Bologna: il quartiere universitario

In collaborazione con Touring Club

Per vastità e importanza quello che si è voluto chiamare – con qualche arbitrarietà – quartiere universitario (ovvero quella parte del quadrante nord-est della città della terza cerchia, in cui si concentra la maggior parte dei dipartimenti e degli istituti dell’ateneo bolognese, oltre alla Pinacoteca nazionale, al Teatro comunale e ad altre non meno prestigiose istituzioni culturali), ha richiesto una descrizione autonoma. L’itinerario si svolge infatti all’interno di un’area che, a partire dal XVIII secolo, ha mostrato sempre più evidenti caratteri di specializzazione culturale, fissati definitivamente in età napoleonica con il trasferimento delle scuole dell’antico Studio (dal 1803, Università nazionale) dal centrale Archiginnasio al palazzo Poggi. Se la configurazione urbanistica e le tipologie edilizie che costituiscono l’ossatura del quartiere stabiliscono un’affinità d’immagine con le altre aree della terza cerchia a levante, la sua destinazione funzionalmente specializzata ne fa una zona di inconsueta densità museografica.
  • Lunghezza
    n.d.
  • Teatro comunale Bologna (BO)

    Inaugurato, sebbene incompleto, nel 1763, dopo un decennio di violente polemiche e dissidi di natura accademica e professionale, che lasciarono il segno sul progetto originario di Antonio Bibiena. Sorge sul sito (detto il «guasto dei Bentivoglio») occupato dalla Domus magna bentivolesca, la grande residenza della famiglia iniziata da Sante nel 1460 e condotta a termine da Giovanni II, distrutta a furor di popolo nel 1507, dopo la cacciata dei Bentivoglio dalla città. La facciata del teatro, rimasta incompiuta rispetto al progetto originario, fu portata a termine nel 1935-37. Il soffitto della sala fu ridipinto da Luigi Busi e Luigi Samoggia nel 1866. Un segreto che non tutti conoscono è che c’è un ingegnoso meccanismo di legno, nascosto sotto il livello della platea. Un sistema di leve, di ingranaggi e di argani è in grado di alzare tutta la platea al livello del palcoscenico. Fu progettato da Filippo Ferrari nei primi anni del XIX secolo. L’espediente era utilissimo in occasioni di feste e di balli ufficiali perché permetteva di avere una sala più ampia.

  • Piazza Giuseppe Verdi Bologna (BO)

    In via Zamboni, al termine del bel portico di S. Giacomo Maggiore si apre la piazza Giuseppe Verdi, dove sono riconoscibili alcuni avanzi della cinta delle mura penultime, resi visibili dopo la demolizione (1906) di un portico settecentesco che li occultava. Originariamente corte d’onore di uno scomparso palazzo bentivolesco, è oggi uno dei più animati luoghi d’incontro del quartiere universitario. Qui campeggia il Teatro comunale. Sulla piazza prospettano inoltre le case porticate destinate al corpo di guardia e, nel lato est, le ex scuderie dei Bentivoglio, restaurate con molta disinvoltura nel 1970. Il piano superiore (utilizzato come sala di lettura) è comunicante con l’attiguo palazzo Paleotti, già Salaroli.

  • Via Zamboni Bologna (BO)

    Spina dorsale della viabilità della città universitaria è la via Zamboni, una delle sette strade che originano dalla piazza di Porta Ravegnana. Nel suo tratto iniziale, su un piccolo slargo prospettano due interessanti edifici: al N. 14, il palazzo Manzoli, le cui strutture cinquecentesche sono visibili lungo il fianco destro, e che sulla piazzetta presenta un prospetto neoclassico, e la piccola chiesa di S. Donato, modificata rispetto alle primitive forme quattrocentesche da un’interessante facciata, dipinta a motivi architettonici da Francesco Orlandi. Seguono due edifici di grande pregio: al N. 22, il cinquecentesco palazzo Malvezzi Campeggi (attualmente dell’Università), e al N. 20 il palazzo Magnani (sede dell’Unicredit). Davanti al palazzo Magnani si apre la piazza Gioacchino Rossini, dominata dalla facciata romanico-gotica della chiesa di S. Giacomo Maggiore, il cui fianco sinistro, lungo la via Zamboni, è caratterizzato da uno dei più rappresentativi portici dell’epoca bentivolesca. Sotto il portico, al N. 15, è l’accesso all’oratorio di S. Cecilia, antica parrocchiale romanica. Al termine del portico di via Zamboni si apre la piazza Giuseppe Verdi, dove campeggia il Teatro comunale. Nella piazza si trovano anche le scuderie dei Bentivoglio, il cui piano superiore è comunicante con l’attiguo palazzo Paleotti (via Zamboni 25), che presenta un cortile della fine del XIV secolo. Di fronte, altri edifici occupati da istituti universitari: al N. 32 un altro palazzo Paleotti, al N. 34 il palazzo Gotti di Angelo Venturoli (1791), con bello scalone monumentale, e al N. 38 il palazzo Riario con primo impianto del XVI secolo. La cortina edilizia presenta quindi una pausa con il quadriportico di piazza Scaravilli, spazio previsto fin dal 1888 e realizzato nel 1955, assieme alla facoltà di Economia e Commercio, da Enea Trenti e Luigi Vignali. Sul lato opposto di via Zamboni si stende il nucleo centrale della città degli studi, identificabile con il cinquecentesco palazzo Poggi, su cui si eleva la torre della Specola. In continuità con palazzo Poggi, l’Accademia delle Scienze e la Biblioteca universitaria. Nel tratto conclusivo della via si trovano, al N. 49, la chiesa di S. Maria Maddalena e, al N. 63, l'importante collezione di Geologia «Museo Giovanni Capellini».

  • S. Sigismondo Bologna (BO)

    La chiesa universitaria di S. Sigismondo, ricostruita nel 1725-28 dal Dotti (campanile di Angelo Venturoli, 1795); all’interno, al 2° altare destro, Madonna col Bambino e Ss. Anna, Giuseppe, Liborio, Pasquale, di Giuseppe Maria e Luigi Crespi; tutte le altre pale d’altare sono di Domenico Pedrini.

  • Ca’ Grande dei Malvezzi Bologna (BO)

    Costruita nel 1444, acquistata dall’Università pontificia nel 1827 e restaurata con notevoli integrazioni (1931). In due saloni, che oggi fanno parte del rettorato, soffitti affrescati da Ubaldo Gandolfi e Davide Zanotti (storie di Ercole). I musei allestiti in alcuni ambienti del palazzo sono accessibili dal palazzo Poggi.

  • Palazzo Poggi Bologna (BO)

    Il nucleo centrale della città degli studi è identificabile con il cinquecentesco palazzo Poggi, la comunicante Ca’ Grande dei Malvezzi e le loro adiacenze, interne all’isolato compreso tra le vie Belmeloro, Zamboni, S. Giacomo e Selmi. Palazzo Poggi fu costruito nel 1549 come residenza cardinalizia. Al progetto, che la storiografia più recente attribuisce a Bartolomeo Triachini, pare non essere estraneo un contributo di Pellegrino Tibaldi. Il portico, su colonne doriche, sostiene un fronte in laterizi forato da ampie finestre, con cimasa in macigno. Fu rimaneggiato a partire dal 1711 per trasformarlo in sede dell’Istituto delle Scienze. Nel 1930 fu ampliato con due corpi laterali ispirati a quello centrale cinquecentesco, che contribuiscono a dare l’impressione di un fronte continuo lungo via Zamboni. Il ricco patrimonio culturale del palazzo è organizzato in un percorso espositivo variegato che comprende anche l’aula Carducci: il Museo di Palazzo Poggi.

  • Torre della Specola Bologna (BO)

    La Specola è uno dei più importanti osservatori astronomici europei del XVIII secolo. Progettata da Giuseppe Antonio Torri (1712), che si attenne rigorosamente al programma dettato dall’astronomo Eustachio Manfredi, fu completata da Carlo Francesco Dotti (1725). Impostata sullo scalone di palazzo Poggi, si eleva con una torre quadrata coronata da un balcone per le osservazioni astronomiche, che aggetta su beccatelli e sul quale è impostata una seconda torretta quadrata dall’asse ruotato di 90 gradi.

  • Museo di Palazzo Poggi Bologna (BO)

    Il ricco patrimonio culturale di palazzo Poggi è organizzato in un percorso espositivo variegato che comprende anche l’aula Carducci: il Museo di Palazzo Poggi. L’entrata immette in un androne nel quale a sinistra si apre il cortile, a due ordini di finestre, di carattere manieristico romano. Al centro, sopra un piedistallo, statua di Ercole di Angelo Piò. A partire dall’aula Carducci, dove il poeta tenne il suo insegnamento di letteratura italiana, adiacente al cortile, può avere inizio la visita ai musei allestiti all’interno di questo palazzo e della comunicante Ca’ Grande dei Malvezzi. Salendo lo scalone a destra, si raggiunge il Museo della Specola, che conserva, negli stessi luoghi adibiti alle osservazioni settecentesche dei corpi celesti, l’originaria strumentazione del secolo XVIII: di grande interesse la sala meridiana con i quadranti di Domenico Lusverg e di Jonathan Sisson. Attiguo al Rettorato è il Museo del nono centenario che riunisce significativi documenti sulla storia dello Studio di Bologna (spiccano le insegne rettorali del secolo XVI e il gonfalone, usati nelle solenni cerimonie universitarie). In una sala attigua si trova il Museo delle Navi e delle Antiche Carte Geografiche, con una importante collezione di antichi modelli navali dei secoli XVII e XVIII, insieme a un corredo cartografico. Accanto si aprono le sale del Museo dell’Architettura militare, con rilievi e modelli di fortificazioni. L’ultima sala ospita il Museo ostetrico «G.A. Galli», costituito da cere e argille settecentesche e da una collezione di antichi strumenti ostetrici. Alle pareti delle sale sono appesi ritratti dei rettori e dei maestri dello Studio.

  • Accademia delle Scienze Bologna (BO)

    In continuità con il palazzo Poggi, al N. 31 è l’ingresso all’Accademia delle Scienze. Nelle volte di due sale al piano terra, *storie di Ulisse, magnifici affreschi di Pellegrino Tibaldi.

  • Biblioteca universitaria Bologna (BO)

    In continuità con il palazzo Poggi, al N. 35 è l’ingresso alla Biblioteca universitaria, già dell’Istituto delle Scienze, costruita da Carlo Francesco Dotti (1741-44) per volontà di papa Benedetto XIV e inaugurata nel 1756. Il nucleo originario, concepito dal fondatore dell’Istituto delle Scienze Luigi Ferdinando Marsili come uno dei principali laboratori dell’istituto stesso, non ebbe una sede precisa all’interno del palazzo. Molti lasciti, donazioni e acquisti posteriori contribuirono a fissarle il carattere, che tuttora conserva, di luogo in cui si custodisce una universalità del sapere. Le si aggiunsero infatti le librerie del naturalista Ulisse Aldrovandi, di Benedetto XIV, del cardinale Filippo Maria Monti, di parecchi fondi monastici e le biblioteche del cardinale Giuseppe Gaspare Mezzofanti e di Alfredo Trombetti. La biblioteca possiede circa 1.400.000 volumi e materiali non librari, di cui: 12.875 manoscritti, 1.021 incunaboli, 14.950 cinquecentine, 3.454 matrici lignee, 313.304 opuscoli, 10.600 titoli di periodici, circa 18.700 unità di materiale grafico (stampe, disegni, fotografie), circa 77.500 microformati. Tra i manoscritti notevoli: un Lattanzio in scrittura onciale del VII secolo, un Paolo Diacono del XII, un Evangeliario armeno sempre del XII, con finissima legatura orientale, un Salterio del XIII, riccamente miniato; due portolani di Grazioso Benincasa (1473 e 1482); un Avicenna in ebraico, del XV secolo, con miniature di particolare interesse per la storia della medicina; un Officio della Madonna, con miniature di scuola fiamminga. Possiede inoltre un gruppo di antichi papiri e una cospicua raccolta di periodici e atti accademici italiani e stranieri. La grandiosa antica *sala di lettura (o aula Magna), contrappuntata da quattro colonne, ha scaffalature in noce del 1755. Varie sale sono adorne di bellissimi fregi dipinti: Niccolò dell’Abate decorò (1550-52) le sale di Camilla, dei paesaggi, dei concerti; il Nosadella, la sala di Susanna (su progetto di Pellegrino Tibaldi; restaurata nel 2015); Ercole Procaccini il Vecchio, la sala di Mosè (su progetto di Prospero Fontana); Orazio Samacchini, la sala di Davide (sempre su progetto del Fontana). Nel Museo Aldrovandi spicca il grande ritratto a mosaico di Benedetto XIV di Bernardino Regoli, 1744, e il trono dipinto da Pelagio Palagi, che servì ad accogliere Napoleone durante la sua visita all’Università nel 1805.

  • Università Bologna (BO)

    L’Università di Bologna, o «Studio», la più antica d’Europa, sorse spontaneamente nella seconda metà del secolo XI (la data convenzionale del 1088 rispecchia un’ipotesi formulata alla fine del XIX secolo per celebrare l’ottavo centenario della nascita), raggiungendo grande autorevolezza già alla metà del secolo seguente, specialmente per merito di Irnerio, il grande rinnovatore della scienza del diritto. Nei primi tempi della sua esistenza, lo Studio era formato dalla somma delle singole scuole dei vari dottori, che svolgevano insegnamento privato per lo più nelle loro abitazioni. Con il termine universitas scholarium si indicava l’associazione degli studenti che frequentavano lo Studio, a sua volta articolata in due sezioni: una comprendente gli studenti italiani (citramontani), e una gli stranieri (ultramontani), ciascuna capeggiata da un rettore eletto tra gli studenti. Questa corporazione, nata per difendere i privilegi concessi agli studenti da Federico Barbarossa, non era soggetta alle autorità cittadine, e ben presto venne a configurarsi come un vero e proprio modello di organizzazione degli studi che si diffuse in molti altri centri europei. In conseguenza della vivace conflittualità tra la universitas degli studenti e il Comune di Bologna, l’autonomia propria di questa organizzazione cedette lentamente il posto a una progressiva dipendenza dal potere politico, finché nel ’500, sotto la stabile dominazione pontificia, le associazioni degli scolari non ebbero più che un valore formale. È di quest’epoca la costruzione dell’Archiginnasio, nel quale si raccolsero le scuole fino a quel momento diffuse in varie parti di città. Dopo il 1604 il rettorato degli studenti cessò definitivamente. Già da tempo lo Studio era andato estendendosi dall’ambito giuridico ad altri campi del sapere. Fin dal XIII secolo ai legisti si era contrapposto, come corpo distinto, quello degli artisti, intesi come studiosi di medicina, chirurgia, filosofia, astrologia, logica, retorica e ars notaria. Dal ’300 in poi si suddivisero le vecchie cattedre e se ne istituirono di nuove fino alla seconda metà del xviii secolo. Nel 1803, in seguito alla stesura di un piano di riorganizzazione istituzionale e urbanistica, nasceva la moderna Università, attraverso la quale si redistribuivano le varie cattedre in tre facoltà (fisico-matematica, medica e legale), e si ridefiniva l’organizzazione spaziale dei laboratori. In questa occasione l’Archiginnasio fu abbandonato e le scuole trasferite in palazzo Poggi, fin dal 1711 sede dell’Istituto delle Scienze, una delle massime istituzioni scientifiche europee del Settecento, nata su progetto di Luigi Ferdinando Marsigli come domus sapientiae, nel tentativo di supplire a una situazione di crisi dello Studio. Numerosi laboratori furono progettati e realizzati nelle adiacenze del palazzo in età napoleonica. Durante la Restaurazione (1827) fu acquistata la Ca’ Grande dei Malvezzi per rispondere al fabbisogno di aule. Alla fine del XIX secolo fu impostato un piano complessivo di ampliamento degli istituti e dei laboratori dell’Università (piano Capellini, 1888), poi revisionato profondamente e realizzato per fasi successive attraverso convenzioni stipulate tra Università, enti locali e Stato. Attualmente l’Università è costituita da numerosi dipartimenti e da cinque Scuole: Economia e Management, Ingegneria, Lettere e Beni Culturali, Medicina e Chirurgia, Scienze, ognuna con numerosi istituti, biblioteche e musei. Le varie facoltà, i relativi istituti e i dipartimenti sono dislocati massimamente all’interno del quadrante urbano di nord-est. Il nucleo centrale della città degli studi è identificabile con il cinquecentesco palazzo Poggi, la comunicante Ca’ Grande dei Malvezzi e le loro adiacenze, interne all’isolato compreso tra le vie Belmeloro, Zamboni, S. Giacomo e Selmi. Oltre alla sede di Bologna, l’Università si articola come Ateneo Multicampus, con i campus di Cesena, Forlì e Rimini, oltre al Centro de Altos Estudios de la Universidad de Bolonia in Argentina. Sedi e uffici di rappresentanza dell’Università di Bologna sono presenti anche a Bruxelles, New York e Shanghai. Le varie cliniche universitarie sono quasi tutte raccolte nel complesso dell’ospedale S. Orsola.

  • Via Selmi Bologna (BO)

    In via Selmi si fronteggiano, simili nella definizione planivolumetrica, al N. 2 l’Istituto Chimico «G. Ciamician» (Edoardo Collamarini, 1916; vi ha sede la collezione di Chimica), e un fabbricato realizzato nel 1933, che accoglie nel corpo centrale, N. 3, la collezione di Zoologia e nelle due ali laterali, la collezione di Antropologia (N. 1) e la collezione di Anatomia comparata. La collezione di Antropologia, oltre a illustrare l’evoluzione dei primati e dell’uomo, comprende sezioni dedicate alla paletnologia dell’Emilia-Romagna, allo strumentario antropologico di inizio ’900, alle diversificazioni razziali; inoltre, un’importante collezione osteologica di oltre un migliaio di scheletri completi, esemplarmente documentati.

  • S. Maria Maddalena Bologna (BO)

    Ricostruita su disegno di Alfonso Torreggiani (1761-63); all’interno, nella 2a cappella sinistra, notevole Compianto su Cristo morto, terracotta policroma di Giuseppe Mazza (1681).

  • Museo geologico «Giovanni Capellini» Bologna (BO)

    Importante museo, bombardato nel corso della seconda guerra mondiale, fu riordinato negli anni 1958-62; l’antico edificio che lo ospita è stato restaurato nel 1988. Nel 2003 la Sala dei dinosauri è stata arricchita di attrezzatura multimediale. Il nucleo originario del museo risale alle raccolte dello stesso Capellini, poi notevolmente accresciute. Sono presenti quattro ordini di collezioni: 1°, collezioni antiche, preziose per la storia della scienza (sec. XVI-XVIII, con cimeli di illustri scienziati, quali: Ulisse Aldrovandi, Luigi Fernando Marsigli, Luigi Galvani); 2°, piante fossili, tra cui due grandi palme dell’Eocene vicentino e preziosa raccolta di Cicadee silicizzate emiliane e nord-americane; 3°, vertebrati fossili, tra cui grandi pesci del M. Bolca (Eocene veronese) e del Carso, un modello in grandezza naturale del colossale Diplodoco (dinosauro americano lungo 26 m), due stupendi esemplari di Ittiosauro (rettile acquatico del Giurassico), un uovo gigante di Aepyornis (uccello estinto del Madagascar), Cetacei italiani, Sdentati delle Pampas, due bellissimi scheletri del Mastodonte proboscidato pliocenico; 4°, collezioni stratigrafiche di rocce e invertebrati fossili italiani e stranieri, disposti in ordine geografico.

  • Collezione di Mineralogia-Museo «Luigi Bombicci» Bologna (BO)

    Sistemato in un’interessante costruzione (Flavio Bastiani, 1903) che consente un articolato raccordo tra la parte conclusiva di via Zamboni e via Irnerio, il museo è diviso in quattro principali sezioni: sistematica, regionale italiana, minerali del Bolognese, petrografica. Sono presenti raccolte di meteoriti, pietre ornamentali, ambre, strumenti e vetrine didattiche. Di particolare rilievo: campioni di gesso, quarzo a tremia, datolite del Bolognese; zolfo, gesso, celestina, aragonite delle solfare siciliane e romagnole; quarzo, agata e opale; argento, salgemma, fluorite, ematite, calcite, azzurrite, fosgenite, vivianite, epidoti, pirosseni, feldspati. Nella stessa piazza si trovano anche il Dipartimento di Matematica (Giovanni Michelucci, 1960-65) e l’Istituto di Fisiologia medica

  • Via Irnerio Bologna (BO)

    Lungo la via Irnerio, aperta nel 1903, si susseguono istituti universitari e musei. Al N. 48 si incontra la collezione delle cere anatomiche «L. Cattaneo», al N. 46 la collezione di Fisica e al N. 42 l’Orto botanico ed Erbario. Al N. 49 è collocato l’Archivio storico universitario dal 1859, con annessa biblioteca specializzata. Continuando a percorrere la via Irnerio si possono notare alcune interessanti inserzioni del primo ’900 (numeri 35-39). Poco distante è la chiesa di S. Maria della Purificazione.

  • Palazzina della Viola Bologna (BO)

    Fatta costruire da Annibale Bentivoglio nel 1497 come casino di delizia. L’edificio è a pianta quadrata a due piani, con portico e aereo loggiato che ne avvolge il nucleo centrale. Fu restaurata nel 1948-49 dopo essere stata danneggiata dalla guerra. Attualmente è sede dell’Istituto di Meccanica agraria. Al primo piano, nel salone centrale, storie di Costantino e di papa Silvestro, vasta decorazione (deperita in più punti) di Prospero Fontana (1550 circa). Nelle logge esterne, sulle pareti, quattro scene mitologiche affrescate da Innocenzo da Imola (1545 circa).

  • Erbario Bologna (BO)

    L’Orto botanico ed Erbario, trasferito nella sede attuale nel 1803 e poi mutilato nella sua originale struttura in età napoleonica in seguito all’apertura della strada. L’Erbario è uno dei più antichi d’Europa.

  • S. Maria della Purificazione Bologna (BO)

    Originariamente settecentesca, ricostruita nel 1951 dopo i danni bellici del 1943-44, che distrussero anche la contigua chiesa di S. Maria Maddalena, presso la quale (via Mascarella 44) è stato restaurato l’Oratorio a due aule sovrapposte (Alfonso Torreggiani, 1765). All’interno di S. Maria della Purificazione rimangono pochi resti dell’antica decorazione. Nella 3a cappella sinistra, storie di S. Domenico, rare tavole del XIII secolo; seguono, sulle pareti, Noli me tangere di Bartolomeo Passarotti e Madonna col Bambino e i Ss. Sebastiano e Rocco del Bagnacavallo; sopra l’altare maggiore, Presentazione al tempio di Camillo Procaccini.

  • Accademia delle Belle Arti Bologna (BO)

    All’interno dello stesso edificio che ospita la Pinacoteca nazionale, l’Accademia di Belle Arti, già Accademia nazionale in età napoleonica (1803), comprendente numerose scuole e insegnamenti afferenti alle arti visuali. All’interno, la ex chiesa di S. Ignazio (Alfonso Torreggiani, 1728-35) è stata adattata ad Aula Magna dell’Accademia. La sala accoglie due dipinti, Estasi di S. Ignazio di Giacomo Pavia e i Ss. Luigi Gonzaga e Stanislao Kostka di Felice Torelli. Tamburo e cupola della chiesa furono mozzati all’epoca della trasformazione in aula magna dell’Università nazionale napoleonica (1805). Da notare ancora nella sala Clementina l’Allegoria della Fama di Marcantonio Franceschini (con un autoritratto di Carlo Cignani), i busti marmorei di Clemente XI, attribuito ad Agostino Cornacchini, e del cardinale Aldrovandi di Bernardino Ludovisi (1728). Nell’attigua saletta di Curlandia, sede dell’Accademia Clementina, nata nel 1710 per iniziativa di Giampietro Zanotti e sotto la protezione di papa Clemente XI, monumento al duca Pietro di Curlandia, su progetto architettonico di Angelo Venturoli e plastica di Giacomo De Maria. Nel corridoio degli uffici sono collocati i rilievi in terracotta dei settecenteschi premi Marsigli-Aldrovandi.

  • Pinacoteca nazionale Bologna (BO)

    L'edificio che ospita la Pinacoteca nazionale, già sede del noviziato gesuitico di S. Ignazio, è un robusto e severo quadrilatero costruito su disegno di Francesco Martini nella seconda metà del XVII secolo. Adibito dal 1804 a sede della quadreria dell’Accademia di Belle Arti, conquistò un posto di rilievo nella nuova organizzazione della zona universitaria; nel corso del tempo ha subito ripetute trasformazioni edilizie per rendere adeguata l’organizzazione spaziale alle esigenze espositive. I lavori di riallestimento hanno portato alla creazione di nuovi spazi espositivi, le cosiddette sale delle Belle Arti: si tratta di un’area ricavata nelle parti interrate dell’ex convento, articolata attorno a un ambiente centrale – il salone degli Incamminati – frutto dello scavo eseguito nei seminterrati sottostanti al cortile che raccorda la Pinacoteca con la vicina Accademia di Belle Arti. Oltre all’ampio salone centrale, utilizzato come spazio per mostre temporanee, si trovano la sala Clementina dedicata all’esposizione di opere grafiche e un’aula per conferenze e proiezioni. Le vicende storico-artistiche di Bologna sono in gran parte riflesse nella sua Pinacoteca, che è, quindi, tappa fondamentale per la conoscenza della storia culturale della città. Nata come quadreria dell’Accademia di Belle Arti, questa straordinaria raccolta ha avuto sin dalle origini una funzione di tutela nei confronti del patrimonio artistico locale. Già l’Accademia Clementina, settecentesca antenata dell’istituto, aveva prerogative consultive nell’ambito della tutela. Nel 1762 questo ruolo venne sottolineato dal munifico gesto di monsignor Francesco Zambeccari che donò all’Accademia un piccolo nucleo di dipinti cinquecenteschi. Alcuni decenni più tardi un altro Zambeccari, il marchese Giacomo, fece dono di una ben più cospicua raccolta di dipinti e sculture, ma l’opposizione degli eredi e i successivi rivolgimenti politici ritardarono di quasi un secolo l’acquisizione del lascito. Nel 1794 iniziarono le soppressioni degli edifici religiosi cittadini, proseguite due anni dopo dalle autorità napoleoniche. In questi frangenti, una commissione di accademici clementini venne incaricata di raccogliere nell’ex convento di S. Vitale (ora scomparso) le opere d’arte dei soppressi luoghi di culto. Nello stesso anno, però, un nucleo di capolavori partirà alla volta di Parigi, dove arricchirà il Musée Napoléon. Nel 1805, una cinquantina di opere, scelte da Andrea Appiani, confluiranno nel Museo nazionale (la futura Pinacoteca di Brera) di Milano, divenuta capitale del Regno Italico. Nel frattempo l’Accademia Clementina, soppressa dal governo napoleonico e divenuta, nel 1804, Accademia di Belle Arti, si trasferì nell’edificio dell’ex noviziato gesuitico. Nelle sale superiori venne collocata la quadreria che comprendeva anche le opere provenienti dagli edifici soppressi. Nel 1816 entrano in S. Ignazio i quadri requisiti dai Francesi e ritornati a Bologna grazie all’opera di mediazione di Antonio Canova. Nell’epoca post-unitaria la separazione, per decreto reale (1882), degli istituti addetti alla conservazione dalle accademie deputate all’insegnamento artistico, portò alla nascita del moderno ente museale. Ristrutturata e meglio attrezzata, la Pinacoteca venne riaperta al pubblico nel 1885. Durante l’Ottocento nuovi criteri di gusto si erano sovrapposti alle istanze storicistiche che avevano plasmato l’originaria fisionomia della raccolta. La volontà di celebrare innanzitutto le glorie artistiche dei Carracci e di Reni, la lacunosa conoscenza del Trecento bolognese, la mancanza di spazi per nuove acquisizioni portarono alla dispersione e all’alienazione del nucleo di tavole e fondi oro dei cosiddetti ‘primitivi’. Nei primi anni ’80 la Pinacoteca si potenziò con il definitivo ingresso della collezione Zambeccari e con la riunificazione della grande raccolta di disegni e stampe donata da papa Lambertini all’Accademia Clementina che, in epoca napoleonica, era stata affidata per un malinteso alla Biblioteca universitaria. Agli inizi del Novecento il catalogo di Anacleto Guadagnini (1906) testimonia un intenso sfruttamento delle pareti, con scarse preoccupazioni per la leggibilità dei dipinti. Con la direzione di Francesco Malaguzzi Valeri (1914-1930) viene eseguita, su progetto di Edoardo Collamarini, l’edificazione di una nuova ala. Il catalogo di Enrico Mauceri (1935) rende conto della nuova disposizione della raccolta in sale arredate con mobili e statue, e incrementata da altri acquisti di pittura quattrocentesca e seicentesca. Dal 1950 Cesare Gnudi, succeduto ad Antonino Sorrentino, avvia un programma di importanti mostre che portano alla definitiva rivalutazione critica dell’arte bolognese dal Trecento al Settecento. Nel contempo, nuove significative acquisizioni definiscono ancor meglio i lineamenti di una raccolta divenuta imprescindibile per la conoscenza dell’arte bolognese. Si avverte anche la necessità di dare adeguata sistemazione espositiva a una serie di affreschi staccati, come l’Ultima Cena di Vitale da Bologna, scoperta nel 1935 nel convento di S. Francesco, o come il ciclo affrescato della chiesa di Mezzaratta. I lavori di edificazione e di ristrutturazione degli spazi secondo il progetto di Leone Pancaldi (1957-73) hanno portato all’attuale coerenza architettonica delle sale e a una più razionale esposizione delle opere. In anni più recenti (direzione di Andrea Emiliani dal 1974), pur tra le costanti carenze di fondi, di personale e di spazi, è proseguita l’opera di integrazione sia critica che museografica della raccolta, anche attraverso nuove acquisizioni, come il recupero sul mercato inglese (1985) del Cristo morto tra santi di Vitale, alienato dalla Pinacoteca stessa nel corso dell’Ottocento. Nel 1988 hanno avuto inizio nuovi lavori di sistemazione della Pinacoteca che hanno portato (1997) a un ampliato riallestimento degli spazi espositivi e dei servizi. La seguente descrizione delle opere dà conto, perciò, non del percorso espositivo precedente, ma della consistenza generale della raccolta per sequenze cronologiche. Dall’ingresso si accede nell’atrio che ha alle pareti Paesaggi a tempera, attribuiti a Vincenzo Martinelli. Nel cortile a sinistra, bella cisterna in arenaria di Francesco Terribilia (1568) trasferita nel 1886 dall’orto dei Semplici nel Palazzo comunale. A destra, scalone d’accesso alla galleria, progettato da Leone Pancaldi. In alto, sulla parete, Nozze di Cana di Gaetano Gandolfi (1775), di chiara impronta veronesiana, e sulla volta, quadratura illusionistica con Gloria di S. Ignazio di Giuseppe Barbieri, pittore gesuita seguace di Andrea Pozzo. Nella sezione dei primitivi spiccano due Crocifissi duecenteschi, nella maniera di Giunta Pisano: uno è di un anonimo maestro attivo tra il 1255 e il 1265; l’altro è dello spoletino Rinaldo di Ranuccio. La particolare inflessione del Trecento bolognese, in cui confluiscono l’espressivo e vivace gotico d’oltralpe e la costruttività giottesca della scuola riminese, si coglie nell’opera dello Pseudo Jacopino di Francesco, attivo a partire dal terzo decennio (S. Giacomo alla battaglia di Clavijo, affresco trasportato su tela proveniente dalla chiesa di S. Giacomo Maggiore; Incoronazione della Vergine). Alla fase tarda dell’artista (o a un’altra personalità dai modi più espressivi e narrativi) appartengono tre polittici (Dormitio Virginis; Presentazione al tempio; Incoronazione della Vergine), tutti dello scadere degli anni ’30 del XIV secolo. Nello stesso tempo era stata eseguita per la soppressa chiesa di S. Maria degli Angeli l’unica opera di Giotto rimasta a Bologna, un grande polittico (*Madonna col Bambino e santi, del 1333-34), firmato dal maestro fiorentino ma eseguito con intervento della bottega, di cui forse faceva parte anche il bolognese Dalmasio. La prima attività di Vitale da Bologna, ancora impregnata, intorno al 1330, di giottismo riminese, è documentata dal frammento di affresco con un’*Ultima Cena, proveniente dal convento di S. Francesco. Al momento più intenso del gotico di Vitale si devono il *S. Giorgio e il drago, l’affresco con il Presepe staccato dalle pareti della chiesa di S. Apollonia di Mezzaratta, le quattro tavolette con *storie di S. Antonio abate. A una fase più tarda appartengono il Cristo morto tra santi (1350 c.) e la Risurrezione di Cristo, un altro frammento di affresco recuperato nel chiostro di S. Francesco. Il grande complesso di sinopie e di affreschi distaccati dalla chiesa di di Mezzaratta è un testo fondamentale per il Trecento bolognese. Al già citato Presepe di Vitale, staccato nel 1949, sono state riunite le storie del Vecchio Testamento e le storie di Cristo, affrescate nella seconda metà del secolo dai migliori seguaci di Vitale. Di stretta osservanza vitalesca è Simone dei Crocifissi, assai attivo nella seconda metà del Trecento: polittico con Incoronazione di Maria (1365-70), S. Elena che adora la croce, Madonna col Bambino, angeli e un committente (dopo il 1378), un altro polittico con Incoronazione di Maria, predella con sette episodi della vita di Maria. La cultura tardo-gotica sviluppatasi attorno al cantiere di S. Petronio, inaugurato nel 1390, è rappresentata da due delle rare opere di Lippo di Dalmasio (Incoronazione della Vergine, del 1394, e Madonna dell’Umiltà). Protagonista di questo momento è Jacopo di Paolo la cui opera (resto del polittico di S. Michele in Bosco; Crocifissione) denuncia un sobrio neo-giottismo. Dopo Jacopo, animatore del cantiere petroniano è Giovanni da Modena del quale si conserva il bel *Crocifisso proveniente da S. Francesco. La serie delle opere d’arte rinascimentale si apre con il *polittico dei muranesi Antonio e Bartolomeo Vivarini, commissionato nel 1450 da papa Nicolò V per S. Girolamo alla Certosa. L’opera, splendidamente conservata, denuncia l’adesione alla spazialità rinascimentale, pur all’interno di una sontuosa cornice tardo-gotica, ed è sintomo, insieme al Cristo su sarcofago di Antonio Vivarini e ai frammenti di polittico del veneziano Francesco Pelosio, della soggezione di Bologna alla scuola veneta verso la metà del Quattrocento. L’impronta veneta si avverte anche nel centese Marco Zoppo, formatosi a Padova, autore di un bel S. Girolamo penitente (1465 c.). Una svolta decisiva, negli anni ’70 del Quattrocento, venne impressa dall’arrivo di Francesco del Cossa, ferrarese. La sua pala dei Mercanti (1474) innesta nel vitalissimo intreccio di stimoli fiamminghi e pierfrancescani, da cui era nata la pittura ferrarese, un forte plasticismo che dà carattere all’umanesimo severo di Bologna. Di un altro grande ferrarese, Ercole de’ Roberti, è la Maddalena piangente, minuscolo suggestivo frammento della scomparsa decorazione della cappella Garganelli in S. Pietro. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento il ferrarese Lorenzo Costa è l’artista prediletto della corte bentivolesca, il cui gusto è pienamente appagato dalle sue forme semplificate e dai suoi ritmi fluenti: *Madonna col Bambino e santi del 1491; *Madonna col Bambino e santi del 1496, per S. Tecla; S. Petronio tra i Ss. Francesco e Domenico del 1502; Sposalizio della Vergine del 1505. L’inclinazione peruginesca di Costa sarà stata certo ribadita dall’arrivo a Bologna, verso il 1500, della *Madonna in gloria e santi dipinta da Perugino per la cappella Scarani di S. Giovanni in Monte, e ora in Pinacoteca, mentre ulteriori indicazioni verso una levigata purezza di forme potevano venire dalla Madonna col Bambino di Cima da Conegliano, anch’essa proveniente da S. Giovanni in Monte. Altro interprete della cultura bentivolesca è il bolognese Francesco Francia. Da S. Maria della Misericordia provengono la pala Felicini (1494), la pala Bentivoglio, la pala Manzuoli, la pala Scappi. Dipinte nel primo decennio del nuovo secolo, due pale con la Vergine annunciata e santi documentano la maturità del Francia, le forme devote e dolcemente ritmiche alla maniera di Perugino, il colore morbido e sfumato, il precoce classicismo della composizione. Al di là di questo proto-classicismo si proietta, attraverso il filtro di influssi nordici e di suggestioni dall’antico, l’eccentrico Amico Aspertini (*Adorazione dei Magi e pala del Tirocinio). L’*Estasi di S. Cecilia, eseguita da Raffaello a Roma intorno al 1513 e inviata a Bologna per la cappella Duglioli di S. Giovanni in Monte, segna la fine del proto-classicismo bentivolesco e, con l’autorità del capolavoro assoluto, accredita il potere politico della Chiesa che aveva definitivamente conquistato Bologna dopo la cacciata dei Bentivoglio. La pittura ferrarese dei primi decenni del Cinquecento, nutrita di motivi raffaelleschi, giorgioneschi, bolognesi, è rappresentata dall’Ortolano (Madonna col Bambino e angeli musicanti), dal Mazzolino (Adorazione dei pastori), dal Garofalo (Sacra Famiglia), da Niccolò Pisano (Compianto di Cristo). Aperto a esperienze ferraresi, venete, ma anche nordiche è il romagnolo Francesco Zaganelli nella visionaria Deposizione di Cristo, mentre Girolamo da Cotignola inclina verso un raffaellismo complicato da inquietudini manieriste (Madonna col Bambino e santi). A Bologna il raffaellismo si sviluppa con l’interpretazione tra arcaicizzante e purista di Biagio Pupini (Adorazione del Bambino), del Bagnacavallo (Matrimonio mistico di S. Caterina) e di Innocenzo da Imola (Madonna col Bambino, santi e devoti, Madonna col Bambino e santi). Fuggito da Roma nell’anno del sacco (1527), Parmigianino si stabilisce a Bologna sino al 1531 e qui dipinge alcuni dei più raffinati testi del manierismo emiliano, tra cui la *Madonna col Bambino e santi, già nella chiesa di S. Margherita. A metà Cinquecento il panorama artistico bolognese si arricchisce del fiabesco parmigianinismo di Niccolò dell’Abate (*storie dell’Orlando Furioso, affreschi staccati da palazzo Torfanini), e dell’esasperato michelangiolismo di Pellegrino Tibaldi (due Sibille). La sofisticata cultura espressa da Parmigianino, dal dell’Abate e da Giorgio Vasari (Cena di S. Gregorio, 1540, proveniente da S. Michele in Bosco) viene filtrata da Prospero Fontana e arricchita di istanze tridentine e di curiosità naturalistiche (Adorazione dei Magi, Deposizione nel sepolcro). Più accade- miche, pur nella loro eleganza, le opere di Lorenzo Sabbatini (Gesù morto), di Orazio Samacchini (Incoronazione della Vergine e santi), di Denjis Calvaert (Flagellazione, Noli me tangere), mentre Bartolomeo Passarotti nell’impianto tardo-manierista innesta gustosi spunti naturalistici (Risurrezione di Cristo, Presentazione di Maria al tempio, S. Francesco in estasi). Contemporanei dei Carracci, ma appartati in una linea autonoma, appaiono l’austero essenziale Bartolomeo Cesi (Vergine in gloria tra santi, L’Immacolata appare a S. Anna) e il bizzarro Pietro Faccini (Annunciazione). L’attività dei Carracci si pone, sin dall’inizio, lo scopo di superare le convenzioni tardo-manieriste con lo studio dei grandi pittori del primo Cinquecento, con la ripresa del colorismo veneto, con l’approccio più diretto alla natura e ai sentimenti. Ludovico, più sensibile agli orientamenti della Chiesa post-tridentina, dà un personalissimo contributo al rinnovamento della pala d’altare (Annunciazione, Caduta di S. Paolo, *Madonna Bargellini, Madonna del Rosario, *Madonna degli Scalzi, Martirio di S. Orsola, Predica di S. Giovanni nel deserto, Martirio di S. Pietro Toma, Nascita del Battista). Di Agostino, più colto, maestro dell’arte incisoria, si conserva l’opera forse più significativa: la *Comunione di S. Girolamo (1591 c.) proveniente da S. Girolamo alla Certosa e un’Assunzione della Vergine, già in S. Salvatore. Dell’attività di Annibale è prevalentemente documentato il periodo bolognese, sino al 1595 (Angelo annunciante, Vergine annunciata, *Madonna di S. Ludovico, Assunzione della Vergine), mentre agli anni romani appartengono S. Francesco che adora il Crocifisso, un Cristo deriso e la Toeletta di Venere, in cui più evidente appare il suo poetico ideale di classicismo. L’eccezionale generazione di artisti nati nella seconda metà degli anni ’70 del Cinquecento interpreta variamente il mutamento di gusto imposto dai Carracci. La revisione idealizzante effettuata da Guido Reni già nella giovanile Incoronazione della Vergine, diventa poi culto contemplativo della bellezza ideale (*Strage degli innocenti, *Sansone vittorioso, Pietà dei mendicanti, *Crocifissione, *pala della Peste, S. Andrea Corsini, *Ritratto della madre, *S. Sebastiano, Flagellazione). Il classicismo di Annibale si fa lirico in Francesco Albani (Madonna col Bambino e sante) e rigoroso in Domenichino che a volte esprime emozioni forti ed esemplari (Uccisione di S. Pietro martire, Martirio di S. Agnese), altre volte si concentra sul paesaggismo ideale impostato a Roma da Annibale (Paesaggio con Silvia e satiri). Bologna si impone ormai come centro artistico più importante dell’Italia settentrionale attraverso l’attività dei pittori di ambito ludovichiano come Alessandro Tiarini (Funerali della Vergine, Deposizione di Cristo nel sepolcro, Annunciazione) e Giacomo Cavedoni, la cui bella pala di S. Alò è innervata da un saporito neo-venetismo. Più isolato il Mastelletta, impegnato in una sorta di neo-manierismo bizzarro e guizzante (Elemosina di una santa, Apparizione della Madonna, Cristo servito dagli angeli). Le opere giovanili di Guercino sono caratterizzate da un’intensa cromia neo-veneta (S. Sebastiano curato da Irene) e da un luminismo magico e vibrante, in uno spazio disarticolato (*Vestizione di S. Guglielmo). L’ultima produzione, all’indomani della morte di Reni, si conforma all’ideale formale del maestro (S. Pietro martire, Madonna col Bambino). Tra gli allievi di Reni, oltre ai fedelissimi Giovanni Francesco Gessi (Miracolo di S. Bonaventura) e Giovanni Andrea Sirani (Presentazione della Vergine al tempio), si distingue, per la sua revisione in chiave naturale dell’idealismo formale reniano, Simone Cantarini (Immacolata e santi, *Ritratto di Reni, Ss. Giuseppe e Domenico, Ss. Antonio da Padova e Francesco di Paola). La generazione nata alla fine degli anni ’20 del Seicento interpreta in modi diversi la tradizione classicista della scuola bolognese: l’eredità reniana è rifusa nel colorismo veneto da Lorenzo Pasinelli (Svenimento di Giulia, Miracolo di S. Antonio da Padova, Martirio di S. Orsola, Adorazione dei pastori) e dal suo allievo prediletto Gian Gioseffo dal Sole (Maddalena penitente). Nello stesso tempo, Carlo Cignani, discepolo dell’Albani, si volge a un recupero purista di Correggio (Madonna col Bambino e santi) che, nell’allievo Marcantonio Franceschini, inclina verso forme apollinee (Quattro stagioni, Allegoria della Fama, Morte di Abele). A metà del secolo le novità più rilevanti si devono a Domenico Maria Canuti che immette a Bologna soluzioni propriamente barocche, apprese a Roma (Morte di S. Benedetto) e riprese dal suo allievo Giovanni Antonio Burrini con maggior foga espressiva (S. Agnese, Susanna e i vecchioni, Erminia tra i pastori). Genio antiaccademico per eccellenza è un altro allievo di Canuti, Giuseppe Maria Crespi, oscillante tra i poli del virtuosismo tecnico e della propensione oggettiva verso il reale (Amorini dormienti, *Scena di cortile, Famiglia di Zanobio Troni, Ragazza con una rosa e un gatto, Gentiluomo in veste di cacciatore, S. Giovanni Nepomuceno, Strage degli innocenti, Cristo deriso). Su una linea di classica compostezza si muove invece la pittura di Donato Creti (Achille tuffato nello Stige, Visitazione, Paesaggio con figure), che, in collaborazione con Carlo Besoli e Nunzio Ferrajoli, dipinse due tombe allegoriche per la serie voluta dall’inglese Owen McSwiny. L’elegante barocchetto di metà Settecento è interpretato da Felice Torelli (Bacio di Giuda), da Giuseppe Marchesi (Quattro stagioni, Giuditta e Oloferne) e da Vittorio Bigari (Adorazione dei Magi, Battesimo di Cristo, Nozze di Cana). La seconda metà del Settecento vede il dominio dei tre Gandolfi che, grazie alla conoscenza diretta dell’arte veneziana, immettono una nuova scioltezza stilistica nella pittura bolognese. Di Ubaldo si segnalano una Risurrezione, il Ritratto del marchese Casali, due deliziosi busti di giovani; di Gaetano, un Ritratto di giovanetta, una Diana sul carro, il Coriolano con la madre, la Continenza di Scipione; di Mauro, figlio di Gaetano, una scena di commiato e l’intenso Autoritratto che attesta l’aggiornamento del giovane artista a Parigi, sui modelli del neoclassicismo ormai incalzante.

  • Biblioteca «Walter Bigiavi» Bologna (BO)

    La biblioteca di discipline economico-aziendali «Walter Bigiavi» (Enzo Zacchiroli, 1963-73) rivolge un fronte cieco in cemento a vista sulla strada.

  • Palazzo Bentivoglio Bologna (BO)

    In via delle Belle Arti, l’impaginato classico della facciata del palazzo Bentivoglio emerge di fronte a un’area che mostra ancora i segni di inconsulte demolizioni degli anni ’60 del Novecento, chiudendo il fondale con una quinta a tre ordini di finestre, dove spiccano decorazioni e membrature in macigno. Il palazzo, iniziato nel 1551 su probabile disegno di Bartolomeo Triachini, è stato attribuito anche a Domenico Tibaldi. All’interno si apre un maestoso cortile a due ordini di loggiato, eseguito su disegno del Tibaldi (seconda metà del XVI secolo) e poi parzialmente concluso da G.B. Falcetti nella prima metà del Seicento; il loggiato superiore, incompiuto, mostra una struttura altamente scenografica.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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