Comacchio e le sue Valli

In collaborazione con Touring Club

Itinerario circolare per terre di bonifica e valli salmastre, unico resto di una ben più ampia laguna deltizia percorsa da grondaie fluviali vive o spente, da cordoni dunali di antichi litorali su cui nel corso dei secoli si sono stabiliti – entro un ambiente molto mobile – i punti fermi degli insediamenti. 

Le caratteristiche di tali agglomerati – a ecce- zione di Comacchio – sono molto mutate nella seconda metà del Novecento; ma ancora più mutate, non senza suscitare accese polemiche, le originali caratteristiche ambientali, di cui restano solo ristrette testimonianze: a chi sottolineava gli aspetti positivi della sostituzione di paludi semiproduttive con fertili plaghe agricole, si è obiettato che «in tutto il mondo è in atto da anni una vera e propria riabilitazione delle paludi, non solo per la loro importanza scientifica, ma per [...] la loro essenziale funzione di valvole di sfogo e serbatoi per le acque di piena, di diaframma contro le mareggiate, di elemento termoregolatore nei riguardi della vegetazione e delle colture, di protezione delle falde idriche». 
E se il punto di vista ambientalista oggi prevale su quello bonificatorio, cambiano anche le funzioni degli enti di bonifica, chiamati a compiti di difesa del suolo più che di supporto a un ulteriore sviluppo produttivo. 

Il territorio compreso tra il Po di Volano (a nord), il Po di Primaro (a sud-ovest), il fiume Reno (a sud) e il mare Adriatico (area al cui interno circola questo itinerario) ricade nel Consorzio di Bonifica Pianura di Ferrara. Un rilievo del tutto particolare – considerato che gran parte del territorio è sotto il livello del mare – vi assume il sistema scolmante delle acque, interamente affidato ai canali artificiali e agli impianti idrovori. 

Le Valli di Comacchio occupavano un tempo una vasta estensione del territorio orientale e sud-orientale della provincia di Ferrara, corrispondendo a quel tratto dell’area litoranea dove nell’antichità erano le foci del Po. A seguito di successivi interventi operati tra le due guerre mondiali (prosciugamento della parte a nord della strada Ostellato-Porto Garibaldi) e culminati (1962-65) nel prosciugamento della Valle del Mezzano, il complesso degli specchi vallivi comacchiesi si è ridotto all’esigua zona meridionale: oggi è di circa 13 mila ettari. 

La formazione delle Valli di Comacchio ha avuto inizio nel tardo Medioevo e in età rinascimentale, a causa del lento ma progressivo fenomeno di subsidenza del suolo. Pare accertato che il Po in epoche preistoriche tenesse il suo corso in una linea corrente poco a sud di Ferrara fino a nord di Ravenna. In seguito, dopo il periodo della massima ingressione marina (circa 5 mila anni fa), i fenomeni di colmata fluviale, che progressivamente si accentuarono, determinarono un po’ alla volta lo spostamento della linea di costa verso levante, e anche l’asse del Po deviò più a nord cominciando a diramarsi. 

All’epoca dell’etrusca Spina il ramo principale del Po (Spinetico, e più tardi Eridano) aveva il proprio corso da Ferrara per Ostellato e San Giovanni; poi, piegando a sud-est, entrava in una vasta fascia lagunare, chiusa a levante dal cordone sabbioso del litorale denominato convenzionalmente etrusco e dove si sono infatti scoperte le necropoli di Spina. 

Quando la foce del Po, nel suo progressivo protendersi, allontanò quest’ultimo abitato dal mare, i suoi abitanti tagliarono, con un canale navigabile (largo m 15 e lungo 2 km), i cordoni litoranei; l’opera, imponente per quei tempi, non poté risolvere stabilmente il problema, perché il lento avanzamento del litorale proseguì segnando la decadenza dell’emporio. 

Complessivamente tutto il Delta aveva in età romana i caratteri di una vasta area lagunare; oltre alle necropoli etrusche nelle Valli Pega e Trebba, nell’ambito di queste stesse valli e in quella del Mezzano sono state rinvenute numerose tracce di piccoli insediamenti sparsi che sfruttavano la posizione favorevole per la pesca e per i commerci, grazie al doppio collegamento – fluviale e marittimo – cui si aggiunse nel 131 a.C. la Via Popilia che, attraversando il Delta da sud a nord, collegava Ravenna e Adria, e che fu successivamente prolungata fino ad Aquileia. Il ramo del Po Spinetico scomparve nel VII-VIII secolo, epoca in cui si formò il Po di Primaro, ramo principale fino alla rotta di Ficarolo (1152). 

Il Po di Volano era già attivo nel II secolo a.C., mentre nel I d.C. si formano tra il Po Eridano e di Volano altri due rami: l’uno («Caprasia») sfociante presso Porto Garibaldi, l’altro («Sagis») a nord di San Giuseppe di Comacchio. Il Primaro rimase efficiente fino al secolo XVI, mentre progressivamente andavano accrescendosi i rami veneti di Levante e di Venezia. Per effetto della diversione verso settentrione del Po i terreni a sud di Codigoro, privati di nuove sedimentazioni alluvionali e tendenti a deprimersi, furono invasi da acque marine; rimasero emergenti le parti più alte, in corrispondenza di antichi delta. 

L’uomo nel corso dei secoli facilitò l’ingresso delle acque marine in tali depressioni, che così finirono per diventare valli salse, sfruttabili soprattutto in funzione della pesca. La prima regolazione organica a questo scopo fu fatta sotto gli Estensi (secolo XV), mentre in età moderna vi è stata applicata una tecnica progredita che sfrutta razionalmente la loro particolare pescosità.

  • Lunghezza
    139,6 km
  • Abbazia di S. Bartolo Ferrara (FE)

    L'abbazia di S. Bartolo (originariamente S. Bartolomeo) è un complesso benedettino di vetustissima origine (è documentato già nel IX secolo), le cui attuali strutture, configurate alla fine del XIII secolo, sono state modificate nel XVII e nel XVIII. Il monastero, nonostante il degrado dovuto all’improprio riuso come ospedale psichiatrico, è di notevole pregio architettonico. La chiesa conserva in facciata le originarie linee gotiche, caratterizzate da un portale a protiro datato 1294 e da una serie di bacini in ceramica policroma disposti a croce greca; sempre di disegno gotico è l’abside poligonale. L’interno, a croce latina e di aspetto barocco, conserva gli originali caratteri nelle cappelle laterali, nel presbiterio e nell’abside; l’importante ciclo di affreschi duecenteschi, rinvenuto nel 1955 nel capocroce, è dal 1973 esposto nella Pinacoteca nazionale di Ferrara.

  • Pieve di San Vito Ostellato (FE)

    Pieve romanica fondata secondo la tradizione nel 1027, deturpata nel 1686 (ne fu allora invertito l’orientamento) e ristabilita nel primitivo aspetto nel 1925-27; nel lato destro della facciata, dall’unico portale sormontato da biforetta, si leva il quadrato campanile (1228). All’interno, scoperte le arcate romaniche, il restauro ha ricostituito il paramento con mattoni a vista; sostiene la mensa dell’altare maggiore un cippo della tomba di Camurio Prisco; nella cripta, ricostruita con materiale frammentario antico, regge la mensa dell’altare un sarcofago romano ritrovato nel 1893 nei dintorni.

  • Museo del Territorio Ostellato (FE)

    È un museo allestito con sistemi multimediali. Al piano terra svolge il tema dell’evoluzione della terra e dell’uomo nella pianura padana; al primo piano la storia e la trasformazione del territorio del Delta. Una sezione è dedicata al periodo etrusco e alla città di Spina, utilizzando una scenografia che ne evoca la vita quotidiana.

  • San Giovanni Ostellato (FE)

    A m 2, in suggestivo paesaggio di pianura a perdita d’occhio, un tempo centro di pesca nella ex valle del Mezzano, prosciugata nel 1962-65 grazie alla realizzazione di imponenti opere idrauliche.

  • Museo Delta Antico Comacchio (FE)

    L’ex ospedale degli Infermi è sede di questo museo archeologico che spiega il popolamento dell’area deltizia corrispondente al vecchio Po Eridano, dall’età del Bronzo al Medioevo. Fondamentali sono la sezione dedicata a Spina, antenata etrusca di Comacchio e crocevia tra pianura padana e Grecia, e quella incentrata sul carico della nave romana mercantile naufragata tra il 19 e il 12 a.C.; nel 1981 in Valle Ponti fu ritrovato il carico, ricco di lingotti di piombo, ceramiche italiche, anfore da vino e da olio, effetti personali.

  • Trepponti Comacchio (FE)

    Il complesso dei Trepponti è una singolare invenzione architettonica dovuta a Luca Danesi (1634), gettato a cavallo di due canali che si intersecano e retto da cinque volte divergenti dall’arco principale. Con la Pescheria, edificio settecentesco ammodernato nel 1887, il neoclassico Antico Ospedale degli Infermi e l'ottocentesco Palazzo Bellini, costituisce un insieme architettonico di apprezzabile unitarietà ambientale, ottenuta attraverso l’impiego del cotto, che si coglie soprattutto, in una suggestiva visuale, dal ponte degli Sbirri, anch'esso opera di Danesi (1631-35).

  • Chiesa del S. Rosario Comacchio (FE)

    Chiesa costruita nel 1618. All’interno, al 1° altare sinistro, una Madonna del Rosario, statua lignea policroma del XV secolo; al 2°, un’Annunciazione di Ernst van Schayck; al 2° a destra, una Decollazione del Battista di Carlo Bononi.

  • Loggia dei Mercanti Comacchio (FE)

    Detta anche loggia del Grano, fatta costruire nel 1621 dal cardinale Giacomo Serra come deposito del grano per i poveri.

  • Torre dell’Orologio Comacchio (FE)

    Ricostruzione del 1824 di una trecentesca, crollata otto anni prima.

  • Cattedrale di S. Cassiano Comacchio (FE)

    La Cattedrale risale nelle origini all’VIII secolo ma fu ricostruita nella seconda metà del Seicento su progetto di Angelo Cerutti, venendo inaugurata nel 1740. Nella 4a cappella destra, Crocifisso ligneo (secolo XVII); nell’abside, entro quadratura a monocromo di Giuseppe Gotti, statua lignea cinquecentesca di S. Cassiano; altare marmoreo di Giuseppe Coribolo, del 1739; nella 3a cappella sinistra, statuetta di S. Lucia, di scultore ferrarese degli inizi del secolo XV; organo di Gian Domenico Traeri, del 1728. La torre campanaria, che domina sull’attigua piazza XX Settembre, fu edificata su un’enorme base in pietra d’Istria nel 1751, rovinata sei anni più tardi e ricostruita nel 1868.

  • Museo mariano d'Arte sacra contemporanea Comacchio (FE)

    Allestito nel convento attiguo alla chiesa di S. Maria in Aula Regia, espone opere di artisti italiani, perlopiù regionali.

  • S. Maria in Aula Regia Comacchio (FE)

    La chiesa di S. Maria in Aula Regia o dei Cappuccini (1665), agganciata alla città dall’omonimo portico di 142 archi, viene attribuita all’Argenta; all’interno, sull’altare maggiore, Madonna col Bambino, terracotta di scuola ferrarese del Quattrocento.

  • Manifattura dei Marinati Comacchio (FE)

    Fabbrica-museo del pesce di valle dove ancora avviene la salagione e la marinatura di anguille e acquadelle (o latterini). La visita segue il percorso della materia prima: dalla calata, la banchina su cui il pescato era scaricato e selezionato per pezzatura, alla sala dei Fuochi con dodici grandi camini per la cottura allo spiedo, fino alla sala degli Aceti con tini e botti, luogo di preparazione della salamoia per la conservazione del prodotto.

  • Lidi ferraresi Comacchio (FE)

    I Lidi di Comacchio, detti anche Lidi Ferraresi, sono sette stazioni di villeggiatura marina, dislocate lungo un tratto di quasi 25 km della costa adriatica. Tutti compresi nel territorio comacchiese, si raggiungono dal capoluogo comunale al termine di una strada di circa 5 km che si immette nella statale Romea: verso sud sono Porto Garibaldi, Lido degli Estensi e Lido di Spina; verso nord, Lido degli Scacchi, Lido di Pomposa, Lido delle Nazioni e, a una certa distanza, Lido di Volano. 
    Il loro sviluppo, risalente agli anni ’60 del Novecento e fondato inizialmente su attrezzature ricettive e turistico-sportive di prim’ordine, è stato rapido. Ma l’assenza di strumenti di pianificazione adeguati ha prodotto la distruzione irrimediabile di molta ricchezza paesistica (sono state spianate le secolari dune di protezione ed è stata abbattuta gran parte della pineta), e l’intento esclusivamente speculativo, a carattere immediato, ha abbassato la qualità abitativa. 
    Qua e là tuttavia è ancora possibile rintracciare gli sperduti segni della natura originaria; si sta anzi tentando (ad esempio con il lago artificiale realizzato a Lido delle Nazioni) di ricreare ciò che è stato un tempo rimosso come ostacolo al progresso. A tale riguardo si può dire che solo a Lido di Spina m 1, ove si è cercato di costruire abitazioni il più possibile nascoste nel verde, si è avuto, in parte, qualche rispetto per l’ambiente naturale. A Lido delle Nazioni (strada Panoramica Acciaioli) è in funzione il centro termale Thermae Oasis che utilizza acque salsobromoiodiche.

  • Casa Museo «Remo Brindisi» Comacchio (FE)

    Casa di vacanze del pittore Remo Brindisi (1918-96), costruita negli anni 70 del XX secolo dall’architetto Nanda Vigo, fin dall’inizio progettata per accogliere l’esposizione della collezione del pittore composta da oltre 2.000 opere di arte contemporanea del primo e del secondo Novecento. La villa è impostata su un cilindro centrale con una scala elicoidale di collegamento che dà visibilità alle collezioni: oltre a opere dello stesso Brindisi, tra gli altri, Pomodoro, Balla, Sironi, Rotella, Schifano, Warhol, Bacon, Vedova. Tra i molti capolavori, una delle opere più belle di Lucio Fontana, un grande graffito integrato nell’architettura

  • Sacche di Bellocchio Comacchio (FE)

    Riserva naturale in prossimità della foce del fiume Reno e del confine con la provincia di Ravenna, costituita da depressioni interdunali favorevoli all’insediamento degli uccelli.

  • Salina di Comacchio Comacchio (FE)

    Impianto di epoca napoleonica su un’area di 600 ettari che ha cessato l’attività estrattiva nel 1984.

  • Ecomuseo delle Valli di Comacchio Comacchio (FE)

    Il percorso chiamato Museo delle Valli si snoda sugli argini e lungo i canali interni delle valli. La gita in barca è organizzata dal Parco Delta del Po, con imbarco presso il Casone Foce. Nell’affascinante paesaggio delle valli, tra isolotti emergenti, la barca consente di accostare alcuni casoni, un tempo abitati nel periodo della pesca, e un «lavoriero» di canne, il più importante degli strumenti tradizionali per la cattura delle anguille, oggi in parte sostituiti da impianti metallici.

  • S. Maria in Pado Vètere e Area archeologica di Spina Comacchio (FE)

    A circa 4.5 km da Comacchio, un agglomerato di prefabbricati segnala l’ingresso all’area archeologica di Spina (non visitabile), centro etrusco fiorito dalla fine del VI al III secolo a.C., presso la foce del Po Spinetico a una distanza dalla costa che all’epoca doveva essere approssimativamente di km 3.5. 
    Delle zone scavate finora, l’unica i cui resti siano rimasti in luce è quella della chiesa paleocristiana di S. Maria in Pado Vetere, per la cui visita è necessario rivolgersi alla direzione del Museo Archeologico nazionale di Ferrara. Città marinara, Spina era un grande emporio di scambio, in un punto di contatto strategico tra le rotte marine e quelle fluviali di navigazione interna; principale porto etrusco sull’Adriatico, che in parte sostituì quelli etruschi sul Tirreno dopo il 474 a.C., ebbe come partner commerciale privilegiato la Grecia, dalla quale ricevette enormi quantità di vasi corinzi e attici, nonché una forte impronta di carattere culturale. 
    La scomparsa della città è connessa da un lato con l’invasione dei Galli nella pianura padana, dall’altro con problemi di avanzamento della linea di costa e di insabbiamento del porto. Il settore principale è stato riconosciuto, nel 1964, all’estremità nord-est della Valle del Mezzano, non lungi dal casone Paviero. Gli scavi hanno evidenziato un impianto urbano ad assi ortogonali, della estensione di circa 6 ettari, distribuiti nell’area irregolare e allungata di un dosso lagunare; le strutture portanti e l’alzato delle abitazioni, in legno e leggere incannucciate rivestite di argilla, sono andati completamente perduti. In precedenza (1956) un altro nucleo dell’abitato (forse il porto fluviale) era stato localizzato con l’ausilio della fotografia aerea a sud-est, in Valle Pega, presso Motta della Girata. 
    Qui persistette fino a epoca alto-medievale un insediamento attestato dalla chiesa paleocristiana di S. Maria in Pado Vetere, fondata nel VI secolo; dai resti, quasi solo planimetrici, si deduce che era a una navata, con abside affiancata da un battistero poligonale e da un sepolcreto dei secoli VI e VII. 
    Di tutte le zone scavate, il sito che ha restituito i reperti più interessanti è la necropoli di epoca etrusca, estesa in Valle Trebba e in Valle Pega: la prima, negli scavi del 1922-35, restituì circa 1.250 tombe; la seconda, esplorata nel 1954-63, altre 2.700 circa, tutte collocate sulle dune del lido marino. Anche della necropoli non è visibile alcuna traccia sul posto, trattandosi di tombe terragne spesso segnalate da un solo sasso; le suppellettili che accompagnavano il defunto nell’aldilà – e che offrono uno straordinario excursus sulla produzione ceramica tra V e IV secolo a.C. sia in Grecia sia in loco – si trovano al Museo Archeologico nazionale di Ferrara. Nel 1981 è stata rinvenuta, in Valle Ponti, l’imbarcazione di età augustea, il cui carico è esposto nel Museo Delta Antico di Comacchio. 
    Altri rinvenimenti si sono susseguiti nelle campagne di scavo successive, come quello avvenuto nel 2014, di una imbarcazione a fondo piatto destinata alla navigazione fluviale, il cui carico di materiali ceramici l’ha fatta datare al V secolo dopo Cristo.

  • Argine Agosta Comacchio (FE)

    Dal 1965 divide le terre bonificate del Mezzano dallo specchio d’acqua della Valle Fossa di Porto, oggi estrema porzione occidentale delle Valli di Comacchio protetta come oasi naturalistica. L’argine, che corrisponde al litorale di epoca etrusca, ricorda nel nome la fossa Augusta, il canale artificiale realizzato da Augusto per collegare Ravenna e Classe col Delta del Po. A Baro Zavelea una poderosa struttura laterizia quadrata (oltre m 8 di lato) è stata interpretata come la base del faro romano che segnava il punto di immissione della fossa Augusta nel Po. L’argine ricalca, in questo tratto, il percorso della Via Popilia, lungo la quale si allineavano molte ville romane; al termine dello stesso è l’oasi di Boscoforte.

  • Oasi di Boscoforte Comacchio (FE)

    Al termine dell'argine Agosta si arriva all’oasi di Boscoforte, una penisola di 500 ettari, punto di ritrovo degli amanti del birdwatching.

  • Stazione Campotto del Parco del Delta del Po Argenta (FE)

    Compresa tra il fiume Reno a nord-est e il torrente Sìllaro a sud-est; estesa per circa 4.000 ettari, è formata dalla parte residua degli acquitrini e delle valli interne di acqua dolce (Valli di Argenta e di Marmorta e Valle Santa) che dall’antichità hanno caratterizzato la bassa pianura bolognese e romagnola, a occidente della grondaia del Primaro, nonché da aree boschive igrofile (bosco del Traversante, circa 100 ettari) e da terreni coltivati.

  • Museo delle Valli Argenta (FE)

    Nel cosiddetto casino di Campotto, edificio ottocentesco posto lungo la strada Argenta-Campotto, è stato allestito il Museo delle Valli di Argenta, che illustra la bonifica attraverso gli strumenti – spesso ancora funzionanti – impiegati nell’impresa.

  • Santuario della Beata Vergine della Celletta Argenta (FE)

    Già consacrato nel 1624 e risparmiato dal terremoto che in quell’anno colpì la zona; semidistrutto dai Tedeschi nel 1945, venne ricostruito nel 1954. L’interno, a pianta ellittica, custodisce le tombe dei due architetti argentani autori del tempio originario: Marco Nicolò Balestri che lo iniziò, e il più noto G.B. Aleotti che lo completò; inoltre, all’altare maggiore, un affresco (Madonna col Bambino) proveniente da un preesistente oratorio.

  • Museo Civico Argenta (FE)

    Il museo ha sede nella l’ex chiesa di S. Domenico ed è composto da due diverse istituzioni. La Pinacoteca comunale annovera: una Sacra famiglia in gloria e il terremoto di Argenta di Camillo Ricci; Cristo nell’orto di Domenico Fetti; una Fuga in Egitto di Pietro Dulouvier; un trittico (Apparizione dell’angelo a Zaccaria, Visitazione, Nascita del Battista) di Marco Nicolò Balestri (1598-99); una *Madonna col Bambino in trono e santi, pentittico di Antonio Aleotti (1496); una Madonna col Bambino e i Ss. Lazzaro e Giobbe, tavola del Garofalo firmata e datata 1513; una Decollazione del Battista dello Scarsellino. La sezione archeologica raccoglie tutti i reperti archeologici che sono stati rinvenuti nella zona limitrofa alla pieve di S. Giorgio.

  • Ex chiesa di S. Domenico Argenta (FE)

    Databile tra fine ’400 e inizi ’500: il fianco destra è ripartito da arcatelle binate inflesse, l’abside è decorata di affreschi (storie del Battista) attribuibili a Nicolò Rondinelli. In essa ha sede il Museo civico.

  • Pieve di S. Giorgio Argenta (FE)

    Minuscola preziosa pieve fondata dall’arcivescovo di Ravenna Agnello poco prima del 570 (è infatti il più antico luogo di culto di Argenta); subì nel corso del tempo deleterie inondazioni e venne abbandonata dal secolo XVIII a seguito di un incendio. Il portale è datato 1122. All’interno, tracce dell’originario pavimento a mosaico decorato e altare ravennate, entrambi del vi secolo. I mosaici e i resti archeologici della pieve sono conservati nel Museo civico di Argenta e nel Museo arcivescovile di Ravenna.

  • Museo della Bonifica in Saiarino Argenta (FE)

    Interessante museo, il cui punto forte è la visita dell’omonima idrovora del 1925, tuttora perfettamente funzionante, in un edificio liberty.

  • Delizia di Benvignante Argenta (FE)

    Costruita nel 1464 da Pietro Benvenuti per Borso d’Este; il complesso, che si crede di identificare negli affreschi del Palazzo Schifanoia a Ferrara, è stato molto alterato dai restauri della metà del secolo XIX; della struttura originaria rimane la torre merlata e l’atrio con volta a padiglioni. Il complesso, circondato da tre ettari di parco, di proprietà del Comune di Argenta, è attualmente in corso di restauro per renderlo fruibile al pubblico.

  • S. Giorgio Portomaggiore (FE)

    La chiesa costruita al posto di un tempio cinquecentesco da Antonio Foschini (1767-77) è un inconsueto edificio ispirato alla forma di una nave.

  • Delizia Estense del Verginese Portomaggiore (FE)

    Il castello di Verginese, passato agli Este, venne rimodellato da Girolamo da Carpi alla maniera delle ‘delizie’ estensi; rivolge alla strada la cappella, collegata al corpo principale da un breve portico. Grazie a un recente restauro, l’edificio ospita la mostra permanente sul sepolcreto dei Fadieni, di età romana imperiale; i reperti - 5 stele e oltre 200 oggetti - rinvenuti nelle tombe dalle campagne di scavo presso la delizia, documentano i segni della romanizzazione del territorio.

  • Delizia di Belriguardo Voghiera (FE)

    Il suggestivo complesso di Belriguardo, imponente sede di rappresentanza della casa d’Este, fu la prima delle ‘delizie’ estensi, iniziata per Niccolò III verso il 1435 su progetto di Giovanni da Siena; modifiche e ampliamenti vennero apportati soprattutto per volontà di Borso d’Este, che li commissionò a Pietro Benvenuti. 
    Con Borso Belriguardo assunse un aspetto che suscitò gli apprezzamenti di Torquato Tasso e di Goethe: fin dall’inizio, per arrivarvi via acqua, fu fatto scavare un canale che utilizzava l’alveo del fiume Sàndalo, e lo stesso Borso volle che vi fosse eretta una cappella, affrescata da Cosmè Tura (1469-72) e abbattuta da Alfonso II. 
    La decadenza, per il complesso, fu segnata dal passaggio alla Chiesa e dall’utilizzo per funzioni legate alla terra, che comportò, tra l’altro, la distruzione di quasi tutte le decorazioni e degli affreschi (sono rimasti solo nella cosiddetta sala delle Vigne, pur usata come magazzino). La torre d’ingresso fungeva anche da osservatorio sulla peschiera sottostante, aggiunta da Borso e alimentata dall’acqua del Sàndalo oggi interrato. 
    Il primo cortile, attorno al quale stavano uffici, alloggi di servitù e soldati, stalle, cucine e sale di servizio, è chiuso da una facciata con sei bifore gotiche (fine XV secolo). Il secondo cortile, anch’esso un tempo circondato da portico, era riservato alla residenza del signore e della corte. Il retro della delizia, ora campagna, era un giardino all’italiana con labirinti e giochi d’acqua; grazie alle foto aeree ne sono state ricostruite struttura e canalizzazioni.

  • Museo civico di Belriguardo Voghiera (FE)

    Un’ala della delizia ospita il Museo civico di Belriguardo articolato in quattro sezioni: la Sezione archeologica espone i reperti dell’antico abitato di età romana imperiale e della necropoli romana di Voghenza (si segnalano i monili d’ambra e d’oro, i vetri e un balsamario in sardonice). 
    La Sezione rinascimentale occupa la Sala della Vigna (1537), sola testimonianza dell’antico splendore, dipinta da Girolamo da Carpi con l’aiuto dei fratelli Dossi e del Garofalo. Il soffitto dà l’illusione del pergolato quanto le pareti aperte su paesaggi da infilate di cariatidi che seguono lo sguardo dell’osservatore. La Sezione di arte moderna ospita mostre temporanee nella sala Giuseppe Virgili, uno dei maggiori artisti ferraresi del Novecento. 
    La Sezione di archeologia industriale espone oggetti di uso quotidiano e domestico prodotti da aziende ferraresi dalla fine dell’Ottocento alla metà del Novecento.

  • Villa Massari Ricasoli Voghiera (FE)

    Villa con immenso parco, ricostruita nel 1725 su strutture più antiche per conto del cardinale Ruffo di Calabria, legato pontificio di Ferrara. La villa è utilizzata per eventi.

  • Necropoli romana Voghiera (FE)

    A Voghenza, presso il campo sportivo, è conservata in vista dall’esterno un’ampia porzione della necropoli romana, esplorata a partire dal 1976, che ha collocato l’abitato tra i siti archeologici di maggiore interesse dell’Emilia-Romagna. Le 67 tombe, distribuite tra la fine del I secolo e l’inizio del III, attestano la sepoltura sia a inumazione sia a cremazione: due recinti familiari, un sarcofago, cinque grandi casse laterizie coperte da lastre in pietra di Verona, lastre terragne, stele e segnacoli più modesti.

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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