicini Bologna (BO)

    Il tardo-quattrocentesco (rimaneggiato nel 1906) palazzo Felicini, su alto e lungo portico del 1497, con cortile a logge; all’interno, considerevoli affreschi di Domenico Maria Canuti e del Mengazzino nel salone, di Angelo Michele Colonna e Giacomo Alboresi nel vestibolo, del solo Colonna nell’ex cappella.

  • S. Maria Maggiore Bologna (BO)

    Chiesa con campanile romanico, ricordata fin dal VI secolo, parzialmente ricostruita verso il 1187, fu ingrandita nel 1464 e infine trasformata nelle forme attuali da Paolo Canali (1665), che invertì il precedente orientamento; la sopraelevazione e il timpano, che tolgono monumentalità al portico, risalgono al 1955. Le statue che adornano la facciata sono di Peter Anton Verschaffelt (S. Paolo) e di Agostino Corsini (S. Pietro). Internamente, la cappella del SS. Sacramento (a sinistra della maggiore) fu sistemata nel 1712 da Carlo Francesco Dotti e la cappella maggiore prolungata nel 1752. Al 5° altare destro, Madonna col Bambino e i Ss. Giacomo minore e Antonio abate, di Orazio Samacchini; nel coro, Circoncisione del Nosadella, completata da Prospero Fontana; al 1° altare sinistro, Madonna adorante il Bambino tra i Ss. Liberata e Onofrio, di scuola bolognese del ’400.

  • Palazzo Aldrovandi Bologna (BO)

    Iniziato nel 1725 da Francesco Maria Angelini, cui si devono le sale a piano terreno, l’atrio d’ingresso e lo scalone, fu terminato da Alfonso Torreggiani (1752), autore della facciata tardo-barocca priva di portico e degli ampliamenti delle gallerie posteriori. L’interno è arricchito da affreschi di Vittorio Bigari che, con la collaborazione del quadraturista Stefano Orlandi, decorò l’atrio (1728), la volta dello scalone (1722), il salone (1748) e la galleria delle statue (1754).

  • Palazzo Dal Monte Bologna (BO)

    Eretto su di un alto basamento che accentua la verticalità delle sue eleganti membrature, fu realizzato con ogni probabilità da Andrea da Formigine e compiuto nel 1529.

  • La Quadreria-Palazzo Rossi Poggi Marsili Bologna (BO)

    La Quadreria, in palazzo Rossi Poggi Marsili, custodisce tavole e tele di maestri prevalentemente bolognesi, appartenenti al vasto patrimonio delle antiche Opere Pie, dal 2014 riunite in ASP Città di Bologna. Inaugurato nel 2016, questo recente museo espone circa cinquanta dipinti, dal Cinquecento al Settecento. Spicca la stanza del Gandolfi, con sette tele di Ubaldo Gandolfi, commissionate tra il 1768 e il 1776.

  • S. Martino Bologna (BO)

    Fondata nel 1227 e concessa ai Carmelitani nel 1293, dopo aver subito rielaborazioni tra XIV e XVI secolo ebbe la facciata rifatta nel 1879 su disegno di Giuseppe Modonesi; il portale del fianco destro, detto dei Boncompagni, ha la lunetta decorata da un altorilievo in cotto raffigurante S. Martino di Francesco Manzini (1531). Il campanile (visibile dalla retrostante via Mentana) presenta rifacimenti settecenteschi alla cella campanaria. L’interno, di struttura gotica, è a tre navate divise da pilastri, con archi ogivali e volte a crociera costolonate. navata destra. La 1a cappella, eretta nel 1534, ha una ricca decorazione di Bernardino da Milano nei capitelli, nelle pilastrate e nella balaustra; sull’altare, Adorazione dei Magi di Girolamo da Carpi (1532). Nella 4a, alla parete sinistra Madonna col Bambino, affresco di Lippo di Dalmasio (1398); al pilastro seguente, tra la 4a e la 5a cappella, frammento di Crocifissione attribuita a Vitale da Bologna. Nella 5a, *Madonna col Bambino e i Ss. Gregorio Magno, Lucia, Nicola, capolavoro di Amico Aspertini (1510- 15). In fondo alla navata, la cappella della Beata Vergine del Carmine, ricca di marmi e chiusa da un bel cancello, rimodellata in forme barocche da Alfonso Torreggiani nel 1753; nella cupola, Madonna del Carmine e S. Simone Stock di Vittorio Bigari; sull’altare, Madonna del Carmine lignea, modellata da Guglielmo Borgognone e colorita dal Guercino; alla parete destra, Martirio di S. Orsola di Giovan Giacomo Sementi; a quella sinistra, S. Carlo e altri santi di Alessandro Tiarini. Nell’abside (rimaneggiata nel 1929, e ridotta da poligonale a quadrata), Madonna col Bambino, santi e il committente Matteo Malvezzi, di Girolamo Siciolante da Sermoneta (1548), inserita in una grandiosa cornice del Formigine (1554). L’organo di Giovanni Cipri (1556) è inserito in una mostra lignea di Giacomo Marcoaldi. In fondo alla navata sinistra, in corrispondenza del campanile, è la cappella del Battistero, che conserva due colonne romaniche e un trittico (Crocifissione con i Ss. Biagio e Cristoforo; negli oculi in alto, Annunciazione; nella predella, Storie di S. Biagio e di S. Sebastiano di pittore bolognese (1480 c.). Di seguito si apre la sagrestia, in cui sono conservate pregevoli tele del secolo XVI. Nella navata sinistra, serie di affreschi frammentari di Vitale da Bologna, raffiguranti, fra l’altro, Abramo che accoglie nel suo manto i beati, figure di dannati, una teoria di apostoli. Segue una porta che immette nel chiostro dei morti di Giovanni da Brensa (1511), a portico e loggiato. A sinistra della porta, Madonna Immacolata di Simone dei Crocifissi. Nella 5a cappella, Assunta, tavola di Lorenzo Costa (1506); nella 4a, S. Girolamo di Ludovico Carracci (1591); nella 3a, Crocifisso di Bartolomeo Cesi; nella 2a, S. Francesco, attribuito al Guercino; nella 1a, eretta da Giovanni da Brensa (1506) in eleganti forme toscane, all’altare, *Madonna in trono col Bambino e santi, tavola di Francesco Francia, autore anche della Pietà della zona superiore e del Cristo della formiginesca predella; nel paliotto, Deposizione a chiaroscuro di Amico Aspertini. Alla parete destra, importante affresco mutilo di Paolo Uccello raffigurante *Adorazione del Bambino, datato 1437, ritrovato nella sagrestia della chiesa e collocato in questa cappella dopo il restauro.

  • Via Marsala Bologna (BO)

    Presenta una omogenea cortina edilizia porticata. Emergono, al N. 31, il terribiliesco palazzo Leoni, e al N. 47, il palazzo Banzi-Rosa, eretto da Filippo Antolini nel 1819, con prospettiva architettonica di Mauro Tesi in fondo al cortile.

  • Conservatorio di Musica G.B. Martini Bologna (BO)

    Nella parte superstite dell'ex convento degli Agostiniani, i cui chiostri furono parzialmente demoliti all’inizio del XIX secolo, ha sede, fin dal 1805, il Conservatorio di Musica G.B. Martini, famoso per i musicisti illustri che vi studiarono o insegnarono, quali Rossini, Donizetti, Martucci, Busoni. Interessante lo scalone di Alfonso Torreggiani del 1752.

  • Palazzo Malvezzi Campeggi Bologna (BO)

    Cinquecentesco palazzo (attualmente dell’Università), con portico a colonne tuscaniche in arenaria e decorazioni di Andrea e Giacomo da Formigine; all’interno, in fondo al cortile a doppia loggia, grande statua di Ercole di Giuseppe Mazza; al piano superiore, sale decorate nel XVIII secolo da Giovanni Benedetto Paolazzi, Vittorio Bigari e Carlo Lodi, in collaborazione con Antonio Rossi.

  • Palazzo Magnani Bologna (BO)

    Palazzo Magnani (sede dell’Unicredit), realizzato su disegno di Domenico Tibaldi (1577-87). Nel cortile interno, di fronte all’ingresso, una nicchia del loggiato ospita la statua di Ercole, opera di Gabriele Fiorini. All’interno il salone d’onore si adorna di un bel camino, realizzato su disegno di Floriano Ambrosini, e di un ampio *fregio affrescato sulle pareti tra il 1590 e il ’92 dai tre Carracci: in 14 riquadri sono narrate storie di Romolo, entro una illusionistica cornice di finto marmo bianco che sorregge mirabili statue dipinte a monocromo e putti reggifestoni. Nella quadreria, scelta collezione di opere d’arte tra le quali S. Vincenzo in adorazione della Vergine di Ludovico Carracci (1580-82), due dipinti del Guercino, La Trinità e Lucrezia, L’apparizione a S. Francesca Romana di Alessandro Tiarini, La cena del ricco epulone di Luca Giordano (1663), Mosè e il serpente di bronzo e Due pastorelle di Giuseppe Maria Crespi. Sono presenti anche dipinti di Domenico Maria Canuti, Dosso Dossi, Tintoretto, Prospero Fontana, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi ed Ennio Morlotti.

  • S. Giacomo Maggiore Bologna (BO)

    La chiesa di S. Giacomo Maggiore, dalla facciata romanico-gotica, domina piazza Gioacchino Rossini e, con le sue adiacenze, costituisce uno dei più importanti e celebrati monumenti cittadini. Gli Agostiniani iniziarono nel 1267 la costruzione della chiesa, che giunse a provvisoria conclusione nel 1315. L’abside e alcune cappelle radiali del deambulatorio furono realizzate tra il 1331 e il 1343. Il campanile, iniziato nel 1336, fu concluso nel 1471, e altre importanti trasformazioni edilizie ebbero luogo nella seconda metà del XV secolo: venne costruita la cappella Bentivoglio nel periplo absidale, affidandone con ogni probabilità la costruzione a Pagno di Lapo Portigiani (1463-68); fu rifatta la navata e la copertura a capriate, sostituite da cupole ribassate (1493-98). Nuovi restauri sono stati compiuti tra il 1950 e il 1966. La facciata monocuspidata, culminante al vertice in un’edicola con la statua di S. Giacomo, si fregia di un coronamento in cotto adorno di bacini maiolicati; più in basso, un grande rosone ripristinato nel 1954 (manca il traforo marmoreo) e, ai lati, due lunghe bifore con pluteo e archi trilobi di derivazione veneta. Il portale (un tempo preceduto da protiro), con colonne su leoni stilofori, si vuole scolpito da un allievo di Ventura da Bologna; è fiancheggiato da nicchie sepolcrali (due per parte) con resti di affreschi, in una delle quali è un sarcofago del XIV secolo. Nel vasto interno a una navata è preminente l’assetto architettonico rinascimentale della fine del secolo XV, con serrate cappelle laterali (tre per ogni arcata longitudinale); il parapetto del ballatoio che corre sopra le cappelle reca le statue di Cristo, della Vergine e degli Apostoli, modellate in terracotta da Pietro Becchetti (1765). Nella controfacciata, a sinistra del portale è riemerso, in seguito a un restauro, un affresco con la Beata Vergine della Consolazione, copia di Guido Reni di un affresco del secolo XV. Cappelle a destra. Nella 3a (cappella di S. Paolo), Caduta di S. Paolo di Ercole Procaccini (1573); ai lati, statue di Giuseppe Mazza. Nella 5a (cappella di S. Antonio Abate), entro ricca cornice, Madonna in trono e i Ss. Antonio, Giovanni Battista, Stefano, Agostino e Nicolò con gli offerenti, vivace tavola di Bartolomeo Passarotti (1565); le prospettive e gli ornati alle pareti sono di Angelo Michele Colonna e Giacomo Alboresi. Nella 6a (cappella di S. Alessio), Elemosina di S. Alessio di Prospero Fontana (1573), che ha affrescato anche la volta. Nella 7a (cappella di S. Giovanni Evangelista), Mistiche nozze di S. Caterina e i Ss. Giuseppe, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Maria Maddalena, di Innocenzo da Imola (1536), autore anche del Presepio nella predella della cornice formiginesca e degli affreschi che decorano le superfici. Nell’8a (cappella di S. Agostino), Trasporto funebre di S. Agostino di Tommaso Laureti. Nella 9a (cappella di S. Rocco), *S. Rocco infermo consolato da un angelo di Ludovico Carracci. Più oltre, sotto la cantoria dell’importante organo di Giuseppe e Paolo Benedetti (1776), restaurato nel 1968, è l’accesso alla *cappella Poggi, uno dei più importanti complessi dell’arte manieristica; fu architettata da Pellegrino Tibaldi, cui si debbono anche gli stucchi e gli affreschi delle pareti (a sinistra, S. Giovanni che battezza le genti; a destra, Annuncio della venuta del Battista); all’altare, Battesimo di Gesù, abbozzato dal Tibaldi e compiuto da Prospero Fontana (1561). Un corridoio conduce alla sagrestia che ha volte gotiche del 1409, e un grande armadio del 1640; qui e in locali attigui sono conservati vari dipinti prevalentemente dei secoli XVII e XVIII; nella sala capitolare, alcune tempere di Carlo Lodi e Antonio Rossi. Peribolo. All’inizio (sopra le volte si eleva il campanile), sulla parete sinistra, angelo, affresco del ’400. Nella 2a cappella (di S. Maria Egiziaca), *polittico di Paolo Veneziano (1345 c.; manca della parte centrale, sostituita ora da una reliquia della Croce); alle pareti, storie di S. Maria Egiziaca, affreschi staccati attribuiti a Cristoforo da Bologna (XIV secolo). Nella 3a cappella (della Santa Croce), Incoronazione della Vergine e santi, polittico di Jacopo di Paolo; alla parete sinistra, in alto, grande Crocifisso di Simone dei Crocifissi (firmato e datato 1370); in basso, S. Girolamo della bottega del Guercino (1640 c.). Nella 4a cappella (di S. Giuseppe), sono conservati gli affreschi, della fine del secolo XIII, staccati dal portico esterno. La cappella dietro l’altare maggiore, la 5a (di S. Bartolomeo), ha statue e stucchi di Giuseppe Mazza (1681); la balaustra di marmo è di Sebastiano Torreggiani (1581). Di fronte, addossato alla cintura dell’abside, a sinistra è il monumento sepolcrale di Nicolò Fava, di anonimo seguace di Jacopo della Quercia; a destra, la *tomba di Anton Galeazzo Bentivoglio, di Jacopo della Quercia e aiuti (1435). La 6a è la *cappella dei Bentivoglio, a pianta quadrata, coronata da un’elegante cupola; fu acquistata nel 1445 da Annibale Bentivoglio come cappella di famiglia e consacrata nel 1486 al tempo di Giovanni II, quando era compiuta l’attuale struttura, attribuita a Pagno di Lapo Portigiani. Sull’altare, *Madonna in trono col Bambino, i Ss. Agostino, Procolo, Giovanni evangelista, Sebastiano e due angeli, tavola di Francesco Francia (circa 1494); nella lunetta, Pietà, di anonimo della fine del ’400. Ai lati dell’altare, da sinistra, i Ss. Giorgio, Girolamo, Agostino e Francesco, affreschi di due diversi pittori bolognesi dell’inizio del ’500, forse Chiodarolo e Tamaroccio. Nel lunettone sopra l’altare, Visione dell’Apocalisse, affresco di Lorenzo Costa, restaurato da Felice Cignani, che vi rifece il pastore nudo (a destra) e colorì inferiormente l’Annunciazione. Alle pareti: a sinistra, *Trionfo della Morte e trionfo della Fama di Lorenzo Costa (1490); a destra, Madonna in trono col Bambino e i ritratti di Giovanni II Bentivoglio e della sua famiglia, dello stesso (1488); nell’arcata vicina, Annibale Bentivoglio a cavallo, altorilievo di anonimo (1458). Il pavimento conserva resti di quello originale in mattonelle maiolicate (1489), con ornamenti e lo stemma dei Bentivoglio. Nelle successive cappelle si susseguono, Madonna in gloria col Bambino e le Ss. Caterina e Lucia e il beato Rainerio di Denijs Calvaert; quindi, Madonna e santi di Bartolomeo Cesi; di fronte, sulla parete del peribolo, affreschi decorativi di Cesare Baglioni. Nel presbiterio, in fondo, entro ricco trittico dorato, Cristo risorto tra i Ss. Giacomo e Agostino di Tommaso Laureti (1574). Cappelle a sinistra. Nella 10a, Martirio di S. Caterina di Tiburzio Passarotti (1577). Nella 9a (cappella di S. Nicola), Madonna in trono col Bambino, S. Nicola e tre giovinette di Ercole Procaccini (1582). Nell’8a (cappella Magnani, V), Presentazione al Tempio di Orazio Sammachini (1575). Tra la 5a e la 4a cappella è un portale laterale (W) che si apre nel mezzo del monumento del cardinale Girolamo Agucchi, con statue e bassorilievi di Gabriele Fiorini (1605). Nella 3a (cappella di S. Guglielmo d’Aquitania), Vergine e i Ss. Guglielmo d’Aquitania, Cecilia e Agata (1580 circa) di Tommaso Laureti. Nella 2a (cappella della Cena del Signore), Cena del Signore, di Giacomo Cavedoni. Nella cappella adiacente al portale, Crocifisso ligneo (secolo XIV?).

  • Oratorio di S. Cecilia Bologna (BO)

    Antica parrocchiale romanica, passata nel 1323 agli Agostiniani che la riedificarono nel 1359. Vi si accede dal portico sul fianco sinistro della chiesa di S. Giacomo Maggiore. La costruzione del portico che prosegue anche lungo il suo fianco fece scomparire il prospetto verso la strada, e il ridimensionamento, operato da Gaspare Nadi (1483) in conseguenza della costruzione della cappella Bentivoglio in S. Giacomo, procurò una nuova strutturazione spaziale. L’interno, coperto da volta a botte ribassata con unghiature, conserva un prezioso *ciclo affrescato, realizzato nel 1505-6, che in dieci riquadri illustra episodi della vita dei Ss. Valeriano e Cecilia. Da sinistra, presso l’altare: 1, Sposalizio di Cecilia con Valeriano di Francesco Francia; 2, S. Urbano converte Valeriano di Lorenzo Costa; 3, Battesimo di Valeriano, attribuito a Giovanni Maria Chiodarolo e a Cesare Tamaroccio; 4, Cecilia e Valeriano incoronati da un angelo, attribuito al Bagnacavallo e a Biagio Pupini; 5, Decapitazione di Valeriano e di suo fratello Tiburzio di Amico Aspertini; 6, Sepoltura dei due martiri dello stesso; 7, Cecilia disputa col prefetto Almachio, attribuito al Bagnacavallo e al Pupini; 8, Martirio e decapitazione di Cecilia, attribuito al Chiodarolo e al Tamaroccio; 9, Cecilia dona ai poveri le proprie ricchezze del Costa; 10, Sepoltura della santa del Francia.

  • Portico di via Zamboni Bologna (BO)

    Portico accostato al fianco sinistro della chiesa di S. Giacomo Maggiore, lungo la via Zamboni. Realizzato tra il 1477 e e il 1481 per raccordare organicamente la fabbrica di S. Giacomo con l’oratorio di S. Cecilia, è uno dei più rappresentativi dell’epoca bentivolesca; le 36 colonne scanalate in arenaria sono di Tommaso Filippi, e pure il ricco fregio in terracotta si deve agli stessi ignoti decoratori attivi in palazzo Sanuti-Bevilacqua. Nella parete si apre una sequenza di nicchie ad arcosolio, destinate a ospitare sepolcri e già decorate di affreschi dei secoli XIII e XIV (in parte conservati all’interno di S. Giacomo). L’ultima scena, raffigurante Cristo risorto e le pie donne consolate da un angelo, è firmata da Giovanni di Ottonello.

  • Via S. Vitale Bologna (BO)

    Ai numeri 28-30 di via S. Vitale si trova il palazzo Orsi (metà del XVI secolo, su disegno di Antonio Terribilia), i cui elementi architettonici in pietra arenaria denunciano una progressiva erosione.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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