La valle del Reno

In collaborazione con Touring Club

Il fiume Reno, considerato per l’intera lunghezza, è il corso d’acqua principale dell’Emilia-Romagna, la cui incidenza sulla storia della regione è testimoniata in primo luogo dalla collocazione di Bologna in prossimità del suo sbocco in pianura. Nasce in Toscana, a Sud delle vette appenniniche più elevate, per effetto di una probabile cattura dell’alta valle dell’Ombrone, e per lunghi tratti scorre incassato in forre, alimentato da numerosi affluenti, quali i torrenti Limentra (di Sambuca e di Treppio) e Silla. A valle di Vergato il suo alveo è costituito da un considerevole materasso alluvionale di ciottoli e ghiaie, affiancato spesso da forme di terrazzamento quaternario (le più belle si possono osservare tra Sasso Marconi e Riola). A Sasso Marconi riceve sulla destra il torrente Setta, suo maggiore affluente montano che drena un bacino di 316 km2; circa 270 m a monte dell’ampio ghiaieto di confluenza è l’imbocco di un acquedotto romano di età augustea che giunge a Bologna, presso porta d’Azeglio, esplorato compiutamente nel 1985; alto in media m 1,90, con un percorso sotterraneo di quasi 18 km e una pendenza dell’1%, riattivato nel 1881, è tuttora funzionante. Il Reno defluisce in pianura a Casalecchio, attraversa il Centese tra Cento e Pieve di Cento, proseguendo poi in un letto artificiale per lunghi tratti scavato nell’alveo abbandonato del Po di Primaro e, captate le acque dei torrenti Ìdice, Sìllaro, Senio e del F. Santerno, sfocia in mare presso i bordi meridionali delle valli di Comacchio. Ha un corso di oltre 210 km e un bacino di 4.630 km2; al suo sbocco in pianura a Casalecchio di Reno ha una portata media annua di circa 26 m3/secondo. L’itinerario, con capolinea a Porretta Terme, risale la valle del Reno, utilizzando la statale 64, Porrettana, e tratti di strade provinciali di buona percorribilità. La compenetrazione culturale ed economica con Bologna ha caratterizzato storicamente la bassa valle, contraddistinta da una vitalità testimoniata dai numerosi ritrovamenti di età villanoviana e, soprattutto, dalla città etrusca presso Marzabotto, la cui visita riveste grandissimo interesse e costituisce l’elemento di maggiore attrattiva dell’itinerario. A documentare la stretta continuità di rapporto tra la città e il contado in età moderna, permangono una struttura territoriale che risente della sistematica diffusione della mezzadria, e la presenza delle ville suburbane, talora affiancate da borghi artigiani e protoindustriali che sfruttavano l’abbondanza di energia idraulica e la presenza della strada di fondovalle. Nella risalita della media e alta valle prevale invece l’aspetto paesaggistico-ambientale, con la visita di piccoli borghi che in alcuni casi conservano interessanti esempi di architettura rurale, fatta eccezione per Vergato e Porretta Terme. Questi due abitati si sono storicamente caratterizzati come centri amministrativi, favoriti dalla distanza dalla città e dalla concessione di privilegi ed esenzioni, che rispondevano anche alle esigenze commerciali e artigianali del territorio circostante. Porretta, sviluppatasi turisticamente in misura considerevole, mantiene nella parte storica il fascino di piccolo nucleo urbano montano, valorizzato dalle architetture termali sette-ottocentesche. Da Porretta Terme sono possibili due escursioni per godere di un ampio panorama sulla valle. Una in direzione di Pistoia sale ripidamente sul fianco sinistro della valle del Reno e giunge al santuario di Calvigi a Granaglione. La seconda si svolge interamente lungo la Porrettana, in gran parte in territorio pistoiese, fino al passo della Collina.
  • Lunghezza
    74,9 km
  • Parco della Chiusa Casalecchio di Reno (BO)

    Il parco della Chiusa è quanto resta del vasto giardino della settecentesca villa Sampieri Talon quasi totalmente distrutta nella seconda guerra mondiale; la chiusa del Reno, la cui ultima ricostruzione data al 1895, venne realizzata insieme al canale di Reno nel 1191, per convogliare a Bologna le acque necessarie a muovere i mulini granari, utilizzate poi anche dai filatoi serici e confluenti quindi nel canale Navile. Nel 2010 l'Unesco ha dichiarato la chiusa Patrimonio messaggero di una cultura di pace a favore dei giovani.

  • Museo Fondazione Guglielmo Marconi Sasso Marconi (BO)

    Il Museo Marconi si articola sui tre piani della villa Griffone, passando dalla soffitta dove il giovane Marconi aveva il suo primo laboratorio, fino al parco della villa. Il visitatore può vedere in funzione alcuni apparati di fine Ottocento-primo Novecento, leggere informazioni su Marconi su pannelli o schermi touch screen, sui suoi rivali e predecessori, fino al successo della telefonia mobile.

  • Colle Ameno Sasso Marconi (BO)

    Il complesso di Colle Ameno fu voluto all’inizio del XVIII secolo dal senatore Filippo Ghisilieri. Alla villa padronale, con oratorio, era annesso un borgo artigiano con la tipografia, la fabbrica di maioliche, l’ospedale, le botteghe, oggi recuperato dopo anni di abbandono.

  • Palazzo de’ Rossi Sasso Marconi (BO)

    Il palazzo de' Rossi (location per cerimonie) ogivale e merlato, eretto nel XV secolo dal banchiere Bartolomeo de’ Rossi, ristrutturato nel XVIII, quando venne demolita una torre, e restaurato nel 1907-9 da Alfonso Rubbiani. In origine circondato da un notevole giardino, con annessi mulini e cartiere, fu sede di una fiera e ospitò Giovanni II Bentivoglio, i papi Giulio II, Leone X, Paolo III, e Torquato Tasso.

  • Palazzo Fontana Sasso Marconi (BO)

    Subito oltre il Sasso di Glòsina si incontra il palazzo Fontana, dimora fortificata edificata alla metà del XV secolo da Nicolò Sanuti, esponente dell’oligarchia bentivolesca e dal 1447 primo conte della Porretta. Con cortile loggiato, ha finestre ogivali e conserva all’esterno resti di un affresco con il ritratto del Sanuti e della moglie.

  • Castello di Montasico Marzabotto (BO)

    Appartenuto a un ramo dei conti di Pànico, è citato nel 1116 anche se numerosi sono stati i rimaneggiamenti già a partire dal secolo XV; l’ingresso, sovrastato da una bertesca, dà accesso a un piccolo cortile con i resti di una torre risalente ai secoli XIII-XIV.

  • Area archeologica di Kainua Marzabotto (BO)

    L’area archeologica di Kàinua, con accesso alla sinistra della Porrettana, si estende 500 m c. oltre il paese, quasi di fronte alla villa Aria. Gli scavi furono avviati da Giovanni Gozzadini, Gaetano Chierici, Edoardo Brizio e nel 1933 l’intero complesso fu donato dai conti Aria allo Stato. La città etrusca di Kàinua occupava interamente un pianoro di formazione fluviale (Pian di Misano), eroso nel corso dei secoli lungo il margine sud-occidentale dall’azione del Reno; sulla collina a nord-ovest (Misanello), già unita all’abitato, sorgeva l’acropoli, mentre il piccolo terrazzo situato a sud-est, più basso e di formazione più recente, ospitava uno dei due sepolcreti. Alla seconda metà del VI secolo a.C. risale il primo insediamento costituito da capanne disseminate su tutta la spianata, con una maggiore concentrazione nell’area meridionale, e da impianti produttivi. Agli inizi del V secolo a.C. è datata la fondazione ex novo della città a pianta regolare, la cui vitalità si esaurì alla metà del IV secolo a.C. con l’arrivo nella pianura Padana dei Celti che si insediarono sul pianoro utilizzando solo in parte le strutture urbane preesistenti. I resti attualmente visibili risalgono al nucleo del V secolo a.C., suddiviso in otto regiones dalle quattro strade principali: una con andamento nord-sud, tre con andamento est-ovest, larghe ben 15 m, fiancheggiate da canali di scolo, con carreggiata centrale e due marciapiedi laterali. Le vie minori, parallele all’asse nord-sud, delimitano gli isolati urbani (insulae), rettangolari, larghi in media 35 m e di lunghezza variabile. Agli incroci delle strade maggiori sono stati ritrovati i cippi sepolti utilizzati per orientarne il tracciato. Fiancheggiato l’edificio del museo, l’itinerario di visita prende avvio dall’estremità orientale dell’asse trasversale settentrionale (B) lasciando subito a sinistra i resti di una fattoria romana datata al I secolo a. Cristo. Si procede verso ovest e sulla destra si ha l’area sacra urbana, emersa dalle campagne di scavo effettuate a partire dal 1999, che conserva le fondazioni in ciottoli di fiume e travertino di due edifici templari con accesso rivolto a sud: a ovest il tempio periptero dedicato a Tinia, il sommo dio etrusco (restaurato); a est il tempio tuscanico dedicato alla dea Uni, sua consorte (restituito). Si giunge così fino all’incrocio con la grande via nord-sud che nel tratto di destra conduce a una fornace per ceramiche e laterizi (oggi reinterrata per ragioni conservative). Ritornati al crocevia si individua sulla destra l’unica insula interamente esplorata, che ingloba sette, o forse otto abitazioni di cui rimangono solo le fondazioni in ciottoli a secco; con ingresso dall’asse longitudinale, hanno vani di diverse dimensioni gravitanti intorno a un cortile a cielo aperto, munito di pozzo per l’acqua. Alla successiva intersecazione con la strada mediana est-ovest (C), la botola sulla sinistra nasconde il cippo indicante il centro della città, con incisa una croce orientata secondo i punti cardinali, punto generatore assieme all'auguraculum in acropoli del rito di fondazione di Kàinua. Il tracciato della visita piega a destra e sovrappassa la Porrettana su un ponte in legno. Salendo il viale, si incontra a sinistra un obelisco moderno posto a ricordo della scoperta in loco della necropoli gallica, segnata da piccoli cippi anch’essi di epoca moderna. Accanto vi è un’opera idraulica etrusca in travertino, ricomposta a vista, e non più interrata, alquanto più a sud del luogo di rinvenimento, con il pozzetto di decantazione delle acque captate da una sorgente e con i rami dell’acquedotto che riforniva la città. Salita la scalinata, si raggiunge la spianata artificiale dell’acropoli, ampiamente rimaneggiata in epoca tardo-ottocentesca secondo l'idea della rovina romantica. Si ha di fronte il monumento sacro architettonicamente più significativo, il cosiddetto altare D, monumentalizzato e rialzato su un podio in travertino con una duplice robusta modanatura; alle sue spalle è possibile salire all'auguraculum, altro punto generatore del rito di fondazione. Sulla sinistra, più avanti, si individuano i resti del cosiddetto tempio E; sulla destra, un po’ arretrate, le fondazioni (parzialmente di restituzione) del tempio C, di ordine tuscanico. Alle sue spalle, l’altare B, quadrato, con pozzo centrale (mundus) ritenuto via simbolica di comunicazione con le divinità infere e, a fianco, un resto angolare della struttura, rivestita in travertino, del tempio A. Si ritorna lungo il percorso dell’andata fino al ponte in legno che sovrappassa la Porrettana e si segue il margine dell’area archeologica, lasciando sulla sinistra il crocevia al centro dell’abitato. Il sentiero piega a destra e si percorre una delle strade minori verso sud. Si raggiunge il tratto superstite dell’asse trasversale meridionale (D), al principio del quale è stato scoperto, sulla sede stradale, un pozzo di probabile uso pubblico. Si procede verso est, scendendo un viottolo a trincea e si oltrepassa la porta est, di cui rimangono parte dei pilastri in struttura muraria di pietrame a secco addossati al terrapieno. Si giunge quindi alla necropoli orientale, in cui restano ancora visibili in situ tombe a cassone litico con tetto a doppio spiovente, segnacoli funerari conformati a uovo e una sepoltura a fossa. Si risale quindi il viottolo a trincea della porta est e il sentiero piega a destra, conducendo nuovamente nei pressi del Museo. All’estremità nord della città, trovano posto la necropoli settentrionale, caratterizzata da tombe a cassone, cippi e segnacoli a colonna, e, in prossimità di una antica sorgente naturale, un santuario dedicato al culto delle acque (oggi visibile dal parcheggio dell'area archeologica).

  • Museo nazionale etrusco «Pompeo Aria» Marzabotto (BO)

    All’ingresso dell’area archeologica di Kainua si può accedere al Museo nazionale etrusco «Pompeo Aria», dal nome del proprietario del possedimento, che – come suo padre Giuseppe – protesse i ritrovamenti antichi e ne riconobbe l’importanza. I loro eredi donarono allo Stato, insieme al terreno, anche il materiale archeologico restituito dalla città etrusca e dalle necropoli, oggi in parte perduto, in seguito ai danni subiti nel corso del secondo conflitto mondiale. Nel 1979 venne inaugurato il nuovo allestimento, che accoglieva la ricca documentazione degli scavi condotti nel dopoguerra. Nei decenni successivi l’esposizione ha subito modifiche e ampliamenti, fino ad arrivare a comprendere quattro sale e un’area destinata alle esposizioni temporanee. Di fronte all’ingresso del Museo, pianta dell’area archeologica di Kàinua. Sotto il portico: alcuni bassorilievi recuperati dalle rovine del castello di Pànico; pannello dedicato all’area sacra di nord-est (cosiddetta Terza stipe), scoperta alle spalle del Museo; la successione storica della penisola italiana dal 900 a.C. al 30 a.C.; le cartine Gli etruschi in Italia e La valle del Reno al tempo degli etruschi; pianta dell’area archeologica di Kàinua. SALA I. A sinistra entrando la storia dai primi scavi alla nascita del Museo (vetrine 1-4) e a destra esemplificazione, attraverso i materiali, delle principali fasi cronologiche della città (vetrina 5). Nella seconda parte della sala la sezione dedicata alle necropoli e all’aldilà, con materiali superstiti del vecchio museo, rinvenuti nelle necropoli: ceramica attica e italiota a figure rosse (vetrine 6-7, 10-11), vasi in bronzo di cui restano le parti fuse, specchi, fibule, oggetti d’osso e di ambra, unguentari in alabastro e in pasta vitrea (vetrine 8-9), ceramica a vernice nera di produzione locale e statuetta in bronzo che costituiva il coronamento di un candelabro rappresentante negroide con anfora sulle spalle (vetrina 7). Fuori vetrina: segnacoli funerari in pietra, in arenaria o in marmo importato in alcuni casi dalla Grecia; stele di arenaria con decorazione a bassorilievo (donna che sta libando in piedi su un altare). SALA II. Il settore di sinistra (vetrine 1-6) presenta la vita quotidiana a Kàinua attraverso i materiali rinvenuti nell’area dell’abitato: ricca esemplificazione di ceramiche di produzione locale; ceramica greca di importazione; grandi bacili in marmo e supporti in terracotta; rocchetti, fusaiole e pesi da telaio; oggetti in metallo (bronzo e ferro); pesi in pietra di varia forma e dimensione con contrassegni che ne indicavano il valore. I pannelli illustrano i lavori di ceramisti, bronzisti, fabbri, tessitrici e mercanti di Kàinua. Nel settore a destra (vetrine 7-11) sono riuniti reperti dalle aree sacre della città: bronzi rinvenuti sull’acropoli, tra i quali alcune statuette votive nell’atteggiamento dell’offerente (vetrina 7), materiali pertinenti al santuario per il culto delle acque (vetrine 9-11), tra cui si riconoscono: ex voto anatomici e vasi in ceramica attica, cippi in pietra per sorreggere le offerte, terrecotte architettoniche; iscrizioni e terrecotte architettoniche rinvenute nei templi urbani di Tinia e Uni (vetrina 8). SALA III. Qui l’esposizione dei reperti segue un ordine topografico e illustra i singoli settori della città. Alla destra dell’ingresso, rivestimento di colonna in terracotta e ricostruzione della parte terminale di una falda di tetto con antefisse e tegole dipinte, sotto un parapetto da pozzo in terracotta e un pannello dedicato alla gestione delle acque. Nella 1a vetrina: campionatura di tegole dipinte e antefisse. A sinistra ricostruzione di due tipi di tetto con tegole e coppi, con pannello dedicato al sistema di copertura degli edifici; conduttura di tubi fittili uniti a incastro; porzione di muratura in mattoni crudi; supporti in terracotta. La 2a vetrina a destra contiene materiali che appartengono alla fase più antica della città, tra cui alcuni buccheri. La 3a vetrina, collocata al centro della sala, presenta: una testa di kouros, in marmo importato dalla Grecia; statua in bronzo femminile rinvenuta nella cosiddetta Terza stipe, forse rappresentante la dea Turan; frammento di lamina in bronzo iscritta proveniente dall’area del tempio di Tinia. Un pannello sulla parete sinistra illustra la Casa 1, Regio IV, Insula 2 e approfondisce l’architettura domestica a Kàinua. La 4a vetrina a destra conserva reperti dalla fabbrica di ceramica della Regio II. Le vetrine centrali (5, 8) accolgono un’esemplificazione dei materiali rinvenuti nelle abitazioni: le ceramiche di grandi dimensioni, tra cui ampi bacili con relativo supporto, servivano come contenitori per l’acqua e le derrate alimentari, mentre quelle più piccole (ciotole, piattelli con e senza piede, brocche, mortai) venivano utilizzate come corredo per la mensa e per la preparazione del cibo. Nella 6a e nella 7a trova posto la documentazione relativa alla fonderia per bronzo: oltre ad alcuni strumenti da metallurgo e alle scorie dei metalli, si notano le matrici di fusione in argilla. Nella 9a, ceramiche e bronzi rinvenuti nelle case della Regio IV, Insula 1; nell’11a, vasellame fittile proveniente dal pozzo per l’acqua della strada D, luogo di ritrovamento anche della pisside in avorio di stile orientalizzante. Nella 10a, 12a e 13a è raccolto il materiale pertinente ai settori meridionale e orientale dell’area urbana, oltre allo scavo della porta est. La vetrina 14a espone spade e lance di ferro, appartenute ai guerrieri celti che occuparono il pianoro verso la metà del IV secolo a.C., e oggetti di ornamento personale. Nella 15a, materiale romano pertinente alla fattoria costruita nel I secolo a.C. sul pianoro della città. Un pannello illustra i materiali della vetrina 18a dalla villa romana di Sassatello, scoperta 2 km circa a nord di Marzabotto. Al centro parapetto da pozzo etrusco quadrangolare con delfini e cavalli marini (V secolo a.C.). SALA IV. Nell’ultima sala, corredi di due ricche sepolture etrusche rinvenute a Sasso Marconi: nella prima, a cremazione, un set completo per il banchetto; nella seconda, a inumazione, si conserva ancora lo scheletro del defunto. La terza vetrina ospita corredi di epoca villanoviana rinvenuti a Pontecchio Marconi; un pannello approfondisce la valle del Reno prima di Kàinua.

  • Parco storico di Monte Sole Marzabotto (BO)

    Il parco storico-naturalistico di Monte Sole, istituito dalla Regione Emilia-Romagna nel 1989, disteso per circa 6.000 ettari, lungo il contrafforte tra il Reno e il T. Setta, abbraccia le aree teatro dell’eccidio del 1944, comprese nei comuni di Grizzana Morandi, Marzabotto e Monzuno. Sulla sommità del crinale, una targa visualizza i luoghi della strage.

  • Buca del Diavolo Grizzana Morandi (BO)

    Sulla cima del Monte Sàlvaro si trova un’apertura verticale, detta Buca del Diavolo, già conosciuta in epoche remote ed esplorata fino alla profondità di m 47.

  • Centro di Documentazione e Casa-Museo «Giorgio Morandi» Grizzana Morandi (BO)

    La casa museo di Giorgio Morandi, dove il pittore si trasferiva da Bologna nei mesi estivi, conserva ancora gli arredi e le suppellettili del periodo in cui fu abitata dall’artista e dalle sorelle. È una semplice costruzione bianca fronteggiata dai cosiddetti «fienili del Campiaro», ritratti nelle opere dell’artista; sono tre edifici rustici, ristrutturati come Centro di documentazione «Giorgio Morandi», dove è sistemata la biblioteca civica che raccoglie testi sull’artista e il paesaggio appenninico, e spazi espositivi.

  • Santuario di Montòvolo Grizzana Morandi (BO)

    Il santuario di S. Maria della Consolazione o di Montòvolo, m 912, sorge sopra un terrazzo naturale affacciato sulla valle del Reno, poco sotto la cima del massiccio omonimo (m 962) costituito da rocce sedimentarie e interamente compreso all’interno di un parco provinciale attrezzato. Il Parco provinciale di Montòvolo, istituito nel 1972, copre una superficie di 34 ettari ed è caratterizzato da formazioni boschive a roverelle e a carpino nero, con lembi di castagneto, ricco di presenze faunistiche ed emergenze storico-testimoniali. L’area, la cui vocazione sacrale risale forse all’età pagana, ospitò una chiesa donata nel 1054 dal vescovo Adalfredo ai canonici di S. Pietro di Bologna, distrutta nel 1240 dai ghibellini legati a Federico II. Il santuario attuale venne ricostruito nel XIII secolo e ingloba parti dell’originaria costruzione proto-romanica: elementi absidali, monofore, capitelli a motivi vegetali e zoomorfi, e il portale che reca sul timpano una breve iscrizione che ricorda la costruzione del 1211, regnante Ottone IV. L’interno, a una sola navata con capriate a vista e presbiterio rialzato coperto da volte a crociera, conserva una Madonna e una Madonna con i Ss. Rocco, Sebastiano e Giorgio, affreschi devozionali del secolo XV. Di fronte al santuario, all’interno di un edificio seicentesco, è stata attrezzata una foresteria per i visitatori. Più vicino alla vetta è l’oratorio di S. Caterina d’Alessandria, di probabile origine duecentesca ed ex voto crociato, con interno, suddiviso in due campate, coperto da volte a crociera e decorato da affreschi quattrocenteschi, opera di artista toscano rappresentanti S. Caterina, la Crocefissione e un suggestivo Giudizio Universale.

  • Scola di Vimignano Grizzana Morandi (BO)

    Scola di Vimignano m 467, piccolo e ben conservato complesso di case-torri dei secoli XV e XVI, raccordate da archi passanti, alcune delle quali rispecchiano l’influenza di un linguaggio architettonico colto. L’oratorio di S. Rocco risale al XV secolo, ma le sue ingenue sculture ricalcano una tipologia romanica. Nelle vicinanze, lungo la valle della Limentra di Treppio, si tocca la chiesa di S. Lorenzo, originaria del 1022, riedificata nel 1411 e nel 1787, che conserva una tela con i Ss. Lorenzo, Giovanni Battista e Stefano della scuola di Francesco Albani e alcune tele del Settecento bolognese.

  • Rocchetta Mattei Vergato (BO)

    Singolare complesso eclettico, tra lo stile medievaleggiante e il moresco, edificato nella seconda metà del XIX secolo per volontà del conte Cesare Mattei, sul luogo di un castello di cattani matildici che controllava il ponte sul Reno di Riola. Dopo una prolungata chiusura, il castello restaurato è tornato a essere visitabile.

  • S. Maria Assunta Sarsina (FC)

    A Riola si trova una delle architetture contemporanee di maggiore spicco della regione, la grande parrocchiale di S. Maria Assunta, ultimata nel 1978 su progetto di Alvar Aalto. Nel 1965 il cardinale di Bologna Giacomo Lercaro commissionò all’architetto finlandese la realizzazione di un edificio che, accogliendo le innovazioni del Concilio Vaticano II, fosse alieno da monumentalismi. L’opera, alla cui realizzazione contribuì l’impegno della comunità, appare fedele ai propositi iniziali sia nella compatta struttura esterna, rivestita in pietra di Montòvolo e rame, sia nell’aula illuminata dall’alto attraverso la copertura a vele prefabbricate e scandita in profondità da sei archi in cemento armato, pure prefabbricati, più alti e ampi in progressione.

  • S. Maria Maddalena Sarsina (FC)

    La parrocchiale di S. Maria Maddalena fu eretta nel 1425, ricostruita nel 1585 e ancora tra il 1689 e il 1695. Nell’interno a una navata, nella 3a cappella destra, Crocifisso attribuito a fra’ Innocenzo da Petralia Soprana (1631); nell’abside, entro una bella prospettiva dipinta da Giuseppe Fancelli, Noli me tangere di Denijs Calvaert, sotto il quale è uno Sposalizio di S. Caterina attribuito a Innocenzo da Imola; lungo la parete sinistra, sopra un ingresso laterale, Madonna e Ss. Francesco e Bernardino di Alessandro Tiarini.

  • Terme di Porretta Alto Reno Terme (BO)

    Il moderno complesso delle terme di Porretta ha sostituito tutti gli stabilimenti storici dismessi, per i quali sono auspicati interventi di recupero. Tra questi i neoclassici stabilimenti termali Leone Bovi (XVIII-XIX secolo), posti a valle di una suggestiva gola del corso d’acqua e della rupe del Sassocardo; nonostante il pregio architettonico di questi edifici, gli stabilimenti sono in abbandono; all’interno, sale rivestite con maioliche liberty dei Ghini. Allo stesso modo l’edificio ottocentesco delle terme vecchie, anch'esso in abbandono. Le acque curative erano probabilmente già note in epoca etrusca e romana, come testimoniato dal ritrovamento, avvenuto nel secolo XVIII, di tre camere di antiche terme e di tubi di conduzione dell’acqua. In età medievale un castel Porredo o Porreda esisteva alla destra del Reno, ma decadde dopo la nascita del nuovo centro, alla sinistra del fiume, conseguente alla riscoperta delle fonti termali avvenuta verso il 1249. Con l’elezione a contea nel 1447, assegnata a Nicolò Sanuti, la crescita dell’abitato dei Bagni della Porretta divenne più rapida associandosi a un discreto sviluppo artigianale e mercantile; nel 1471 il feudo passò ai Ranuzzi che lo detennero fino alla fine del secolo XVIII. La fama delle terme si diffuse fin dagli ultimi secoli del Medioevo trovando poi riscontro sia sul piano letterario (Le Porrettane di Sabadino degli Arienti, 1483) che nella frequentazione costante da parte di personaggi illustri (Machiavelli cita i benefici delle acque nella Mandragola). Nella seconda metà del XVIII secolo Girolamo II Ranuzzi ne promosse la valorizzazione, curando la sistematica estrazione dei sali dalle acque e propugnandone l’uso, mentre nel XIX secolo la fortuna delle terme fu definitivamente assicurata dall’apertura della carrozzabile Porrettana e della ferrovia transappenninica. Le sorgenti sono nettamente distinte sia per la composizione sia per le applicazioni: le «Acque Alte», cosiddette perché situate nella parte alta della cittadina lungo il rio Maggiore, sono tutte salsobromoiodiche a elevata mineralizzazione; le «Acque Basse», presso il Reno, sono solfuree, a debole mineralizzazione.

  • Passo della Collina o della Porretta Sambuca Pistoiese (PT)

    A m 932, da cui si gode un ampio panorama, si trova in territorio pistoiese, sullo spartiacque peninsulare, transitabile anche in galleria,

Ultimo aggiornamento 11/11/2022
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